Al tempo di Federico II i Ghibellini prevalsero, e fra essi gli Uberti (1249) impacciavano il commercio di Firenze, e invitato uno stuolo di Tedeschi con Federico d’Antiochia figlio dell’imperatore, snidarono dalla città i Guelfi. Nella mischia era perito Rustico Marignolli, caporione di questa parte; e i suoi, per non lasciarlo all’insulto de’ nemici, tornarono indietro senza curar di pericolo, e portando i ceri e la bara da una mano, dall’altra armi ferocissime, gli fecero esequie singolari. I Ghibellini trionfanti abbatterono le torri de’ nemici, e tentarono fin diroccare San Giovanni dove teneano loro adunanze, li perseguirono pel contado e ne’ castelli di Capraja, Figline, Montevarchi, e avutine alcuni prigioni, li consegnarono a Federico II, che gli uccise, accecò o tenne carcerati.
Rimasti senza competitori, i Ghibellini istituirono in città un governo aristocratico, tutto in aggravio della plebe e dei liberi borghesi. Ma questi presero riscossa, e rivendicatisi da quelle estorsioni e prepotenze, tennero parlamento in piazza Santa Croce (1250 — 20 8bre), e formarono una confederazione col nome di popolo, vie più lodevoli perchè seppero temperarsi dalle riazioni. Abolito il podestà de’ nobili, surrogaronvi un capitano che fosse «guelfo e della parte guelfa zelante, fedele e divoto della sacrosanta Chiesa romana, e non ligio ad alcun re, principe, signore o barone avverso a quella»; assistito da una signoria bimensile di dodici anziani, due per sestiere; e divisero la cittadinanza in venti gonfaloni, che costituivano altrettante compagnie di milizia, la campagna in novantasei pivieri. Ad un cenno del capitano e ai rintocchi della martinella, la milizia doveva raccogliersi attorno al carroccio del gonfalone bianco e vermiglio, e in tal guisa più volte corsero addosso ai grandi. Ai quali non fu tolto se non il poter sopraffare, mozzando delle loro torri quanto sorpassava le cinquanta braccia, e colle pietre munendo il sestiere dell’Arno per aver la forza che francheggia la libertà: a foggia pur di fortezza fabbricossi il palazzo del podestà, dove risedessero i membri del Governo.
Con questa nuova forma di stato popolare, Firenze passò dieci anni memorabili per grandi fatti. Appena la morte dell’imperatore Federico l’alleggerì della paura, rimpatriò i Guelfi esigliati, costrinse i nobili delle due fazioni a segnar la pace, obbligò Pistoja, Arezzo, Siena a mutarsi dalla bandiera imperiale alla sua: battè Poggibonzi e Volterra, le cui mura etrusche riparavano i Ghibellini; presso Pontedera sconfisse i Pisani[24]; e in memoria di quest’anno delle vittorie coniò la nuova moneta d’oro di ventiquattro carati e d’un ottavo d’oncia d’oro, detta il fiorino perchè portava il fiore, simbolo parlante di essa città.
Gli anni successivi continuarono le prosperità; ma i Ghibellini fecero trama di ricuperare il sopravvento, e citati a giustificarsi, presero le armi ed eressero barricate. Il popolo gli attaccò, alcuno uccise, gli altri via. Guidati da Farinata degli Uberti, essi ricoverarono a Siena; e poichè questa avea reciproco patto con Firenze di non accogliere i profughi, le fu intimato guerra. Firenze era stata posta all’interdetto per aver fatto sulla pubblica piazza segar la gorgiera a un Beccaria pavese abate di Vallombrosa, imputato di trame coi fuorusciti, sicchè la guerra vestiva anche apparenze religiose; e i Ghibellini (1258) non si fecero coscienza di chiedere tedeschi ajuti a re Manfredi, che già era stato gridato signore di Siena. Se ne promettevano un esercito, ed egli mandò soli cento uomini; di che i Ghibellini stavano sconfortati: ma l’accorto Farinata disse loro: — Basta ch’ei mandi la sua insegna, e noi la metteremo in sì fatto luogo, che, senz’altro pregare, egli ci darà maggiori ajuti». Ubriacati, li spinse addosso ai Guelfi, di cui fecero strage: ma questi, rannoditisi, li sconfissero ed uccisero fin ad uno. La bandiera dell’aquila nera in campo d’argento fu trascinata pel fango sin a Firenze, dove furono decretate dieci lire a chiunque avesse fatto prigione un cavaliero, metà per un fante cittadino, e tre lire se mercenario, stabilendo simile compenso anche per l’avvenire[25].
