Attorno a Genova duravano molte piccole signorie. I Savonesi nel 1153 si resero quasi dipendenti da Genova, obbligandosi di venire con questa agli armamenti, alle cavalcate, alle collette, osservare i divieti posti da essa, non navigare oltre la Sardegna e Barcellona se non movendovi dal porto genovese e tornandovi. Nel 1121 avea Genova comprato Voltaggio dal marchese Gavi, nel 28 espugnato Montaldo, nell’83 fondato il castello di Porto Venere. Nel 91 da Enrico VI si fe cedere Monaco, benchè come parte della Turbìa fosse sottoposto ai vescovi e al Comune di Nizza: ma molti glielo disputavano, e Genova col pretendervi preparava un nido ai Grimaldi, che poi le diverrebbero infesti.
Nizza era stata repubblica indipendente, divisa in città inferiore e superiore, che ebbero tra sè liti e compromessi[37] finchè venne a dominio de’ conti di Provenza, i quali altri castelli teneano in que’ dintorni. Raimondo Berengario II nel 1176 riconobbe i diritti del comune e dei consoli di Nizza, sicchè rimanessero indipendenti, salvo l’onore d’essi conti; e nel 1205 se ne cominciarono gli statuti[38]. Quei conti soffrivano di mal animo che Genova crescesse verso Nizza, e impedironle sempre l’acquisto di Monaco; ma essa nel 1215 mandò Fulcone da Castello con molti nobili sopra tre galee ed altri legni, coi quali fondarono quattro torri, congiunte da una cortina alta trentatre palmi, là dove poi fu il palazzo principesco. Nizza stessa in quell’anno giurò il Comune di Genova.
Il porto che gli antichi chiamavano di Ercole Moneco, un miglio a levante di Nizza, era stato spopolato dai Saracini, talchè non serviva che di ricovero a pirati. Carlo II re di Provenza nel 1295 pensò fabbricarvi un nuovo borgo, che intitolò Villafranca, trasferendovi gli abitanti di Montolivo, colla promessa di cingerli di mura, edificarvi una chiesa a san Michele, condurvi una fontana, tenerli franchi da’ ogni imposizione, eccetto il ripaggio e la gabella quali costumavansi dai Nizzardi[39].
Robusti e fieri erano i conti Guerra di Ventimiglia, ne’ cui Stati San Remo obbediva all’arcivescovo di Genova. I conti Quaranta, i signori Casanova aveano signorie a Lingueglia e Garlenda e nel Castellani: i marchesi Taggiaferro di Clavesana in Porto Maurizio, Diano, Andóra: i del Carretto erano potentissimi da Capodimele ad Albissóla, e signori di Savona[40]. Comuni distinti formavano Albenga, Savona, Noli. I marchesi di Ponzone signoreggiavano Varazze, terra suddivisa poi tra un’infinità di condomini. Seguivano i tenimenti dell’abbazia di San Fruttuoso in Capodimonte. I conti di Lavagna dominavano, oltre Lavagna, sopra Sestri, Varese, val di Taro, e fin in Pontrémoli, e a ponente dell’Entella fino a Rapallo, e dall’altro lato fino a Brugnato e alla Magra; confinavano coi signori di Passano, e coi Malaspina della Lunigiana. Minori erano quei di Lagnoto e Celasco, di Rivalta, di Vezzano, di Trebiano; infine venivano i marchesi di Massa, il Comune di Lucca e l’emula Pisa. Più fra terra, Genova trovavasi a fianco il Comune di Tortona, i marchesi di Parodi, di Gavi, di Bosco, che giungeano fin al giogo di Voltri; i marchesi d’Incisa, di Ceva, di Garessio; i signori di Pornassio, i conti di Badalucco, di Maro, di Sospello; e più potenti quei di Monferrato e di Provenza[41].
Le due Riviere non tenevansi liete della supremazia di Genova, anzi Savona e più spesso Ventimiglia la rinnegavano, ed appoggiavansi all’emula Pisa. Tra la nobiltà castellana primeggiavano i Fieschi e i Grimaldi, dediti ai Guelfi o Rampini, e i Doria e gli Spinola ai Ghibellini o Mascherati; sommoveano la repubblica, reluttavano ai magistrati, a vicenda portavano le loro creature a podestà, abati, capitani della libertà; spingevano a minute guerre e spedizioni, calando o salendo a norma degli avvenimenti generali d’Italia, pei quali si mutava anche il governo interiore. Intanto ogni cosa andava in baruffe intestine, che empivano di violenze e delitti la città e le Riviere.
