Particolareggiammo questa famosa pace per mostrare come la politica non fosse la predominante nelle transazioni d’allora, e sempre vi si mescolassero ordinamenti civili ed economici, che poi si registravano negli statuti. Sanciva essa l’eguaglianza civile fra nobili e plebei, e intitolavasi perpetua: ma non seppero nè le famiglie chetarvisi, nè i popolani usarne con dignità; e ben presto ecco i nobili costretti a fuoruscire di nuovo, e cercare ajuto da Como, ove la loro parte prevaleva: più volte vennero alle prese con avvicendata fortuna, e Filippo arcivescovo di Ravenna legato pontifizio, accorso a pacare, mandò in esiglio il Torriano e Guglielmo da Soresina, l’uno capo de’ popolani, l’altro de’ nobili. Ma quegli tornò, e prevalse: i nobili, perduta la patria, accolsero il furioso partito di darla ad Ezelino. Secondo la segreta pratica tenuta con loro, costui mosse in fatti alla sorda da Brescia per sorprendere Milano, e già varcata l’Adda, difilavasi battendo per Monza e Vimercato sopra la metropoli della Lombardia, quando Martino, avutone spia, radunò a stormo l’esercito plebeo, e gli girò alle spalle, sollevando i popoli. Onde non vedersi intercetta la ritirata, Ezelino diè volta verso l’Adda; ma al ponte di Cassano si trovò a fronte i nostri (1259), e costretto a battaglia, cadde ferito, e poco poi spirò da disperato in Soncino. Fu una medesima esultanza per tutta la Lombardia e la Marca; città e castella già sue si rendettero o furono prese; suo fratello Alberico, assediato nella rôcca di San Zenone, e costretto darsi a discrezione (1260), fu coll’innocente famiglia mandato agli orribili strazj con cui si manifestano le vendette popolari; e il grido di libertà sonò con entusiasmo per tutta la valle padana.

Ma troppo spesso i popoli liberati da un padrone non hanno maggior premura che di trovarsene un altro; e al cadere degli Ezelini supremò la Casa d’Este. Questa, avversata da Federico II perchè stretta parente dei Guelfi di Baviera suoi emuli, oltre il castello e la borgata da cui traeva il titolo, possedeva il marchesato di Ancona, e come feudi imperiali Rovigo, Calaone, Monselice, Montagnana, Adria, Aviano, la signoria di Gavello, e un’infinità di masserie, giurisdizioni, avocherie su quel di Padova, Vicenza, Ferrara, Brescia, Cremona, Parma, nel Polesine meridionale, nella Lunigiana e ne’ monti toscani, poi nel Modenese e Piacentino, spingendosi fin verso Tortona a confinare coi marchesi di Monferrato. Alcuni erano liberi allodj, altri feudi militari o benefizj ecclesiastici, e ne domandavano la conferma dai papi e dagli imperatori: ma la potenza cui erano sorti, dava arbitrio agli Estensi di considerarli come beni proprj. Ferrara, tiranneggiata da Salinguerra, vecchione indomito e in fatti d’armi famoso, aveva esibito il primo esempio di sottomettersi a un principe (1208), attribuendo ad Azzo d’Este arbitrio di far e disfare il giusto e l’ingiusto[12]. Anche Modena, straziata da discordie, elesse signore Obizzo d’Este: sette anni dopo, Reggio la imitò, indi Comacchio, Treviso, Feltre, Belluno obbedivano direttamente o indirettamente ai Da Camino. I Veronesi si diedero in signoria a Mastin della Scala, che cacciò i conti di Sanbonifazio, i quali per sessant’anni non poterono rientrare in una città dove aveano signoreggiato. Mastino, ucciso nel 1277, trasmise il dominio al fratello, e questo ai figliuoli.

I Cremonesi, smaniosi di vendicare la sconfitta tocca nel 1248 sotto Parma, elessero podestà il marchese Oberto Pelavicino, ghibellino affocato; il quale, secondato da fuorusciti, li menò contro Parma (1250), ed entratovi, ne tolse il Gajardo, carroccio cremonese, e molti prigionieri, che furono poi spediti a casa sbracati. Da questa, che i Parmigiani intitolarono la Mala Giobia, cominciò la grandezza di quel marchese, che già signore di Cremona, nel 1252 ottenne d’essere gridato signore perpetuo di Piacenza, e sarebbe stato anche di Parma se un vil sartore non fosse sorto a persuadere quanto valesse meglio la libertà.

La vittoria sopra Ezelino crebbe in Milano oltre misura il credito di Martin Torriano, il quale, inseguendo i nobili che, fallito il tradimento concertato, s’erano rifuggiti presso la famiglia Sommariva di Lodi (1259), sottomise anche questa città. Novecento nobili, afforzatisi nel castello di Tabiago in Brianza, vi furono presi e tradotti a Milano (1261), con insulti d’ogni peggior maniera: però Martino impedì fossero trucidati, e sempre si astenne dal sangue, dicendo: — Poichè non ho potuto dar la vita a nessuno, non soffrirò di torla a chichessia». E veramente egli seppe temperarsi nell’ambizione; e vedendo che la milizia plebea non bastava a tener testa ai nobili, non esitò a lasciar nominare capitano generale il Pelavicino, che così tenne in signoria quella città, cui Ezelino aveva indarno aspirato.

Forte di tale appoggio, la fazione popolare cercò incremento col portare arcivescovo Raimondo, parente di Martino. Si opposero con ogni lor possa i nobili, proclamando Uberto da Settala; onde, per riparare allo scisma, Urbano IV nominò a quella sede il canonico Ottone Visconti, che coll’appoggio de’ nobili suoi pari tenne la campagna, ed occupò molti castelli, massime nelle parti del lago Maggiore, dove erano i feudi di sua famiglia. I Torriani presero e spianarono i castelli di Arona, d’Angera, di Brebbia, occuparono altre terre dell’arcivescovo; lo perchè essi e la città furono posti all’interdetto, e bandita contro loro la croce.