Come Farinata avea previsto, Manfredi conobbe impegnato l’onor suo; e spinto anche da ventimila fiorini speditigli, inviò milleottocento cavalieri tedeschi, comandati da suo nipote Giordano d’Anglano; coi quali e coi Senesi e i fuorusciti mise in campo ventimila uomini. Due bugiardi frati promisero ai Fiorentini che i Guelfi senesi aprirebbero loro la città: laonde, per quanto i prudenti sconsigliassero dall’impigliarsi sul territorio nemico, mentre aspettando vedrebbero i Tedeschi ben presto sparpagliati per mancanza di paghe, prevalsero gli esagerati che codardia chiamano l’attendere l’opportunità: un cavaliero che suggeriva questo partito, fu multato; a un altro imposto silenzio, pena cento lire, ed esso vi s’assoggettò per parlare; raddoppiata la multa, esso non tacque; nè quando fu portata a quattrocento lire, e sinchè non fu minacciato della testa.
Risoluta la spedizione (1260), non vi ebbe famiglia che non mandasse alcuno a piedi o a cavallo. Nella marcia faceano d’antiguardo gli arcieri e balestrieri della città e del contado; seguiva la cavalleria e il popolo di tre sestieri della città, indi la cavalleria e i fanti degli altri; formavano il retroguardo i confederati a piedi o a cavallo. Con loro andavano genti di Bologna, Lucca, Pistoja, Sanminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia, Orvieto e molti mercenarj; in tutto più di trentamila combattenti. La battaglia datasi ne’ colli di Monteaperti (4 7bre) sull’Arbia, a sei miglia da Siena, è de’ fatti più celebri nell’età eroica delle nostre Repubbliche. I Senesi vi si prepararono colle divozioni, «e quasi tutta la notte la gente attendevano a confessarsi e a fare paci l’uno coll’altro. Chi maggiore ingiuria avea ricevuta, quello bene andava cercando il suo nemico per baciarlo in bocca e perdonargli. In questo si consumò la maggior parte della notte»[26]. Avviaronsi poi le schiere: e «quelle valenti donne, che erano rimaste in Siena insieme con messere lo vescovo e con quelli cherici, incominciarono lo venerdì mattina per tempo una solenne processione con tutte le reliquie che erano in duomo e in tutte le chiese di Siena. Così andavano visitando per effetto, sempre i cherici cantando salmi divini, litanie e orazioni: le donne tutte scalze con assai vili vestimenti andavano pregando sempre Iddio che rimandasse chi loro padre, chi loro figliuolo, chi loro fratelli, chi loro mariti; e tutti con grandi lacrime e pianti andavano ad essa processione, sempre chiamando la Vergine Maria. Così andarono tutto il venerdì, e tutto quello dì aveano digiunato. Quando venne la sera, la processione tornò al duomo, e ivi tutti s’inginocchiarono, e tanto stettero fermi, che fur dette le litanie con molte orazioni. Discendendo dal poggio si fecero al piano, e ivi si fe innanzi a tutti il franco cavaliere maestro Arrigo d’Astimbergo, e fe riverenza al capitano e a tutti gli altri, dicendo: Tutti quelli di casa nostra siamo dal sacro imperio privilegiati, che in ogni battaglia che noi ci troviamo, doviamo essere i primi servidori. Pertanto a me tocca avere l’onore di casa nostra; e di ciò vi prego che siate contenti. E gli fu conceduto, come di ragione si doveva.
«Stando così la gente de’ Senesi, fu veduto per la maggior parte della gente (fiorentina) uno mantello bianchissimo, il quale copriva tutto il campo de’ Senesi e la città di Siena..... Alquanti diceano che loro parea il mantello della nostra Vergine Maria, la quale guarda e difende il popolo di Siena..... In questo essendo veduto il mantello nel campo de’ Senesi e sopra alla città di Siena, come alluminati da Dio si inginocchiarono in terra con lacrime invocando la Vergine gloriosa. E tutti dicevano: Questo è un grande miracolo; questo è per li preghi dello nostro vescovo e de’ santi religiosi»[27].
