CAPITOLO XCV. Toscana.
La salda dominazione degli antichi marchesi Bonifazj aveva impedito alla Toscana di ridursi libera come le città lombarde ma estinti quelli colla contessa Matilde (1115), le dispute che intorno alla costei eredità si agitarono fra i pontefici e gl’imperatori, offrirono ai Comuni il destro d’emanciparsi, e agli uni o agli altri appoggiandosi acquistar privilegi, o nella lotta usurparli[15]. Federico II, erede dell’ultimo duca di Svevia fratello del Barbarossa, vi tenne de’ vicarj, ma ognora più scadenti d’autorità, e ricoverati in qualche terra castellata, come Sanminiato, che perciò fu detto al Tedesco.
Del territorio rimanevano in dominio signori forestieri; o longobardi, come i marchesi di Lunigiana, i conti Guido, quei della Gherardesca; o franchi, come i marchesi Oberto, quei del Monte Santa Maria, i conti Aldobrandeschi, gli Scialenga, i Pannochieschi, gli Alberti del Vernio, della Bevardenga, dell’Ardenghesca, e così via.
Fiesole, avanzo delle città onde gli Etruschi aveano coronato le alture italiche, già da Cicerone notata per gran lusso e spese d’imbandigione, deliziosi poderi, fabbriche suntuose, mutati i tempi, avea ridotto a battistero un bellissimo avanzo di antichità pagana; eretto il duomo, ove nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro trasportò le reliquie di san Romolo patrono della città; e di lassù le famiglie patrizie minacciavano gli uomini del piano. Ma era giunto il tempo che questi a quelle prevalessero; e Firenze, inferiore per postura a Fiesole come a Pisa per opportunità di commercio, maturava la libertà, che a lungo dovea poi custodire e sempre amare. La prima adunanza generale di popolo vi si tenne il 1105 per istanza del vescovo Ranieri: la prima impresa che se ne rammenti è la spedizione del 1113 contro Ruperto vicario imperiale, il quale, postato a Montecáscioli, bicocca dei conti Cadolingi, molestava i Fiorentini, finchè essi non l’ebbero scovato e ucciso, e spianata la sua rôcca.
Trascinata da Pisa nella briga contro Lucca, Firenze conosce le proprie forze, e le usa a sottomettere i castellani; «perocchè in tutte le terre sono molti nobili uomini, conti e cattani, i quali l’amano più in discordia che in pace, e ubbidisconla più per paura che per amore» (Dino Compagni); abbatte i castelli, che impacciano il traffico e ricoverano i prepotenti; obbliga le famiglie antiche a scendere dalla minacciosa Fiesole[16], e i popoletti ad accettare le sue leggi, come fece coi cattani di Montorlandi e con quei di Chiavello, che, riscattatisi dai conti Guido, s’erano collocati in un bel prato sul Bisenzio, donde prese nome la lieta città che vi fabbricarono[17]. Dai Buondelmonti, che nel castello di Montebuono esigeano pedaggi da chiunque passasse, non potendo ottener ragione, Firenze li vinse (1143), ed obbligò a venire in città. Dal conte Uggero volle promessa di non far male ad alcun Fiorentino, anzi ajutarli, esser con loro in guerra, abitare tre mesi in città, dando in pegno i castelli di Collenuovo, Sillano, Trémali. I signori di Pogna, che non posavano di molestare il Valdelsa, furono domi coll’arme, e demolite quella e le torri di Certaldo e quante n’erano sin a Firenze, che che strepitasse il Barbarossa di questa che a lui pareva lesione del potere imperiale. Nel 1197 comprava il castello di Montegrossoli in Chianti: nel 99 squarciava quel di Frondigliano, poi con lungo assedio Semifonti e il castello di Combiata, riottosi al Comune: nel 1220 disfece Mortenana castello degli Squarcialupi, e in appresso quelli di Montaja, di Tizzano, di Figline, di Poggibonzi, di Vernia, di Mangona: abbattè le famiglie dinastiche dei Cadolinghi di Capraja, degli Ubaldini di Mugello, degli Ubertini di Gaville, dei Buondelmonti nel Valdambria: fabbricò una terra dove potessero rifuggire quelli di Castiglion Alberti, della badia d’Agnano, della pieve di Prisciano, di Campannoli, di San Leolino, di Monteluci, di Cacciano, di Cornia, ville signorili che così restavano deserte.
