Nel musaico che papa Leone III poneva in Laterano il 798, cioè nella città più colta del mondo e pel ristoratore degli studj, è scritto: Beate Petrus dona vita Leoni pp. e victoria Carulo regi dona; dove già vedete abbandonate le desinenze, e raccorcia la congiunzione. Il testamento di Andrea arcivescovo di Milano nel 908 legge: Xenodochium istum sit rectum et gubernatum per Warimbertus humilis diaconus, de ordine sancte mediolanensi ecclesiae nepote meo et filius b. m. Ariberti de befana, diebus vite sue. E quattro anni più tardi un altro: Pro me, et parentorum meorum, seu domni Landulphi archiepiscopi seniori meo, animas salutem. E altrove: Foris porte qui Ticinensi vocatur — Ego Radaperto presbitero edificatus est hanc civorio sub tempore domno nostro.... Strafalcioni così madornali, e fra persone addottrinate come erano prelati roganti e notaj rogati, convincono che il latino non parlavasi più nemmeno fra la classe elevata; giacchè chi detta in lingua propria accorda nomi e verbi senza dare in fallo, mentre in bizzarre sconcordanze inciampa chi presume adoperarne una differente. Di qui pure la durezza delle costruzioni, la ineleganza degl’idiotismi, la mancanza di spontaneità, la varietà degli stessi solecismi, attesochè non provenivano da un comune modo di favellare, ma dal capriccioso stento di ciascuno nel latinizzare il proprio linguaggio.

Siccome Romani erano chiamati dal conquistatore tutti i vinti, così romana o romanza fu detta la loro favella, non solo in Italia, ma dovunque a colonie latine si sovrapposero i Barbari. Nè però noi sogniamo con quelli che credono una lingua romanza fosse parlata in tutta l’Europa latina; fatto da nessun documento provato, e dalla ragione smentito. Se latino non parlavano le provincie neppure ai tempi più robusti dell’Impero, allorchè da Roma venivano e leggi e magistrati, quanto meno dopochè furono inondate da popoli di vulgari differenti e incolti?

Papa Gregorio V nel suo epitafio è lodato perchè

Usus francisca, vulgati et voce latina,
Instituit populos eloquio triplici.

Questa lingua vulgare in Italia tenea molta conformità col latino letterale: talchè Gonzone, italiano del 960, dice che nel parlar latino gli era talvolta d’impaccio l’abitudine della lingua vulgare, tanto a quella somigliante. Pure que’ notaj o cronisti molte volte si tengono obbligati a spiegare la parola latina con una più conosciuta, la quale si riscontra identica a quella che oggi usiamo; a modo de’ vulgari italiani sono nominate alcune località indicate in esse carte, o persone e mestieri; il vulgo poi attribuendo, come è suo stile, soprannomi di beffa o di qualificazione, lo facea con parole che diremmo italiane. Talvolta ancora lo storico mette voci vulgari in bocca de’ suoi personaggi, o lasciasi per abitudine cascar dalla penna idiotismi e frasi, quali usavano nel parlare casalingo, e che ritraggono non meno dell’ignoranza dello scrittore, che del paese ond’egli è. Tutte prove che già era distinto il linguaggio nuovo dall’antico.

Il domandare però quando la latina lingua nell’italiana si trasformò, equivale al domandare in che giorno un fanciullo diventò giovane, e di giovane adulto. E come voi oggi vi credete quel di jeri, e di giorno in giorno, restando lo stesso, vi cambiaste pure di bambino in fanciullo, poi in adolescente, in uomo, in vecchio; al modo stesso procede il travaglio delle lingue. Ai pochi scienziati tornava comoda e gradita una lingua comune, per cui mezzo partecipare i loro pensieri anche a quelli d’altra favella; onde coltivarono il latino, negligendo i vulgari. I signori avranno trattato degli affari in dialetti tedeschi; ma quando era da ridurli in iscritto, ricorreano a cherici nostrali, che si servivano di quel gergo da loro chiamato latino; gli strumenti stendevansi da notaj colle formole antiche; in latino erano dettate leggi e convenzioni; nè verun grande interesse spingeva a svolgere le lingue vulgari. Le prediche possiam credere fossero capite dalla gente comune, come sono oggi quelle che, per mezza Italia, si recitano in lingua tanto diversa dai dialetti: qualche volta però il predicatore esponeva in latino, poi egli stesso o un altro spiegava in vulgare. Nel 1189 consacrandosi Santa Maria delle Carceri, Goffredo patriarca d’Aquileja predicò liberaliter et sapienter: Gherardo vescovo di Padova spiegò al popolo maternaliter, cioè tradusse in vulgare. Nel 1267 assolvendosi il Comune di Milano da censura incorsa per avere aggravezzato beni d’ecclesiastici, vien letto l’atto in presenza di molti congregati, primo literaliter et secundo vulgariter, diligenter, per seriem de verbo ad verbum.

Fanciulleggiarono le lingue finchè scarse le comunicazioni e gli affari in cui adoperarle; ma quando anche il popolo, redento dalla servitù feudale, fu chiamato a discutere de’ proprj interessi, dovettero acquistare estensione e raffinamento i dialetti, non volendo l’uomo ne’ consigli parlare altrimenti che nell’usuale conversazione, nè potendo ciascuno avere in pronto il notaro che esponesse i suoi sentimenti.

Non sorgono dunque le lingue nuove per arte e proposito, ma dietro all’eufonia e all’analogia, secondo la logica naturale e quell’istinto regolatore che così meraviglioso si manifesta ne’ fanciulli. Alla parte poetica, educatrice di ciascun dialetto, si univa l’erudizione, cioè gli elementi trasmessi dal mondo antico; e così le lingue moderne, poetiche e popolari di natura, acquistarono coltura sull’esempio delle precedenti.

La separazione dei Comuni e dei feudi avea portato prodigiosa varietà di dialetti: quando si fusero in piccoli Stati, e i piccoli in grandi, un dialetto speciale fu tolto a raffinare di preferenza, e le nazioni acquistarono anche quel che n’è distintivo primario, la lingua.

Ed anche in questa si rivela la condizione politica; e mentre la Francia riducevasi a unità di dominio, e con questa veniva unità di linguaggio; da noi, fra tanto sminuzzamento di Stati, altrettanto se n’ebbe dei parlari, e più d’uno recò innanzi pretensioni di priorità o di coltura.