L’estensione della città rendeva omai impossibile lo adunare tutti i cittadini, e tanto più il sorvegliare gli atti del Governo. Si pensò dunque a una rappresentanza, istituendo che di ciascun sestiere ogni anno si prendessero due elettori, i quali uniti scegliessero quattrocentottanta persone per formare un maggior consiglio, che avesse la sovranità della repubblica e nominasse tutti gli uffizj, persino i proprj elettori; col qual modo gli eletti riuscivano sempre delle stesse famiglie. A mezzo il secolo XIII l’annua rinnovazione facevasi non più da dodici elettori, ma da un collegio di quattro membri, che annualmente nominava cento nuovi consiglieri; e da uno di tre, che eleggeva successori a chi morisse o lasciasse altrimenti un vuoto. Nei casi che tutti dovessero concorrere ad alcuni pesi, convocavasi il popolo, che votava per acclamazione l’arrengo: unico resto della primitiva sovranità.

L’elezione del doge fu attribuita a quarantun elettori con quella complicazione di estrazioni e scrutinj che altrove esponemmo (t. VI, p. 181); nè altra parte vi ritenne il popolo se non che egli era presentato a’ suoi applausi, e i mastri dell’arsenale lo portavano in sedia sulle spalle nella processione che tre volte l’anno circuiva la piazza San Marco. Cessavano dunque i dogi d’esser eletti col voto universale diretto; e d’allora nè essi più cospirarono per divenire sovrani, nè il popolo li trucidò. Giuravano adempiere i loro doveri, quali erano espressi in una promissione: d’obbedirli giurava il popolo, in cui vece poi il giuramento fu prestato dal sindaco che ciascun sestiere eleggeva ogni quattr’anni e che rispondeva dei delitti commessi nel suo sestiere.

Il doge, personificando l’autorità tutrice della pubblica salvezza, dovea rappresentare, non operare; veruna risoluzione prendendo senza il concorso di sei consiglieri, annualmente scelti dal consiglio maggiore, un per sestiere, detti poi la signoria. In casi pe’ quali non si avesse esempio precedente, o concernenti il credito pubblico ed il commercio, o qualora stimasse opportuno avere il parere o il consenso di cittadini creduti, e farsene appoggio nell’opinione, pregava alquanti a venire a sè: forma occasionale, che poi, dogando Jacopo Tiepolo, divenne stabile nella costituzione coi sessanta pregadi o senatori, non più scelti dal doge, ma dal gran consiglio colle forme consuete. In tal modo i nobili trovaronsi partecipi del governo, e cominciò il famoso senato.

Forse dal riunire le molte corti che giudicavano a principio nelle varie isole, venne a formarsi la corte suprema della quarentìa criminale, che giudicava collegialmente, invece dell’unico podestà adoperato dai Comuni lombardi. Essendo la quarentìa chiamata a pronunziare negli affari di Stato, acquistò attribuzioni politiche come collegio intermedio fra la Signoria e il maggior consiglio, e ponderava le proposizioni di quella, prima di esporle a questo. I tre capi della quarentìa si resero poi membri perpetui della Signoria. Preso un partito, il maggior consiglio ne affidava l’esecuzione alla Signoria, cioè al doge col suo consiglio di sei, ovvero ai Quaranta.

Il suggello dello Stato rimaneva presso il cancellier grande, scelto non da case nobili ma cittadine, supremo notajo degli atti legislativi, presente al maggior consiglio e a tutte le solennità, insigne per onorificenze ed emolumenti, fin ottantamila ducati l’anno traendo dalle propine; ed essendo inamovibile, restava indipendente dal doge, al quale appena cedeva in dignità. Tre avogadori del Comune, specie di tribuni del popolo, patrocinavano la parte pubblica nelle cause di Stato e nelle particolari, vegliando alla legalità, alla riscossione delle tasse, alla nomina dei magistrati, al buon ordine; tenevano i registri di nascita dei nobili; e il loro veto sospendeva per un mese e un giorno gli atti di qualunque magistratura, eccetto il maggior consiglio, e tre volte potevano ripeterlo, dopo di che esponevano i motivi della loro opposizione.

