I Veneziani accasati a Costantinopoli ricevevano dalla metropoli un podestà, dipendente dal doge e dal maggior consiglio, ed avevano essi pure un grande e un piccolo consiglio, sei giudici per gli affari civili e criminali, due camerlinghi per amministrar le finanze, due avvocati per le controversie del fisco, e un capitano della flotta, tutti spediti da Venezia. In modo eguale o simile erano costituite le altre colonie, e poichè i magistrati di esse dipendeano dalla Signoria, il doge poteva esercitarvi fattività impeditagli in patria, aveva entrate indipendenti dai cittadini, faceasi corteggiare dai nobili che ambivano quei lucrosi impieghi, e che dai conquisti d’alcune famiglie erano intalentati a farne di nuovi.

In effetto molte famiglie presero stanza nelle isole e sulle coste, dal che veniva consolidamento all’aristocrazia. Ma questa non derivava, come altrove, dalla conquista, bensì dal credersi discendenti dai primi che dalla terraferma passarono sulle isole, e crearono il terreno della patria; il sistema feudale e i diritti nati dal possesso stabile ignoravansi, territorj non avendo. Altri, segnalatisi nelle magistrature, aveano trasmesso alle famiglie il lustro personale; altri s’erano arricchiti col commercio e con possedimenti nelle isole e in terraferma, che non conferivano diritti politici: sicchè ne venne una nobiltà non oziante e pericolosa, ma che poco a poco acquistava privilegi; ben distinta da’ plebei, eppure legata a questi mediante una specie di patronato, che contraevasi col divenirne compari, e col prenderli in protezione quando aspirassero a far passata.

Trattando però coi cavalieri di Francia nella crociata, i nobili videro come si potea soperchiare la plebe, spogliandola d’ogni diritto; nei governi stranieri contraevano l’abitudine del primeggiare, onde finivasi con prendere in dispregio gl’ignobili. Più nulla contando il popolo nelle elezioni, il doge non dovea che blandire il maggior consiglio, da cui era creato. D’altra parte, osservando le repubbliche del continente straziate da fazioni e terminanti in tirannia domestica, alcuni desideravano la sovranità si confinasse in pochi, e proposero di non ammettere nel gran consiglio se non quelli che vi sedeano allora, e di cui v’erano seduti il padre, l’avo e il bisavo. Il doge Giovanni Dandolo, comunque di famiglia antichissima e insuperbita dalle conquiste e perciò mal veduta, si oppose a tal restrizione, e ne seguirono parteggiamenti e sangue. Lui morto, mentre i quarantun elettori deliberavano (1289), la moltitudine, già esacerbata per un balzello sulla macina, cominciò a gridare alle usurpazioni de’ nobili, che del doge, magistrato del popolo, aveano formata la creatura loro, e proclamò Jacopo Tiepolo, di cui già erano stati dogi il padre e l’avo. Con quest’aura popolare egli avrebbe potuto divenire un tirannetto, come gli altri d’Italia: ma o magnanimo a sagrificar l’ambizione alla libertà della patria, o pusillanime a non affrontare i rischi d’una rivoluzione forse da lui fomentata, andò esule volontario, e gli oligarchi riuscirono a metter doge Pier Gradenigo, uomo ancor fresco, incline ad umiliare il popolo e i nuovi nobili sotto una nobiltà ereditaria, al che il tempo gli diede opportunità.

L’ingrandirsi di Venezia eccitava gelosia a Genova e a Pisa. I Genovesi le mossero anche aperta guerra in Tolemaide, ma a loro grave costo: poi per contrariarla favorirono i Greci, a danno degl’imperatori Franchi di Costantinopoli; quando questa fu ripresa, molti vantaggi stipularono, e fecero chiudere ai Veneziani le tre vie dell’Eusino, dell’Egitto, della Siria. Ne derivò lunga nimistà, che alfine fu composta per le cure del papa: ma scoppiata di nuovo, l’imperatore Andronico II Paleologo ne tolse occasione di far catturare i Veneziani; e i Genovesi mossero addosso ai prigionieri, e li trucidarono.

Per vendetta (1293) Ruggero Morosini menò sessanta galee veneziane a saccheggiare gli stabilimenti de’ Genovesi, prese e demolì Pera, ove teneano quartiere, ed assalse il palazzo imperiale; intanto che un’altra flottiglia distruggeva Caffa, e per tutti i mari predava i legni e sovvertiva le colonie di Genova. Le due flotte si scontrarono davanti a Cùrzola (8 7bre), isola di Dalmazia; e i Genovesi, governati da Lamba Doria, tant’erano sbaldanziti, che proposero abbandonare ai Veneziani le navi, purchè andasse salvo l’equipaggio. Avuto il no, assumono il coraggio della disperazione, e vincono, da diecimila nemici uccidono, seimila fanno prigionieri, fra’ quali Marco Polo e lo stesso Andrea Dandolo ammiraglio, che, non sapendo darsi pace della perdita d’una battaglia attaccata contro sua voglia, diè del capo nell’antenna nemica e finì.

Genova esultò; stabilì che ogni 8 settembre la Signoria andasse offrire un pallio di broccato d’oro in San Matteo, dove si fabbricherebbe un palazzo all’ammiraglio vincitore. Ma Venezia non isbigottì, anzi, crescendo animo a misura della perdita, ebbe subito in acqua cento altre galee, chiamò macchine e piloti da Catalogna, accolse i Guelfi fuorusciti di Genova; e Domenico Sciavo, già illustratosi nelle guerre di Romelìa, portò il terrore nelle flotte genovesi, entrò fin nel porto della nemica, e su quel molo (1294) battè moneta ed eresse un monumento di disonore. Interpostosi Matteo Visconti, fu fatta una pace perpetua, che ciascun capitano di nave dovea giurare prima di mettere alla vela. Questi casi diedero prevalenza all’aristocrazia.

