Tra le famiglie pisane che dominavano in Sardegna, prepolleva quella de’ Visconti; agli Alberti obbediva la Capraja: altri, come i giudici d’Arborèa e i varj consorti della famiglia Gherardesca, aveano palazzo, corte, masnada propria nella città. Al modo poi che Genova sulle riviere, e Venezia sulla costa illirica, Pisa teneva possessi nella Toscana; ed Enrico VI le concesse tutti i diritti regj nella città e un territorio ricco di sessantaquattro borgate e castelli. Con Genova e Lucca disputava il possesso della Lunigiana, ed occupati i feudi dei vescovi e conti di Luni, vi rinnovò le cave del marmo, già anticamente conosciute, onde trarne per la cattedrale sua e per quella di Carrara[34].
Costante alla fede imperiale, vantaggiò della grandezza degli Svevi, soffrì dei loro disastri. Da Firenze obbligata a rivocare i Guelfi esigliati, questi colle loro ricchezze la risanguarono. Avendo i Pisani preso a protezione il giudice di Ginerca in Corsica (1282), predone che era stato battuto dai Genovesi, si esacerbarono le ire antiche fra le due repubbliche, agitate ne’ mari e negli scali del Levante. Nè vuolsi tacere come le due emule, affinchè non si dicesse aver l’una soverchiato l’altra di sorpresa, teneano un notaro ciascuna nella nemica, che informasse i suoi di quanto vi si preparava[35].
Dopo lungo manovrare, Nicolò Spinola si presentò colla flotta ligure alle foci dell’Arno; Rosso Buzzaccherini gli menò incontro la pisana; e settanta vascelli genovesi, e sessantaquattro pisani (numero portentoso!) si diedero la caccia con diversa fortuna. Pisa si trovò esausta dalle spese, ma vi sopperirono le illustri famiglie: i Lanfranchi armarono undici galee, sei i Gualandi, Lei, Gaetani, tre i Sismondi, quattro gli Orlandi, cinque gli Upezzenghi, tre i Visconti, due i Moschi; onde una flotta di centotre galee si accostò al porto di Genova scoccandovi freccie d’argento. Centosette galee salparono da Genova tra le benedizioni dell’arcivescovo e gli augurj patriotici, e scontrata la nemica alla Melòria (1284 — 6 agosto), banco rimpetto al colmato seno di Porto Pisano, la fracassò, prendendo anche l’ammiraglio Morosini e lo stendardo e il sigillo del Comune. Diecimila Pisani furono tenuti prigionieri a Genova sedici anni, non uccidendoli acciocchè le donne loro non potessero, rimaritandosi, di nuova prole risarcire la patria. Diceasi pertanto, chi voleva veder Pisa andasse a Genova; donde essi regolavano le sorti della patria; nuovi Regoli, la sconsigliavano dal cambiarli con Castro di Sardegna, fortezza fabbricata dagli avi e difesa con tanto costo; e giuravano, se a questo prezzo fossero redenti, si chiarirebbero nemici a que’ pusillanimi che avevano sagrificato l’onor nazionale al bene privato.
Questo tracollo di Pisa lasciò in vantaggio i Guelfi di Toscana, i quali si congiurarono contro l’unica ghibellina sino a che fosse distrutta. Ed essa avrebbe avuto l’ultimo tuffo, se Ugolino conte della Gherardesca (terra montana lungo il mare tra Livorno e Piombino) non fosse colla sua abilità riuscito a scomporre la lega e riparare e munire Porto Pisano. Conservando dieci anni il dominio della patria, ottenne pace dai Lucchesi e Fiorentini; ma collo sbandire le famiglie ghibelline e demolirne i palazzi si attirò acerbissimi nemici e principalmente Nino di Gallura (1288). Rivangando antichi fatti, costoro diedero voce che alla Meloria, dov’egli era uno de’ capitani, avesse cospirato a perdere la battaglia per indebolire la patria; aggiungevano avesse compra la pace col tradire ai nemici le castella, ed ora impedisse ogni accordo coi Genovesi per timore non ripagassero i prigionieri. Anche l’arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini, caldo ghibellino, gli si era avversato, pretendendo divider seco la dominazione: ed Ugolino, cinto da nemici e malcontenti, raddoppiava l’oppressione e cresceva l’odio. Un nipote osò dirgli quel che niun altro, cioè l’indignazione che eccitava l’eccesso delle imposte; e Ugolino gli s’avventò con un pugnale. Parò il colpo un nipote dell’arcivescovo, amico dell’altro; e Ugolino si svelenì su questo trucidandolo. Ruggeri prese accordo coi Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, Ripafratta, e assalito il conte, lo chiusero nella torre de’ Gualandi alle Sette vie, con Gaddo e Uguccione figli suoi, e con Nino e Anselmuccio, figli d’altri suoi figliuoli, e quivi li lasciarono morir di fame. Ruggeri supremo allora in Pisa, e affidate le armi al conte Guido di Montefeltro, la Repubblica riprese gli antichi confini.