Amareggiato da ciò, Martino moriva immaturo (1263), e Filippo suo fratello otteneva l’autorità di esso e la tutelava coll’armi. Como, per insinuazione de’ Vitani, davasi a lui; per forza la Valtellina, e così Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo: ed egli dissimulava il suo ingrandimento, tanto che della signoria fece investire Carlo d’Angiò. Napoleone gli succedette (1265) col titolo d’anziano perpetuo, quasi ereditario tramandandosi il dominio, benchè i Torriani non ne cercassero il titolo.

A differenza degli altri tiranni, stavano essi coi Guelfi, onde prosperarono per le vittorie degli Angioini. Accampava coi Ghibellini il Pelavicino, che avea sottoposte anche Pavia e Brescia: ma questa, all’udire la morte di Manfredi, trucidò i soldati di esso, e invocò i Torriani, che, accolti a rami d’ulivo, vi rimpatriarono i Guelfi, e ne furono gridati signori. Un altro Torriano era governatore di Vercelli, ma i Ghibellini milanesi fuorusciti il sorpresero ed uccisero. Emberra del Balzo, podestà di Milano per re Carlo, consigliò a trucidare cinquantadue parenti degli assassini; della quale atrocità piansero tutti i buoni, e Napoleone sclamò: — Il sangue di questi innocenti ricadrà su’ figli miei». Quando poi, al comparire di Corradino, quei che erano a parte d’impero rialzarono il capo, e Oberto Pelavicino e Buoso da Dovara minacciarono rinnovare i tempi di Federico e d’Ezelino, Milano incalorì le città, e con Vercelli, Novara, Como, Ferrara, Mantova, Parma, Vicenza, Padova, Bergamo, Lodi, Brescia, Cremona, Piacenza ritessè la Lega Lombarda (1267), unendosi col marchese d’Este e con quel di Monferrato, il quale fu nominato capitano.

Allora Cremona e Piacenza, buon o malgrado, indussero il Pelavicino ad abdicarsi della signoria, ond’egli si ritirò ne’ suoi castelli di Gusaliggio, Busseto, Scipione, Borgo San Donnino, e morì lasciando la sua famiglia ricca ma non sovrana. Il Dovara, di cui il legato pontifizio erasi valso per snidare il predetto, sperava rimanere signor di Cremona; ma ne fu egli pure cacciato, abbattute le sue case, assediata la sua rocchetta sull’Oglio, e poichè la vide capitolare ed essere rasa, ricoverò fra’ monti a morire senza dovizie nè potenza.

Al contrario, Napoleone continuava da signore in Milano, sostenuto anche dal cugino Raimondo, ch’era stato fatto patriarca di Aquileja, e che, andando alla sua sede (1274), menò seco sessanta nobili garzoni milanesi per scudieri, riccamente divisati con arme e cavalli bellissimi; cinquanta cavalieri aurati, ciascuno con quattro cavalli e uno scudiere; sessanta militi con due cavalli ciascuno, e cento uomini d’arme cremonesi (Corio). Tanto era ricca quella casa. Napoleone, assoldate truppe, tenne la lancia alle reni dei nobili, e più volte ne uscì vittorioso; tutto guelfo ch’egli era, si fece costituire vicario dall’imperatore Rodolfo d’Habsburg; e senza lasciarsi lusingare da favori nè atterrire da scomuniche, resisteva al papa e all’arcivescovo Ottone Visconti.

Men costante di lui, il marchese di Monferrato mutossi capitano della parte ghibellina, con sè traendo Pavia, Asti, Como e i fuorusciti di Milano. Questi ultimi aveano per centro Como e per capo il Visconti, che, escluso sempre dall’arcivescovado, menava fazioni e battaglie nelle pianure e sui laghi che fanno deliziosa l’alta Lombardia. I nobili, disperati d’altro soccorso, riduconsi a Pavia (1276), e inducono Gotifredo conte di Langosco a farsi loro capo e aspirare così alla signoria del Milanese: di fatto egli campeggiò sul lago Maggiore, e prese Arona e Angera; ma Cassone della Torre, avuto una smannata di Tedeschi da Rodolfo, prese lo stesso conte con molti nobili, a trentaquattro de’ quali fe’ mozzare la testa in Gallarate. Era fra essi Teobaldo Visconti padre di Matteo; onde l’arcivescovo Ottone si incalorì alla vendetta: da’ Canobiesi fece allestire una flottiglia, comandata da Simone di Locarno, famoso prode, il quale, ito a Como, resuscitò la parte de’ Visconti. Quivi attestatisi, e soccorsi da Pavesi e Novaresi guidati da Ricardo conte di Lomello (1277), i Visconti ripresero Lecco, Civate ed altre rôcche, e attraverso alla Martesana procedeano sopra Milano. I Torriani stavano a malaguardia in Desio, dove furono sorpresi e messi in isbaraglio: Napoleone co’ suoi parenti Mosca, Guido, Rocco, Lombardo, Carnevale furono chiusi in gabbie nel castel Baradello di Como: Cassone ebbe tempo di fuggire a Milano, ma solo per vedere il popolo saccheggiare i palazzi de’ suoi, onde ricoverò presso Raimondo patriarca, col cui appoggio alimentò a lungo la guerra; finchè, spintosi co’ suoi sin alle porte di Milano (1281), a Vaprio fu interamente sconfitto.