Talvolta sorgeva un di costoro che sanno blandire il popolo, e a nome di esso procacciavasi suprema autorità. Allo spirare dell’amministrazione di Filippo Torriano, il popolo levò rumore (1257) pretendendo ch’egli avesse rubato, e che i sindacatori corrotti l’avessero assolto; essere tempo di finire le concussioni dei nobili; solo meritare la sua confidenza Guglielmo Boccanegra. E a spalle portatolo sull’altare di San Siro, lo proclamano capitano del popolo; la nobiltà cittadina è per lui, e lo vuole decenne, fin coll’arbitrio di nominare il podestà annuale; la nobiltà feudataria gli tien testa, ed egli la doma, eleva gente nuova, accarezza il vulgo, indi reso ardito, abusa del potere per farsi crescere il soldo e arrogarsi nuove prerogative, dà e toglie impieghi a capriccio, sprezza le deliberazioni de’ consigli, cassa le sentenze de’ tribunali. Aveva ordito d’incarcerare tutti i primani; ma questi ammutinandosi presero le porte acciocchè non potesse chiamar la gente di campagna, e lo abbatterono, concedendogli appena la vita per istanze dell’arcivescovo; e si tornò all’istituzione del podestà forestiero. Però il posto del capitano del popolo e Comune genovese fu scopo all’ambizione dei nobili, e causa di dispute incessanti.
Parve un tratto (1262) che Roberto Spinola fosse per ciuffare il dominio supremo; ma quello sminuzzamento di ambiziosi che cagionava la contesa, impediva la tirannide d’un solo. Si credette ovviare le rivalità rendendo men arbitrario il modo di formare il gran consiglio, convenendo che ciascuna compagnia avesse ad eleggere cinquanta membri, i quali nominassero quattro consiglieri in un’altra compagnia, e questi trentadue destinassero i consiglieri urbani e gli otto. Le pretensioni delle famiglie toglievano ogni accordo durevole, sinchè nel 1339 il dominio dei nobili fu scassinato per sostituire le case popolane degli Adorno e Fregoso: ma i nobili tennero gran parte nelle magistrature, nell’amministrazione, sulle flotte, e collocandosi or coll’una or coll’altra delle fazioni predominanti, producevano una instabilità che non potea neppure risolversi in tirannia[42].
I primi stabilimenti genovesi in Corsica dimostrano piuttosto imprese di privati o dirette alla pirateria; ma nel 1195 la Repubblica v’acquistò San Bonifazio, riducendola a colonia con un podestà e con larghi privilegi. Nell’isola presero piede i fuorusciti di Genova, che poi avversavano la metropoli; tanto che il giudice Sincello di Pisa tornò a farvi prevalere la città sua, e i Genovesi si trovarono novamente ristretti a San Bonifazio. I vassalli pagavano una tassa sulla cera e metà del testatico, ed esercitavano giurisdizioni inferiori, dipendenti dal giudice: ma appoggiandosi gli uni a Pisa, gli altri a Genova, ne derivava anarchia, fomentata dai privilegi che quelle concedevano a gara per farseli amici.
Di maggiore importanza stabilimenti ebbe Genova nel mar Jonio e nel Nero, e commercio estesissimo, come vedemmo e vedremo. Da cinquanta a settanta grossi vascelli salpavano ogni anno dalle prode liguri, portando droghe e altre merci in Sardegna, in Sicilia, in Grecia, in Provenza; altri assai con lana e pelli: e delle lucrate dovizie facevasi bella, comoda, forte la patria. Dal 1276 all’83 si compirono le due darsene e la grande muraglia del molo; nel 95 il magnifico acquedotto, traverso aspre montagne.
Venezia, a seconda dei tempi, sviluppava i germi che v’avea deposti la sua origine. Il doge Vitale Michiel II volea reprimere la perfidia di Manuele Comneno col portargli grossa guerra: ma il popolo, che vedeva andarne a ruina il commercio, a tumulto l’impedì. Quando però le navi venete tornarono trafficando in Oriente, il Comneno le sorprese, confiscò il carico, imprigionò le ciurme. Allora il popolo schiamazzando chiede la guerra che schiamazzando avea repulso; il doge li seconda, ma le arti dell’imperatore rattepidiscono quell’ardore: intanto la peste si attacca alla flotta, e periti migliaja d’uomini, pochi legni tornano nelle lagune. Poichè nei disastri vuolsi una vittima, viene apposta ogni colpa al doge; e la plebe, che già n’avea veduto deposti nove, cinque accecati, altrettanti uccisi, nove costretti abdicare, trucidò il Michiel. Sei mesi s’indugiò a dargli un successore (1172), sentendo la necessità di porre un limite alla potenza d’un solo.