A Ottone si fece incontro il popolo gridando Pace, pace, ed egli la diede; proibì ogni persecuzione o vendetta, e tolse per capitano Guglielmo marchese di Monferrato, al quale allora obbedivano Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria, Tortona, Casale. Costui, sentendosi forte, facea da padrone; onde l’arcivescovo si guadagnò le case Carcano, Castiglioni, Mandello, Pusterla ed altre caporali; e côlto il destro che colui stava fuor di città, occupò il Broletto, chiuse le porte in faccia al marchese, e restato unico padrone, fecesi proclamare signore perpetuo. Il popolo sotto i Torriani erasi già avvezzo a un padrone; i nobili, da questi abbattuti e spinti in esiglio, non sentivansi forza a resistere: talchè senza molti ostacoli la maggiore repubblica dell’antica Lega Lombarda diveniva un principato.

L’arte e la fortuna giovarono i Visconti a renderlo ereditario ed abbracciarvi tutta Lombardia, spodestando o ereditando de’ principotti insignoritisi di ciascuna città.

E l’un dopo l’altro tutti i paesi che erano usciti repubblicani dalla pace di Costanza, si restringeano a signoria di un solo, e invece di giovarsi dell’interregno per consolidare le proprie costituzioni, si disperdevano in superbie iraconde; invece della ragionevole soggezione per cui gli Stati fioriscono, riottavano nell’anarchia, che fa parer desiderabile la servitù. Tutti gli uomini si erano dati a una fazione, e le fazioni sempre si danno a un uomo, il quale trovasi padrone di quanti ad essa si addissero, e che non gli domandano se non di farla trionfare; trionfato, attribuivano i poteri ad un capitano o difensore del popolo, e glieli prorogavano per tre, cinque, dieci anni, abituando lui a principare, sè ad obbedire. E poichè il popolo vincitore sentivasi inetto a governare, se ne rimetteva a qualche signore, nobile per lo più, eppure destinato a reprimere i nobili. Così nella moderna Inghilterra si ebbe sempre bisogno di un lord, anche per far provvedimenti contro i lord.

Consueto effetto delle rivoluzioni, non si esitava a sagrificare la libertà ad un nome vano, alla passione del momento, diritti smisurati commettendo ad un’assemblea o ad un magistrato. Milano nel 1301 al capitano del popolo, al giudice della credenza di Sant’Ambrogio e al priore degli anziani del popolo concedeva la podestà più preziosa, quella di far leggi. I popolani fiorentini riusciti vincitori, «a ser Lando da Gubbio puosono uno gonfalone di giustizia in mano, e diengli imperio sopra chi attentasse contro li Guelfi e lo presente stato; il quale bargello avea balìa niuna solennità servare, ma di fatto senza condannazione procedere in avere e in persona». Nel 1380 fecero riformagione che gli otto di balìa potessero spendere diecimila fiorini, senza darne conto segreto o palese, in perseguire e far morire i ribelli del Comune in ogni forma e via e modo che a loro meglio paresse[13]. Altrove le balìe, i cinque dell’arbitrio o simili riceveano mandati temporarj, che intepidivano la gelosa cura della libertà e spianavano il calle alla tirannide.

Rimosso il pericolo della dominazione forestiera e cresciute le dovizie e gli agi del vivere, i cittadini si applicarono all’industria smettendo le armi. Ne crebbero d’importanza i nobili, i quali dalla fanciullezza si educavano agli esercizj e a portare un’armadura di ferro a tutta botta, sotto la quale invulnerabili dalle picche della milizia cittadina, trionfavano quasi senza pericolo; la sicurezza del vincere crescea baldanza di osare, e facilmente argomentavansi di dominare sopra gente ch’era invalida a resistere. Più lo fecero quando i capitani di ventura posero il valore a servizio di chi pagava, e patteggiavano coi tirannelli per sostenersi, o aspiravano essi medesimi al primo grado.

