Quegli avvicendamenti moltiplicavano i rancori, le confische, i patimenti, ma insieme la vita e l’ardimento delle grandi cose. «La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e sterile, che non potrebbe con tutta la fatica dare da vivere agli abitanti... e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi avanzare un tempo, e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto il costume delle altre nazioni... e l’uno ha fatto venire volontà all’altro, intanto che, chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo e veduto le strane nazioni delle genti e tornato alla patria con avere, non è riputato da niente... ed è tanto il numero, che vanno per lo mondo in loro giovinezza, e guadagnano e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, che non ha pari al mondo»[31]. Spesso i mercanti si trovavano soli a sostenere le pubbliche gravezze, e prestavano denaro ai nobili per grandeggiare, alla plebe per comprarsi derrate. Presero dunque animo non solo a voler parte nel Governo, ma ad escludere i possessori; e fu stabilita la signoria di sei priori, obbligati a convivere in palazzo senza uscirne pe’ due mesi che duravano; e che uniti ai consigli delle arti maggiori, eleggevano i successori. Doveano appartenere ad un’arte, e perciò vi si faceano immatricolare anche i nobili e le casate di messeri che aspirassero al Governo; onde il Comune non si considerava che di artigiani e popolo. Ai priori presiedeva un gonfaloniere; ed erano serviti da tre grandi uffiziali forestieri, il podestà, il capitano del popolo, l’esecutore degli ordinamenti di giustizia.
Tratto tratto i Fiorentini armavano per far prevalere la fazione guelfa, o si mescolavano nelle controversie di Lucca, Siena, Pistoja, Cortona, dove aveano luogo gli stessi avvicendamenti, nelle più prevalendo la democrazia. A Siena i Nove, difensori bimensili della comunità e del popolo, doveano essere mercanti: e così a Pistoja gli anziani, esclusi i nobili antichi e quelli che per alcuna colpa fossero registrati fra i nobili. Ad Arezzo s’erano ridotti i Ghibellini da tutta Toscana, sicchè la parte nobile erasi rialzata sotto il vescovo Guglielmo degli Ubertini. I Guelfi di Firenze vollero reprimerli, e avendo tutta Toscana preso parte di qua o di là, scontraronsi a Campaldino presso Bibiena (1289 — 11 giugno). Sul venire alla mischia, solevansi designare dodici paladini, che s’avventassero come perduti contro i nemici a capo della cavalleria, incorandola col loro esempio. A tale impresa il fiorentino Vieri de’ Cerchi, benchè infermiccio, nominò se stesso, poi suo figlio, indi non volle nominar altri; ma tanto bastò perchè a furia si volesse esser del numero, e cencinquanta domandarono d’entrare paladini.
«Il vescovo (d’Arezzo), ch’avea corta vista, domandò: Quelle che mura sono? Fugli risposto: I palvesi dei nemici. Messer Barone de’ Mangiadori da Sanminiato, franco ed esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini d’arme, disse loro: Signori, le guerre di Toscana soleansi vincere per bene assalire, e non duravano, e pochi uomini vi moriano, chè non era in uso l’ucciderli... Ora è mutata moda, e vinconsi per istar bene fermi: il perchè io vi consiglio che voi siate forti, e lasciateli assalire. E così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura. Cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra. Messer Corso Donati colla brigata de’ Pistoiesi ferì i nemici per costa, onde erano scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli colle coltella in mano, e sbudellavangli, e de’ loro feritori trascorsono tanto che nel mezzo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel dì furono vili, ch’erano stimati di grande prodezza; e molti di cui non si parlava, furono stimati»[32].
I Fiorentini ebbero trionfo, ma nè per questo posarono dai tumulti.
I nobili, confidenti nella pratica delle armi, mal sapeano piegarsi al freno della legge, soprusavano ai popolani, e quando alcuno avea commesso un delitto, tutta la sua famiglia compariva coll’armi allato, per sottrarlo alla giustizia. Il gonfaloniere vedeasi allora costretto armar la gioventù per punire a forza il delinquente. — Molti ne furono puniti secondo la legge, e i primi che vi caddero, furono i Galigaj; chè alcuno di loro fe un malificio in Francia in due figliuoli d’un mercatante, Ugolino Benivieni, che vennero a parole insieme, per le quali l’uno de’ detti fratelli fu ferito da quello de’ Galigaj, che ne morì. E io Dino Compagni (così racconta questo bravo cronista) ritrovandomi gonfaloniere di giustizia nel 1293, andai alle loro case e dai loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Di questo principio seguitò agli altri gonfalonieri un malo uso, perchè, se disfacevano secondo le leggi, il popolo dicea che erano crudeli; che erano vili, se non disfaceano affatto: e molti sformavano la giustizia per tema del popolo».
