Siena combattè gli Scalenghi; nel 1212 comprava le appartenenze di Asciano; fin poi dal 1151 Palteniero Forteguerra le aveva sottomesso le sue castella, fra cui San Giovanni d’Asso. Così le si sottomisero i Salimbeni di Belcaro, i visconti di Campagnatico ed altri. Ma Omberto di Campagnatico verso il 1250 aggrediva sulla strada quanti erano amici a Siena, finchè alcuni Senesi travestiti da frati s’introdussero nel suo cassero e l’uccisero. Anche gli Ubaldini molestarono lungamente le valli del Santerno e della Sieve: i Pannochieschi continuavano a dominare Montemassi, che Castruccio nel 1328 fece ribellare a’ Senesi, i quali pertanto coll’armi e la fame lo vinsero e fecero distruggere, e tal fatto dipingere nel palazzo del concistoro da Simone Memmi. I Salimbeni, perchè decapitato uno e imprigionati altri di loro consorteria, nel 1374 mossero guerra al Comune di Siena, e ripresero Montemassi: ne nacque guerra; infine si compromise la cosa nella Signoria di Firenze, e la rôcca rifabbricata fu resa a quel Comune[22].
I castelli del Chianti furono incentivo di guerre fra Siena e Firenze, che ivi confinano; e Montepulciano, di cui s’ignora l’origine, ma già si trova mentovato nel 715, si collocò a devozione de’ Fiorentini, promettendo non imporre gabelle alle merci di questi, e offrire pel san Giovanni un cero di cinquanta libbre, e l’annuo tributo di cinquanta marche d’argento. I Senesi ne mossero richiamo davanti un congresso di nobili del vicinato e di rappresentanti delle città; e dall’esame apparve che da quaranta e più anni non apparteneva al distretto di Siena, ma era dominato da alcuni conti teutonici. Non vi s’accontentò Siena, e più volte ritentò sommettere colle armi Montepulciano, che fu distrutto e rifabbricato, e dopo molte vicende si accomandò a Siena, promettendo avere gli stessi amici e nemici, non levar dazj o gabelle sui Senesi, offrire, il giorno di Maria Assunta, un cero fiorito di cinquanta libbre, ad ogni richiesta mandare due cittadini al parlamento in Siena, eleggere fra i cittadini di quella il podestà e capitano col salario di quattrocento lire ogni semestre, i quali però governassero secondo gli statuti di Montepulciano.
Grosseto, centro della valle del basso Ombrone senese, nacque attorno al Mille, e fu città quando Innocenzo II nel 1138 vi trasferì la sede vescovile di Roselle, antica città etrusca, allora caduta ed esposta alle infestazioni dei ladri. Stette a signoria degli Aldobrandeschi di Sovana, i quali poi s’accomandarono alla Repubblica di Siena, a cui i Grossetani stessi giurarono sommessione, e il tributo di lire quarantotto annue e cinquanta libbre di cera; come il vescovo tributava venticinque lire e un cero di libbre dodici. La sommessione però fu sempre irrequieta, e più volte scossa.
Pistoja, venuta su dopo asciugati i suoi paduli nel 500, ebbe ricche famiglie, tra cui i progenitori dei conti Guido e anche dei Cadolingi; fu governata dal vescovo, dal conte, dal gastaldo; e dopo morta la contessa Matilde si emancipò. I suoi statuti sono i più antichi che si conservino: nel 1150 già aveva podestà e consiglieri, a’ quali il cardinale Ugo, legato pontificio e discepolo di san Bernardo, scriveva perchè cassassero l’illecito giuramento che faceano, entrando in carica, di non far mai bene agli Spedalinghi nè in vita nè in morte. Quel Comune sottopose i vassalli vescovili di Lamporecchio, i conti Guido di Montemurlo, i conti di Capraja, i conti Alberti di val Bisenzio, i popoli di Artimino e Carmignano.