Più poderosi di tutti erano gli Alberti; ma essendosi divisi per stipiti, poterono dalla città essere sottomessi a patti o a forza. Nel 1184 il conte di Capraja di quella famiglia colla moglie e i figliuoli si dava in accomandigia alla Repubblica fiorentina, obbligandosi consegnare ai consoli di essa una delle torri di Capraja, da custodire o distruggere a voglia; e subito troviamo i membri di quella famiglia rettori e consoli nella città. Ma poi guastatisi con essa, malmenavano i passeggieri e i villani, sicchè i Fiorentini v’andarono a oste, e distrutto il loro castello di Malborghetto, costruirono quel di Montelupo per tenerli in freno. Invano il conte Guido Borgognone cercò opporsi istigando a guerra i Pistojesi, cui erasi giurato fedele (1204): vinto, dovette co’ suoi figli e cogli uomini di Capraja prestare omaggio al Comune di Firenze, sottoponendogli quella terra, pagando ventisei denari per ogni focolare, e promettendo far guerra a volontà de’ consoli contro chiunque, eccetto i Lucchesi per tre anni, e l’imperatore per sempre: i consoli di Firenze a vicenda prometteano difenderli dai Pistojesi e da ogni altro nemico, e non diroccare il castello di Capraja[18]. Non però quei conti stettero così ai patti, che Firenze non fosse costretta più volte osteggiarli: certo rimasero potenti a segno, che molti ajuti poterono dare ai Pisani per ricuperare l’isola di Sardegna.
Nel 1273 il consiglio generale dei Trecento e lo speciale dei Novanta approvavano si comprasse dal conte Guido Salvatico gli uomini, le terre, i castelli di Montemurlo, di Montevarchi, Empoli, Monterappoli, Vinci, Cerreto, Collegonzi, Musignano, Colledipietra, pagando ottomila fiorini piccoli; la qual somma verrebbe somministrata dai Comuni redenti a proporzione della lira, cioè dell’estimo[19].
Alcuni signori mantennero negli aviti castelli una sovranità locale, come i Pazzi nel Valdarno, i Ricásoli nel Chianti. Una consorteria di Longobardi o Lambardi padroneggiava la Versilia, cioè la valle di Seravezza. Gli Ubaldini diramavansi in tanta parentela, da dominare quasi un principato[20]. I Pulci, i Nerli, i Gangalandi, i Giandonati, i Della Bella avevano inquartato alle loro armi quella d’Ugo di Brandeburgo, marchese di Toscana al tempo di Ottone III, dal quale aveano ricevuto la nobiltà; e il giorno di san Tommaso festeggiavano nella badìa di San Settimo il nome di quel barone[21]. Altri casati si elevarono in città pel traffico, come i Cerchi, i Mozzi, i Bardi, i Frescobaldi, poi gli Albizzi e i Medici; e talora vennero assaliti nelle proprie case, come i vassalli nelle rôcche.
Aggiungansi le signorie ecclesiastiche; perocchè, siccome i monaci Santambrosiani a Milano, così gli abati di Agnano, di Montamiata, del Trivio, di Passignano, di Monteverde erano principi sui loro beni; massime quelli di Sant’Àntimo in val d’Orcia, cui Lodovico Pio avea concesso quasi tutto il territorio fra l’Ombrone, l’Orcia e l’Asso, tanto che sopra il patrimonio d’essa badìa Lotario II assegnò mille mansi per regalo nuziale ad Adelaide. Gli abati dell’Isola presso Staggia nel Volterrano furono baroni su tutta l’isola e sul popolo di Borgonuovo; e Castelnuovo dell’abate, Gello dell’abate, Vico dell’abate e tant’altri nomi consimili ricorrenti segnano villaggi nati per opera di questi monaci toparchi.
Eguale avviamento, chi cercasse, troverebbe in tutti i Comuni della Toscana. Montegémoli dei conti Guido si sottoponeva al monastero di Monteverde, da cui fu ceduto a Volterra il 1208; e così Querceto e Castelnuovo da Montagna. Nel 1221 i conti Aldobrandeschi si accomandavano ai Sanesi, dando in pegno i castelli di Radicóndoli e Belforte; altrettanto i signori di Montorsajo e i Cacciaconti di Montisi, e varie famiglie nobili di Chiusdino. Agli abati di Sant’Antimo fu tolto Montalcino, paese cominciato s’un colle vestito di elci, e allora cinto di mura.