I Ghibellini erano in numero inferiori, ma meglio disciplinati e concordi; e Bocca degli Abbati ed altri, loro fautori secreti, disertarono dai Fiorentini, che ne rimasero scompigliati: la martinella cessò di rintoccare; i primi cavalieri fuggirono e così rimasero salvi, ma de’ pedoni forse tremila furono morti, assaissimi prigionieri; il carroccio preso, e con grandi feste trascinato a ritroso; e sovra un asino e colle mani al dosso un araldo che i Fiorentini, creduli all’intelligenza, aveano spedito a domandare le porte di Siena; e il popolo dietro gridava: — Or venite ed occupate la città, e fabbricatevi un forte»[28]. Il vessillo di re Manfredi sventolava innanzi ai Tedeschi, che con frondi nell’elmo inneggiavano nella lingua del lor paese la vittoria sul nostro. Dal carroccio senese magnificamente addobbato sventolava il gonfalone del Comune, dietro a cui i prigionieri, satolli d’oltraggi: de’ quali non fanno parsimonia neppure i cronisti, che raccontano come fu permesso ai privati di ricevere il riscatto de’ prigioni, ma i magistrati vollero s’aggiungesse un capro per testa, col sangue de’ quali s’impastò la calce per ristorare una fontana che conservò il nome dei Becchi. Anche una chiesa fu eretta a memoria e in onore di san Giorgio, con festa anniversaria; e Margaritone dipinse per Farinata un crocifisso al modo bisantino. Molte famiglie di Firenze sgomentate mutaronsi a Lucca, dove anche i Guelfi di Prato, Pistoja, Volterra, San Geminiano e di altri luoghi.
Ripresa superiorità, i Ghibellini congregati ad Empoli posero il partito di distruggere Firenze, nido degli avversarj: solo il magnanimo Farinata dichiarò esser venuto in quella confederazione, non per disfare la città, sì per conservarla vincitrice[29]. Siffatta proposizione v’accenna il furore della parte ghibellina, la quale punì, taglieggiò e riformò lo Stato a modo imperiale, levando i privilegi plebei e le gravezze contro gli aristocratici. Il conte Guido Novello, fatto vicario di re Manfredi in Toscana, assalì Lucca, ricovero de’ Guelfi, la quale, invano mandato ad invitare Corradino, non potè salvarsi se non col respingere i rifuggiti, cui non rimase più luogo in Toscana. Malgrado la vittoria di Carlo d’Angiò, Guido potè conservare Firenze ai Ghibellini, e a due frati Gaudenti di Bologna diede incarico di metterli in pace co’ Guelfi, nominandoli podestà con trentasei savj (1266). Con questi, essi distribuirono le arti in dodici corporazioni, parte dette maggiori, parte minori; e ciascuna avea consoli, capitani, stendardo. Di qui principia il vero governo popolare; laonde ben dice il Villani che «d’allora innanzi non vi fu niuno grande», cioè superiore alla legge.
L’unione è sempre funesta alla tirannide; e ben presto il popolo insorse contro il conte Guido, che stimò bene ritirarsi; e la città si riformò a bandiera guelfa, commettendo la signoria a Carlo d’Angiò per dieci anni. Egli combattè i Ghibellini a Poggibonzi, che resistè quattro mesi, e pigliò molti castelli del Pisano. Il papa avea mandato la bandiera coll’aquila vermiglia in campo bianco e sotto un serpente verde, la quale rimase poi sempre insegna della massa guelfa, come si chiamò un magistrato stabilito per amministrare i beni confiscati ai Ghibellini contumaci a vantaggio de’ Guelfi[30]. Indipendente dalla Signoria, essa eleggeva da sè i proprj uffizj e consigli, faceva ordini e leggi, riceveva e spacciava lettere ad altri Stati con proprio suggello, e vigilava che ad onori o benefizj del Comune non si ammettesse verun Ghibellino: perciò fu di gran peso negli avvenimenti, e sopravissuta alla libertà come amministrazione economica, restò abolita soltanto il 1769.