Cortona componeva il suo Comune di consoli, nobiltà (majores milites), capi mestieri, con un camerlingo e cancelliere: il consiglio di credenza constava di venti nobili; il generale di cento cittadini e artieri. Nel 1213 gli Alfieri le cedettero il castello di Poggioni, promettendo che almeno un di loro terrebbe famiglia in città; i Bandinucci Montemaggio, i Balducchini Castelgherardi, i Mancini Ruffignano, i Bostoli Cignano, i Baldelli Peciana, i Venuti Cigliolo, i Tommasi Cintoja, i Boni Fusigliano, i Cappi Ossaja, i Pancrazj Ronzano, i Serducci Danciano, i Melli Borghetto e Malalbergo sul lago Trasimeno, i Passerini Montalla. Sottopose pure i marchesi di Petrella, di Pierle, di Mercatale, gli Alticozzi, i Semini, i Rodolfini, i Vagnucci, i Camaldolesi del priorato di Sant’Egidio, facendoli entrare in città, sicchè nel 1219 ampliò le mura a chiuder anche il sobborgo di San Vincenzo. Amicizie e guerre avvicendò cogli Aretini, che nel 1269 sorpresala, la saccheggiarono e smantellarono, obbligandola a prender sempre per podestà un Aretino. Alfine v’acquistarono dominio i Casati, fatti vicarj dell’Impero fin quando la repubblica fiorentina non la sottomise.
Ai paesani liberati le città apprestavano nuovi borghi, e se gli amicavano colle franchigie (t. VI, p. 53, 54). Firenze univa al proprio contado tutti quelli datisi spontanei, facendoli partecipi al diritto di cittadinanza, e dividendoli in quartieri; mentre quelli sottoposti a forza o acquistati a denaro formavano il distretto, ciascuno con patti e condizioni particolari. Comunelli, pievi, popoli aveano stretto leghe per difendersi dalle violenze, obbligandosi a sbrattare il proprio territorio da malfattori e banditi, tener sicure le strade, rifare del danno chi ne soffrisse, avendo all’uopo uffiziali e spese comuni.
Essa Firenze, venuta a libertà più tardi de’ Comuni lombardi, ebbe men lunga lotta e più pronto sviluppo di civiltà, d’arti, di commercio; evitò le guerre col Barbarossa, e potè far senno dell’esperienza altrui. La postura sua e l’indole degli abitanti contribuirono a conservarvi que’ costumi semplici e schietti, de’ quali una descrizione ci è data dal più immaginoso poeta e fedele cronista de’ mezzi tempi, Dante, che canta come, a’ giorni dell’atavo suo Cacciaguida, Firenze, ancora dentro angusto ricinto, si stesse in pace sobria e pudica; non i soverchi ornamenti femminili più che la persona stessa attiravano lo sguardo; non faceva ancora, sin dal nascere, paura la figlia al padre, che pensava già al tempo immaturo e alla grossa dote dei maritaggi; Bellincion Berti[23] ed altri illustri cittadini portavano cintura di cuojo, e stavano contenti a veste di pelle scoverta; le loro donne non si partivano lisciate dallo specchio, ma attendendo al fuso ed alla conocchia, vegliavano a studio della culla, consolando i bambini con quel mozzo parlare che trastulla da prima i genitori; e traendo la chioma alla rocca, colla famiglia ragionavano non di vanità e fole, ma de’ Trojani, di Fiesole, di Roma.