Il tempestare cittadino aveva indotto stanchezza, e sempre è il benvenuto chi, all’estremo d’una rivoluzione, giunge a ricompor le cose, quand’anche al tumulto sostituisca l’abjezione e il letargo. Voi che vedeste i Romani, repubblicani affocati, acconciarsi alla stemperata tirannia degl’imperadori, non istupirete che di nuovo i ridesti Italiani soffrissero i duri sproni de’ tirannelli. Del cadere sotto un signore soffrivano i grandi, impediti dai loro arbitrj e dagli sfrenati appetiti d’una più o men ristretta oligarchia: ma la plebe si trovava giovata del non esser più esposta alle ire di tutta una parte, e al soperchiare d’ogni emulo e d’ogni avversario; e dell’obbedire, anzichè a molti, ad un signore solo e lontano, il quale non avrebbe passione d’offendere gl’individui, anzi interesse di procacciare il fiore di tutti: e ne sperava quella giustizia e quella sicurezza che, se non un compenso, sono un ristoro alla privazione della libertà. Contenta della quiete interna, del freno posto agli oligarchi, degli spettacoli e delle pompe, ne voleva bene ai principi; e contro quegli stessi che ci sono dipinti pei peggio ribaldi, rado o non mai la vedremo insorgere, benchè non mai cessassero quelle congiure di pochi, che fallendo rinfiancano la potenza che aveano inteso demolire. I letterati e i leggisti, dei quali crescevano il numero e l’importanza, attingevano dal diritto romano canoni di servilità, e sempre aveansi in pronto una diceria, colla quale alle assemblee popolari persuadere i vantaggi della tirannide. I nobili, a cui danno cadeva questa rivoluzione, ribramando il passato e invidiando gli uomini nuovi, pur non sapevano affratellarsi nè ai Comuni nè tra sè in quell’accordo, che in altri paesi li ridusse opportuno contrappeso alla monarchia nascente: pertanto poneansi a corteggiare il signore onde ottenere qualche brano di autorità, di godimenti, di arroganza; o gittavansi a macchinazioni, che porgeano a quello buona ragione di sterminarli o comprimerli. Insomma mancava a tutti il sentimento della legalità, fosse per assodare le repubbliche, fosse per temperare i principati.

E le repubbliche a breve andare mutavansi in signorie senza avvedersene, come senza avvedersene erano salite alla libertà. I tiranni (tal nome i nostri, al modo greco[14], davano a coloro, buoni o malvagi, che usurpavano dominio in libera terra) aveano cura di farsi decretare solennemente, dagli anziani o dalle assemblee popolari, il titolo e i poteri di signori generali per tempo limitato, e ricevere l’investitura colla tradizione dello stendardo e del carroccio. Faceasi dunque mostra di rispettare la sovranità del popolo; sicchè, al governo monarchico innestando forme costituzionali, pareva dovesse impedirsi il despotismo, le magistrature popolari moderare i signori, che di rimpatto resterebbero protetti dalle leggi e dalla nazionale garanzia. Ma come in Roma gl’imperatori dominarono assoluti perchè rappresentavano il popolo sovrano, così questi tirannelli nessun limite legale trovavano ad un potere che dal popolo era attribuito.

Non era dunque necessario frutto della democrazia la tirannide, bensì conseguenza aristocratica, giacchè ogni oligarchia è gelosa ed esclusiva, e chiede ingrandire a scapito degli altri. La tirannide poi serviva effettivamente gl’interessi popolari, elevando gli infimi contro i prischi prevalenti: per modo che, quand’anche fosse cacciato il tiranno, rimaneva la gente nuova ed estrania, da lui assisa sui beni confiscati. Allora i primi spogliati s’affacciavano alla riscossa, cacciavano la gente nuova, faceano nuovo spartimento, e quella vicenda irrequieta non lasciava tampoco il riposo, che erasi sperato compenso alla servitù.

Le rivolte non erano impeti di libertà; voleasi cangiare di signoria, ma il governo restava pur sempre militare e dispotico, giacchè ai disuniti bisognavano capi assoluti; s’applaudiva ai giudici che castigassero i caduti dominatori, per quanto eccedessero; i partigiani dei nuovi pretendeano franchigie e indipendenza; i vinti fuoruscivano, istituendo un governo tirannico perchè indipendente dalla pubblica volontà, e che pretendeva dal di fuori governare la patria, sovvertirla, mutarla; il nuovo padrone secondava le proprie passioni, e conoscendosi vacillante, si reggea con politica subdola e giustizia inumana, gettando a spalle ogni moderazione e generosità.

Il dominio che una città aveva già acquistato sopra altre, diveniva una signoria, che gli ambiziosi attendevano ad ampliare; onde l’Italia settentrionale, che alla pace di Costanza trovavasi sminuzzata in tante repubbliche quante città, queste vide aggregarsi attorno ad alcuni centri, e formare gli Stati nuovi, la cui storia così varia è ribelle a quel procedimento sistematico che si rivela dove un signore unico determina o almeno dirige gli avvenimenti d’un paese.