Giano della Bella, nobile eppure fattosi capo de’ popolani (1293), de’ quali personificò i risentimenti, «uomo virile e di grand’animo, che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva», ebbe il coraggio che mancava alle società popolari per reprimere i grandi, e persuase a scegliere un gonfaloniere di giustizia con mille fanti, acciocchè coll’insegna popolare della croce rossa in campo bianco reprimesse vigorosamente i prepotenti. Sortito egli stesso a quell’illimitato uffizio, e giovandosi dell’essere i nobili in guerra gli uni cogli altri, proclamò ordinanze in costoro aggravio, «ed a vera e perpetuale concordia, unitade e conservamento e accrescimento del pacifico e riposevole stato degli artefici e delle arti e di tutti i popolani, e di tutto il comune e de la cittade e del distretto di Firenze». Fece escludere per sempre dagli uffizj cittadini trentasette casate magnatizie, e alla Signoria diede arbitrio di aggiungervi qualunque famiglia nobile demeritasse; e la legge prefiggeva si potesse arrolare fra i nobili soltanto pro homicidio, pro veneno, pro rapina seu robaria, pro furtu, pro incestu. Chi era così notato, dovea dare duemila lire per cauzione dei suoi portamenti, non uscire in tempi di tumulto, non possedere casa vicino a un ponte o ad una porta della città, non appellarsi da’ giudizj criminali, non accusare un plebeo, salvo per delitto contro la persona sua o di uno di sua famiglia; non testimoniare contro un popolano senza consenso de’ priori: ed i suoi parenti fino al quarto grado erano tenuti in solido delle multe impostegli. I borghesi furono divisi in venti compagnie da cinquanta uomini, poi da ducento, affinchè prontamente accorressero alla chiamata dell’armi. Si affezionò il popolo a tali ordinamenti di giustizia[33], col dare ne’ consigli generali qualche autorità alle capitudini, cioè ai consoli delle maestranze.
Al tempo stesso la Repubblica estendeva la sua giurisdizione su Poggibonzi, Certaldo, Gambussi, Catignano; ritoglieva quelle che alcuni conti e cattanei teneano da antico, o aveano di fresco ricuperate. I nobili, sdegnatine, tanto più che consideravano Giano qual disertore, ricorsero ad ogni via di perderlo. Non osando l’assassinio per tema del popolo, gli opposero un signore che allegava diplomi dell’imperatore o del papa; ma meglio profittarono d’un artifizio non più disimparato, e pur testè da patrioti nostri non solo messo in pratica, ma insegnato a stampa, qual è di gettare sull’avversario politico la calunnia, affinchè coll’onore gli sia tolta credenza. Posero dunque Giano in sospetto al popolo, la sua severità imputando a tirannide; e poichè nel punire i malvagi (1295) egli volle proteggere il podestà contro un’insurrezione di piazza, fu espulso; e confiscatigli i beni, morì in esiglio.
Non per questo rivalsero i nobili, e trovandosi messi dissotto della legge, ritiravansi dalla città, usando da tirannetti ne’ loro castelli. Per reprimere le due trapotenti famiglie dei Pazzi e degli Ubertini nel Valdarno superiore, i Fiorentini fabbricarono le tre fortezze di Terranuova, San Giovanni e Castelfranco, a lato ai coloro tenimenti, concedendo tante franchigie, che i sudditi di quelli e dei Ricàsoli e dei Conti e d’altri baroncelli vicini accorsero a farsi terrazzani di que’ castelli, per ciò prontamente cresciuti. Egualmente contro gli Ubaldini furono fabbricate Casaglia, Scarperia o Castel San Barnaba, Firenzuola, Barberino, assolto per dieci anni da imposizioni, e colla privativa ai magnati di potervi fare acquisti.
CAPITOLO XCVI. Le Repubbliche marittime. Costituzione di Venezia.
Firenze i Guelfi, Pisa capitanava i Ghibellini di Toscana. Il terreno che, abbandonato dall’acque, formò via via quella vasta pianura ed allontanò la città dal mare, diventava proprietà dei re d’Italia, i quali ne faceano larghezza alla chiesa o all’arcivescovo di Pisa, venuto perciò di ricchezza famosa e anche di estesa giurisdizione. Già la vedemmo «in grande e nobile stato di grandi e possenti cittadini de’ più d’Italia, ed erano in accordo ed unità, e manteneano grande stato, imperò che v’era cittadino il giudice di Gallura, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri, il conte Anselmo e ’l giudice d’Arborea; e ciascuno per sè tenea gran corte, e con molti cittadini e cavalieri a fiate cavalcavano ciascuno per la terra; e per la loro grandezza e gentilezza erano signori di Sardegna, di Corsica e d’Elba, onde aveano grandissime rendite in proprio e per lo Comune, e quasi dominavano il mare con loro legni e mercanzie» (Villani).