Ai quali versi, che tutti hanno a memoria, commenta il buon Giovanni Villani: — In quel tempo (cioè del 1250) i cittadini di Firenze viveano sobrj e di grosse vivande e con piccole spese, e di molti costumi grossi e rudi; e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano pelli scoperte senza panno, con berrette in capo, e tutti con usatti in piedi; e le donne della comune foggia vestivano d’un grosso verde di cambrasio per lo simile modo; ed usavano di dar dote cento lire la comun gente, e quelle che davano alla maggioranza, ducento; e in trecento lire era tenuta sfolgorata; e il più delle pulzelle che andavano a marito avevano venti anni o più. E di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo e tra loro fedeli». E Benvenuto da Imola: — Le fornaje allora non portavano perle nei calzari, come ora fanno ivi ed a Genova e Venezia..... Semplice e parco è il vitto de’ Fiorentini, ma con mirabil mondizia e pulitezza: le genti basse vanno alle taverne, ove sentono si mescia buon vino, senza darsi pensiero, mentre i mercanti servano mediocrità».
Queste descrizioni, esagerate forse, ma sopra un fondo di vero, compiremo col rammentare come, dovendo i Pisani procedere a impresa sopra le isole Baleari, Firenze si esibì di vegliare frattanto alla sicurezza della loro città; poi, offertole un premio, chiese due colonne di porfido. Il fatto e il guiderdone dicono assai di quell’età.
Così Firenze cresceva in riposato vivere di cittadini, quando la privata nimicizia di due case l’appestò colle fazioni de’ Guelfi e Ghibellini. Buondelmonte de’ Buondelmonti, già signori di Montebuono nel val d’Arno, avea fidanzata una figliuola di Oderigo Giantrufetti degli Amedei (1215). Ora cavalcando egli un giorno davanti la casa de’ Donati, Aldruda donna di questi gli fece motto, e mostrandogli la sua figliuola, bellissima e unica ereditiera di lauto patrimonio, gli disse: — Io l’avevo cresciuta e serbata per te». Buondelmonte ne restò invaghito, e ruppe le nozze coll’altra. Vivo sdegno ne concepì Oderigo, ed affiatatosi co’ parenti suoi, Uberti, Fifanti, Lamberti, Gangalandi, deliberarono batterlo e fargli vergogna; ma Mosca de’ Lamberti proferì la mala parola: Cosa fatta capo ha, quasi a dire — Freddiamolo, chè dopo il fatto si rattoppa»; e il giorno che, vestito nobilmente di nuovo di veste bianca in su un bianco palafreno, menava moglie, a piè del Ponte Vecchio l’uccisero. Il popolo diede addosso agli uccisori, e ne cominciarono gravi nimicizie fra i cittadini, ciascuno parteggiando per questo o per quello sotto il nome di Guelfi o di Ghibellini, sicchè la città ebbe sembianza di due campi nemici. A San Pier Scheraggio stavano le case degli Uberti, che seguiti dai Fifanti, Infangati, Amedei, Malespini, combattevano i Bagnesi, i Pulci, i Guidalotti, i Gherardini, i Foraboschi, i Sacchetti, i Manieri, i Cavalcanti, d’intenzione guelfa. Al duomo attorno alla torre dei Lancia restringeansi Barucci, Agolanti, Brunelleschi, contendendo con Tosinghi, Agli, Sizi, Arrigucci. A porta San Pietro i Tedaldini coi Caponsacchi, Elisei, Abati, Galigaj contrastavano i guelfi Donati, Visdomini, Pazzi, Adimari, Della Bella, Cerchi, Ardinghi. La torre dello Scarafaggio de’ Soldanieri in San Pancrazio spiegava la bandiera ghibellina, sostenuta dai Lamberti, Cipriani, Toschi, Migliorelli, Amieri, Pigli, contro Tornaquinci, Vecchietti, Bostichi. Così ne’ restanti sestieri; e anche in Borgo i Buondelmonti guerreggiavano gli Scolari, stando con quelli i Giandonati, Gianfigliazzi, Scali, Gualterotti, Importuni guelfi, con questi i Guidi, Galli, Capiardi, Soldanieri; e oltr’Arno i Gangalandi, Ubriachi, Mannelli ghibellini, guelfi i Nerli, i Frescobaldi, i Bardi, i Mozi: ed a vicenda si cacciavano, e chiedeano alleanza nelle altre città e dai castellani di loro amistade.