L’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Temistocle fece dannare a morte l’interprete venuto cogli ambasciadori di Persia, perchè aveva profanato il greco coll’esporre in questa lingua l’intimata del fuoco e della terra: ai Cartaginesi fu proibito di studiare il greco: latino parlavano i magistrati romani anche ai Greci, nè altrimenti che in quella lingua poteano darsi gli editti del pretore. Tra le altre servitù che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino; e Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Licia, il quale non seppe così rispondergli. Davanti al senato contendevasi se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione piuttosto che dire monopolio. Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni e ne’ composti; mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più distanti: e più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma.
Ma che a generare le lingue nostre, dette romanze perchè uscite dal romano, principal parte avessero i Barbari, a noi sembra tutt’altro che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure non riscontri vocabolo gotico in quell’idioma: Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto un corso d’acque o la cresta d’un monte frapponevansi a due linguaggi diversissimi, quanto è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari?
Nondimeno, a sentire certuni, avrebbe a credersi che un bel giorno i nostri d’accordo avessero dismesso il parlare romano, e assunto quello dei Barbari. Ma a qual fine? l’Italiano non aveva nulla a chiedere al conquistatore se non misericordia: questi invece bisognando dei vinti per tutte le necessità della vita, era costretto modificare la sua loquela sulle nostre, non il contrario. E che ciò sia vero, voi trovate nella nostra rimasti ben pochi termini d’origine teutonica, e questi significano armi e generi nuovi di oppressioni; i pochi che si applicano alle occorrenze della vita, hanno a fianco ancora vivo il sinonimo latino; a ogni modo son meno assai che non le voci latine accettate dai Tedeschi. Anzi alla storia dice qualche cosa il vedere che le parole de’ vincitori adottate furono spesso tratte al peggio senso; e land, che pei Tedeschi è terra, per noi fu un terreno incolto; e ross non espresse un cavallo, ma un cavallaccio; e barone divenne sinonimo di paltoniere e birbo; e grosso significò tutt’altro che grandezza.
Ben troveremo nel parlar nostro voci e locuzioni assai, che non traggono origine dalle latine, o dirò più preciso, non dalle latine scritte; e queste sono spesso delle più necessarie; di molte la radice non si riscontra neppure fra i Settentrionali; e più frequentano nei paesi ove i Nordici non posero mai nido, come sarebbero Toscana, Sicilia, Venezia, Romagna. Ora, donde vennero elle se non dai prischi dialetti, ch’erano sopravissuti alla dominazione romana? e non n’è altra prova la conformità mantenutasi tra dialetti di paesi ove pure si parlano due lingue differenti? Se fossero certe due carte addotte dal Muratori, sino dal 900 i Corsi e i Sardi avrebbero usato un vulgare assai simile al nostro; eppure non vi presero dimora le genti tedesche.
Adunque la nostra lingua (e vale a un bel circa lo stesso delle altre romanze) non è che la parlata dagli antichi Latini, colle modificazioni che necessariamente, in qualunque favella, introduce il volgere di venti secoli. Altre prove ne troverà chi osservi come noi tuttodì usiamo termini che il latino classico repudiava come vecchi o corrotti, ma che doveano correre tra il popolo, giacchè li vediamo resuscitare quando si guasta o ammutolisce il linguaggio letterario. E poichè noi non nasciamo dai pochi letterati, ma dal grosso della popolazione latina, perciò le parole d’oggi tengono il significato de’ bassi Latini, anzi che quello degli aurei.
Più che delle parole vuolsi tener conto delle differenze grammaticali che dicemmo, come il supplire alla varietà di desinenze colle preposizioni, l’anteporre ai nomi l’articolo, il formare coll’ausiliario molti tempi della maniera attiva e tutti quelli della passiva, l’abbandono dell’inutile genere neutro e dell’inesplicabile verbo deponente. Ma è natura di tutte le lingue, nel loro procedere, di farsi più chiare, più analitiche, in ragione che s’impoveriscono di forme grammaticali; e ciò si avvera ben anche nel tedesco e nel persiano, per accennare solo a lingue del gruppo stesso della latina, e a paesi cui non arrivarono immigrazioni della natura delle nostre. Già nel latino de’ migliori tempi si trovano indicate le relazioni per via di segnacasi, non erano ignoti gli ausiliarj avere e stare, del qual ultimo ci sopravive il participio stato. L’articolo, proprio della lingua greca e delle germaniche, non era raro fra i Latini, sia il determinante ille o l’indeterminato unus; e sentendosi il vantaggio di quella precisione nel parlare ordinario, anche nello scrivere si ammetteva l’ipse e ille, o si surrogava l’articolo a questi prenomi, come oggi si fa; talchè nelle litanie che cantavansi in chiesa al tempo di Carlo Magno, il popolo rispondeva Ora pro nos, Tu lo adjuva. In tal modo s’introduceva o confermava l’uso dell’articolo, caratteristico alle lingue dell’Europa latina, differente però da quel de’ Greci e del gotico, i quali non escludono la declinazione. Ed esso e gli ausiliarj vennero a risarcire in chiarezza e analitica precisione ciò che le lingue perdevano in dovizia e simmetria. Il fondo però restava sempre latino, ed è noto che in varj dialetti d’Italia occorrono intere frasi prettamente latine, nel friulano per esempio; si scrissero poesie bilingui, lunghe composizioni sardo-latine.
Nè le parole, dunque, nè il sistema grammaticale fa mestieri derivare dagli invasori: ma poichè monumenti mancano onde seguire storicamente questa trasformazione, siam ridotti cercarla a tentone in qualche parola sfuggita a quei che usavano la lingua letteraria.
Un singolare documento ci rimane nei comandi militari dei tribuni: Silentio mandata implete — Non vos turbatis — Ordinem servate — Bandum sequite — Nemo dimittat bandum — Inimicos seque. Quel bandum per vexillum, quel sequite e quel turbatis, imperativi insoliti, sono i precursori delle contorsioni che in ogni parlare si fanno pel comando delle milizie. Dell’anno trentotto di Giustiniano trovasi un istromento sopra papiro, fatto in Ravenna e già pieno di modi all’italiana, come Domo quæ est ad sancta Agata; intra civitate Ravenna; valentes solido uno; tina clusa, buticella, orciolo, scotella, bracile, baudilos. Ammiano Marcellino dice che i Romani del suo tempo giacevansi in carrucis solito altioribus; e carrocia per carrozza dice oggi il vulgo lombardo. La Storia miscella riferisce al 583, che, mentre Commentiolo generale guerreggiava gli Unni, un mulo gittò il carico, ed i soldati gridarono al lontano mulattiere nella favella natia, Torna, torna fratre; onde gli altri lo credettero un ordine di tornare indietro e fuggirono. Ajmonino racconta che Giustiniano ebbe prigioniero il re di certi Barbari, e fattoselo sedere a lato, gli comandò di restituire le provincie conquistate, e poichè quegli rispose Non dabo, l’imperatore replicò Daras; forma nostrale del verbo dare al futuro.
Così la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, sin a formarne due diverse; siccome anche i Barbari conservavano la favella nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Ma se in altri paesi il vinto gloriavasi di usar la lingua del vincitore come segno d’emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore stesso che non avea letteratura, si serviva di secretarj nostri, e perciò della lingua latina onde scrivere le leggi. In queste sovente alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare: prova evidente dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, trovandosi i signori diffusi ne’ castelli, in contatto cogl’indigeni e non coi nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.
Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava; e ciascuna v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei costrutti. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio il progressivo mutarsi dell’antica nella nostra favella.