A danno di Pisa armò novamente Genova (1290), che conquistò l’isola d’Elba, e con ventiduemila combattenti, di cui cinquemila aveano corazze bianche come la neve (Cafaro), distrusse Porto Pisano, ove entrò spezzando le catene, che pendettero in quella città, sciagurato monumento di fraterne guerre anche dopo strappati i trofei e i frutti della libertà. Alla pace Pisa rinunziò ai diritti sopra la Corsica e a Sassari di Sardegna.
Genova sin da’ primordj erasi regolata come una società mercantile per via delle compagnie, che si costituivano all’uopo di mettere insieme una flotta o condurre un’azienda per due, sei, venti anni; e i consoli di queste erano spesso anche consoli del Comune. Imparaticcio di governo, e che pure compì tante imprese quante vedemmo, acquistò le Riviere e i possessi in Levante e prevalenza nelle vicende italiane. Allora l’amministrazione della città non potè più confondersi con quella d’interessi particolari, e fu affidata a capi annuali distinti, benchè eletti ancora dalle otto Compagnie, che partecipavano del governo in eguale porzione, e che sussistettero sempre, e divennero quasi il mezzo per cui i cittadini potevano nello Stato. Formata una di esse, chi si presentasse a darvi il nome fra undici giorni rimaneva abile ad impieghi pubblici; se no, non poteva comparire in giudizio fuorchè convenuto, nè alcun membro della Compagnia dovea servirlo sulle galee o patrocinarlo avanti i tribunali. Di ogni Compagnia un nobile veniva eletto a costituire il consiglio de’ Clavigeri, custodi e amministratori del tesoro, presto saliti a grande importanza. Al consiglio generale, che adunavasi in San Lorenzo, non sembra assistesse tutto il popolo, bensì i meglio considerati fra le Compagnie; il popolo era rappresentato dal cintraco o pubblico banditore, non per deliberare, ma per persuadere. I quattro consoli eletti dal popolo sovrano giuravano non fare guerra o pace senza consenso di questo, non permettere merci forestiere, eccetto il legname di costruzione e le munizioni navali, e rendere esatta giustizia. Questi consoli nel 1121 divennero annuali, e nel 30 furono distinti da quelli dei placiti, vale a dire il potere amministrativo si separò dal giudiziale; e fra essi consoli e il parlamento s’interpose il consiglio di Credenza (silentiarii) o senato, che riceveva le ambascierie, i ricorsi de’ paesi soggetti, ponderava gli affari più rilevanti.
Dell’antica immunità vescovile rimanea vestigio nella decima del mare, che l’arcivescovo riscoteva su tutte le navi che approdassero con grano o sale; inoltre nel palazzo arcivescovile risedevano i consoli dello Stato e quelli de’ placiti, il senato, i consigli; i trattati si faceano in nome del vescovo e dei consoli, e molti feudatarj prestavano il giuramento prima a lui, poi al Comune; egli poi dominava in San Remo, sui marchesi Malaspina e su molti cittadini.
Verso il mezzo di quel secolo, anche gli altri paesi della Liguria aspiravano ad esser detti genovesi, e i luoghi delle valli e de’ monti vicini s’incorporavano a Genova. I feudatarj giuravano il Comune, ed erano ascritti nel breve de’ consoli e sul libro delle famiglie consolari; se avessero signorie lontane o titoli di conti e marchesi, davanti al parlamento rinunziavano alla giurisdizione, chiedendo essere ammessi in qualche compagnia; e immatricolati che fossero, erano investiti di nuovo come vassalli dei diritti rinunziati, promettendo tener casa aperta in città, abitarvi tre mesi, servire in guerra con un prefisso numero di fanti, cavalli o marinaj: reciprocamente il Comune s’obbligava a proteggerli, nei mesi d’assenza non obbligarli a parlamenti, al trar delle navi, nè mai gravarli di maggiori imposizioni; e consentiva che ne’ loro feudi adoprassero i calzari e il manto purpureo.
Le comunità indipendenti promettevano assumere le guerre e le paci de’ Genovesi: non concedere asilo a verun bandito, corsaro o nemico, non spedir navi da aprile a ottobre oltre Barcellona a ponente, nè oltre l’isola di Sardegna a levante, senza che andata e ritorno toccassero il porto di Genova; non molestare chi da questo o a questo veleggiasse; contribuire in data porzione alle spese di cavalcate, o d’armamenti navali, o di legazioni nelle parti marittime. Genova le prendeva in protezione, ne assicurava i privilegi, e confermava i magistrati ch’esse eleggevano[36].
Dalle guerre esterne e dal continuarsi le magistrature e le cariche delle compagnie nelle famiglie originò una nobiltà cittadina, la quale cagionò fazioni e brighe; e cinta di clienti, eresse torri e nutricò battaglie interne. E poichè a reprimerle non bastavano religione nè consoli, si ricorse qui pure ad un podestà forestiero, dandogli per assessori otto nobili.