Venezia, vascello ancorato nelle lagune, viveva tutta delle relazioni sue coi forestieri, onde non poteva abbandonarsi alla marea popolare, ed aveva mestieri di sguardo attento, freddo calcolo, severa e coerente politica, di un’energia sostenuta, d’un accentramento di forze, quale non si può ottenere dalla moltitudine. Venne dunque consolidandosi il predominio costituzionale dell’aristocrazia, e massime in questa guerra, di cui ad essa toccavano le spese, i comandi, la gloria; onde con tal vento essa mandò in porto una legge tutta a suo favore. Sebbene il maggior consiglio eleggesse i proprj membri, asserivasi che da tempo la scelta cadeva sempre nelle stesse famiglie; onde il doge Gradenigo, uomo fermo, superiore alle vociferazioni del popolo e avverso a questo perchè gli negò gli applausi, propose quel che altre volte era stato respinto: non si esaminasse più se i membri delle famiglie allora sedenti nel gran consiglio dovessero esser rieletti, ma se meritassero d’essere esclusi; il qual giudizio si farebbe dal primo tribunale dello Stato. Adunque i giudici della quarentìa ballottarono un per uno quelli che negli ultimi quattro anni avevano partecipato al consiglio; e chi riportò dodici dei quaranta suffragi, vi era confermato per un anno; dopo di che eleggevansi i successori alla stessa maniera; tanto per non levare tutte le speranze, s’aggiunse una lista di supplimento con nomi di altri cittadini (de aliis) da ballottare occorrendo.

L’elezione del consiglio sovrano, allora di circa cinquecento membri, si trovò dunque trasferita dal popolo nel tribunale criminale: quando poi si proibì di ammettervi uomini nuovi, restò costituita una nobiltà privilegiata ereditaria, escludendone anche casate opulente ed antichissime, quali i Badoero, per l’accidente che nessun di loro sedeva in quell’anno nel consiglio. Infine fu tolta la periodica rinnovazione di questo, ed aboliti gli elettori col deliberare che, chi possedesse le richieste condizioni, a venticinque anni fosse dalla quarentìa registrato, e così entrasse nel gran consiglio. Il quale, non più riempito che di nobili, al solo vantaggio de’ nobili provvide, senza che rimanesse nè contrappeso alla podestà loro, nè speranza al merito: presto ammutolita anche l’opposizione degli avogadori del Comune, l’aristocrazia restò ereditaria.

La nobiltà esclusa dal maggior consiglio si arrovellava; reclamò, e vide i reclamanti appiccati[44]; sicchè, non avendo legittima via d’opposizione, ricorse alle trame onde acquistare non eguaglianza con tutti, ma privilegi con pochi. Bajamonte (1310) figlio di Jacopo Tiepolo, personalmente avverso al doge, unito colle famiglie Querini che pretendea discendere da Galba imperatore, Badoero che erano i Participazj sette volte dogi, Barbaro, Maffei, Barozzi, Vendelini ed altre, che affettarono il nome di Guelfi e la protezione della Chiesa, congiurarono di occupare la repubblica e ripristinare l’annua elezione. Armi molte teneva ogni casa, sì per lusso, sì per proteggere i commerci marittimi: Padova prometteva ajuti. Ma il doge ne seppe, e li prevenne; adunò in piazza San Marco le poche forze e gli arsenalotti; si battagliò per le vie, e molti anche de’ principali perirono; Bajamonte, che si sostenne alcun tempo in Rialto, ricusò il perdono offerto, e andò a morire fra i Croati. Degli altri catturati si fece sanguinosa giustizia; sui profughi si lanciarono taglie e sicarj; abbattuti i palazzi e cassati i nomi dei Querini e dei Tiepolo[45]. Onde prevenire simili attentati, s’istituì la magistratura de’ Dieci, con arbitrio sulla vita e l’avere dei cittadini e del pubblico. Era una commissione straordinaria; ma seppe allungare i processi e concatenare gli indizj tanto, che fu dichiarata stabile, e «tenacissimo vincolo della pubblica concordia».

Novità tentò pure Marin Faliero, d’una delle tre più antiche case di Venezia. Violento uomo, stando podestà a Treviso avea schiaffeggiato il vescovo in pubblico perchè tardava a uscire in processione; poi fatto doge (1354), e a settantasei anni sposata una bella fanciulla, su tal conto ricevette una beffa sanguinosa da Michele Steno, uno dei tre capi della quarantìa; e non potendo ottenere altra soddisfazione che di vederlo fustigato a code di volpe e sbandito per un anno, tramò. Vecchio, arrivato al posto maggiore cui l’ambizione potesse aspirare, per mero dispetto si collegò con persone di poco conto, con Bertuccio Israeli ammiraglio dell’arsenale, cioè capo de’ lavoratori, e collo scultore Filippo Calendaro, plebei molto ascoltati fra il popolo; del quale esageravano i sofferimenti, incolpandone l’aristocrazia, ed invogliando a scassinarla. Tutto era disposto per una sollevazione ove trucidare tutti i nobili, quando i Dieci n’ebbero spia, e il Faliero (1355 — 17 aprile) convinto fu decapitato là dove i dogi prestavano il giuramento; ai complici le forche, al popolo ribadite le catene, e stabilito che arengo, cioè il parlamento generale, «nè per messer lo dose nè per altri pol esser chiamado, salvo che, creando el dose, debba esser chiamato arengo a pubblicar la creation secondo usanza».