Tre volte già era stato riformato lo statuto veneto allorquando Jacopo Tiepolo nel 1232 ne pubblicò un nuovo, detto Promissione del maleficio; poi dopo dieci anni fe raccogliere le vecchie leggi, correggerle e disporle; e furono pubblicate in cinque libri, che con sempre nuove aggiunte formarono il codice della repubblica.

Raccontavasi che Alessandro III, quando vi venne a conferenza col Barbarossa, donasse al doge un anello dicendo: — Il mare vi sia sottomesso come la sposa al marito, poichè colle vittorie ne acquistaste il dominio». Di qui la festa dell’Ascensione, quando il doge sullo splendido bucintoro andava a sposare il mare, gettandovi un anello, e dicendo: Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique dominii. Considerandosi perciò quai signori dell’Adriatico, i Veneziani vollero imporre una gabella a tutte le navi che ascendessero oltre una linea tirata da Ravenna al golfo di Fiume. Era senz’esempj questo chiudere un mare, comune ai costieri; e ne vennero guerre, massime coi Bolognesi, che però furono ridotti a rassegnarsi. Più tardi Giulio li pretese privarneli, e avendo detto all’ambasciadore Girolamo Donato, mostrasse il documento che attribuiva il golfo alla repubblica, questi rispose: — Sta scritto sul rovescio della donazione fatta da Costantino a san Silvestro». Il qual motto accenna la franchezza che Venezia tenne sempre a fronte della curia romana; poichè mai non lasciò trascendere le pretensioni clericali, e conservò sempre alta mano sopra le chiese, quantunque mostrasse spiriti religiosi, e molti dogi abdicassero per ritirarsi in monasteri, tra’ quali Pietro Ziani lasciò a cento chiese o luoghi pii onde facessero uffizj per l’anima sua.

Più tardi Clemente V vietò il commerciare cogl’infedeli, gravando i trasgressori d’una multa per la camera apostolica. Non vi badavano i Veneziani; ma molti in articolo di morte non ottenevano l’assoluzione se non soddisfacessero a questa multa, che talora assorbiva l’intera sostanza. Il governo però non lasciava che tal denaro uscisse, e quando Giovanni XXII (1322) mandò due nunzj per raccorre quelle postume penitenze, o scomunicare chi le negava, intimò loro di partire. Il papa interdisse i contumaci, citandoli ad Avignone; ma implicato col Bàvaro, non potè dar seguito a quest’atto, e Benedetto XII concesse dispense per far mercato cogl’Infedeli.

Quando sorse la quistione dei Tre Capitoli, dal patriarca d’Aquileja scismatico si staccò il patriarca di Grado, al quale obbedirono Venezia e le terre suddite. Alla pace con Alessandro III tenne compagnia una concordia fra i due patriarchi, rinunziando il gradense alle ragioni sulla provincia di quello e sui tesori che avea rapiti alla sua chiesa. Nicolò V consentì che la dignità patriarcale da Grado si trasportasse alla cattedrale di Castello di Venezia, e san Lorenzo Giustiniani ne fu il primo patriarca: intitolavansi anche primati della Dalmazia.

Le singole isole avevano fin dall’origine tribuni proprj, e alla greca divideansi in iscuole di mestieri, non dipendenti una dall’altra. Dopo che a tutte fu preposto il doge, non si alterò l’interno ordinamento, e i tribuni, mutati in massaj o gastaldi, deliberavano ciò che convenisse rispetto alla guerra, al commercio, all’interna amministrazione. Nelle scuole di rado era ammesso un forestiere, sicchè restavano separati i nuovi popolani dagli originarj, che soli avevano voce all’elezione del doge ed al governo. Gli antichi nobili traevano vigore dall’ingerenza loro in questi Comuni, coi quali venivano considerati identici, essendo con essi cresciuti; e con ciò metteano forte inciampo al doge, che perciò volgevasi piuttosto alle cose di fuori. Enrico Dandolo, robusto d’animo e irremovibile di proposito, ampliò la potenza di Venezia, procurando farla in Levante prevalere ai Pisani, poi acquistando un quartiere di Costantinopoli (1204) e un quarto e mezzo del greco impero[43]: signoria disseminata sulle coste o nelle isole, fra cui principale era Candia.