Chiunque abbia meditato sulla natura delle lingue, sarà convinto che il vulgo romano doveva averne una propria, diversa da quella che scrivevano Livio e Cicerone, più analitica, trascurante delle desinenze, alla cui varietà suppliva colle preposizioni, cogli ausiliarj alle inflessioni de’ verbi, e le relazioni meglio determinava mediante gli articoli. I bei parlatori aveano forbito la lingua col delectus verborum, cioè mediante l’eufonia e l’analogia rimovendo le parole troppo usuali ed aspre, per attenersi alle dolci, tornite e numerose. I grammatici con Fortunaziano insegnavano che longioribus verbis decora et lætior fit oratio; onde si accettarono i composti come inaurare, aggregare, apparere, extinguere, observare, exprimere, non i loro semplici, i quali dovettero però restare nella lingua del popolo. Di fatto raccogliamo che questo dicea scopare, stopa, sufolo, bellus, caballus, dove gli aristocrati usavano verrere, linum, tibicen, pulcher, equus: anellus e scutella abbiamo in Cicerone, adjutare in Pacuvio, minaccias in Plauto, in Lucrezio bene sæpe, come bene impudentem in Cicerone; e negli scrittori agrarj raccolti dal Goes, botones per mucchi di terra, brancam lupi, campicellus, monticellus, flumicellus, montaniosus, fontana, planuria, quadrum, e ben altri vocaboli ignoti al parlar letterario. Donde ci si fa persuaso che, fra i patrizj latini prevalendo elementi etruschi e greci, di questi si nutrisse la loro lingua, mentre gli oschi e sabini prevalevano nella rustica, adoperata da’ plebei, la quale noi, per annunziarci senza ambagi, crediamo sia la stessa che oggi parliamo, colle modificazioni portate da trenta secoli e da tante vicende.

Le prove di tutto ciò noi le adducemmo altrove: e certamente Plauto discerne la lingua nobilis dalla plebeja; la prima dicevasi anche urbana o classica, cioè propria delle prime classi; l’altra rustica o vernacola, dal nome dei servi domestici (vernæ), e anche da Vegezio pedestris, da Sidonio usualis, quotidiana da Quintiliano, il quale move lamento che «interi teatri e il pieno circo s’odano spesso gridar voci anzi barbare che romane», e avverte che in buona lingua non dee dirsi due, tre, cinque, quattordice, e geme che ormai il parlare sia mutato del tutto. Che v’avessero maestri del bel parlare latino l’accerta Cicerone, aggiungendo che non è tanto gloria il saper di latino, quanto vergogna l’ignorarlo; ed esortando, giacchè s’ha il linguaggio di Roma corretto e sicuro, a seguir questo, ed evitare non solo la rustica asprezza, ma anche l’insolito forestierume. Ovidio raccomanda ai fanciulli romani d’imparare linguas duas, cioè il latino e il greco, e di scrivere alle amanti in lingua pura e usitata: un purista censurò il cujum pecus di Virgilio, come parola di contado. Che se la passionata imitazione del greco diede al latino una consistenza che lo preservava almeno dalle profonde e repentine alterazioni, al popolo non importarono questi raffinamenti, e continuò a seguir l’abitudine di ciò che aveano detto il nonno e la nonna.

Nè le lingue prische erano spente ne’ paesi conquistati della restante Italia. Quando Bruto veniva proconsole nelle Gallie, Cicerone l’avvertiva che v’udrebbe parole poco usate a Roma (parum trita): a Decimo Bruto, negli ultimi aneliti della repubblica, fu agevolata la fuga da Bologna verso Aquileja dal sapere il dialetto di quei paesi. Tito Livio fu tacciato di patavinità. In lingua osca i giovani romani rappresentavano le Atellane, e il popolo ne andava pazzo. Pompeo Festo si duole che ormai non si conoscesse il latino in quel Lazio, da cui avea dedotto il nome. E i così varj dialetti nostri attestano antichissime differenze di idiomi, ben anteriori all’invasione dei Barbari.

Viepiù doveano le prische lingue sussistere fuori d’Italia, e basterebbe a provarlo il consulto d’Ulpiano che consente di stendere i fedecommessi non solo in latino e greco, ma in lingua punica, gallica, o di qualsiasi altra gente. Le legioni nostre che per le provincie accampavano, e quelle reclutate di stranieri che s’assidevano poi in Italia, doveano trasportar qui voci e modi ignoti ai colti parlatori.

Aggiungansi le varietà di pronunzia. Il vecchio latino era aspro, quanto lo prova il rozzo numero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento d’eufonia, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori, teneva, cred’io, ai prischi idiomi o dialetti italici, nei quali quanto si amasse la terminazione in o appare dalle monete della bassa e media Italia, dal famoso senatoconsulto de’ Baccanali, e dagli epitafi degli Scipioni. Colla lingua dunque a terminazione variata, consueta negli scritti, viveva quella a terminazione fissa che parlavasi, e che crebbe col volger de’ secoli, tanto che nell’italiano noi ci troviamo aver conservato le parole che escono in vocale (acqua, stella, porta...), mentre a quelle in consonante appiccicammo una vocale, o ne prendemmo l’ablativo (fronte, ardore, arbore, libro...). Dappertutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: e che di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine?

Segnalate vestigia n’abbiamo nelle iscrizioni, massime in quelle de’ primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non secondo grammatica. Per tali accidenti, sopprimevansi spesso la s, la c, la m finale, stringevasi il dittongo au in o, proferivasi l’e per l’o e per l’i, il v pel b, sicchè mundus, fides, tres, aurum, scribere, sic diventavano mondo, fede, tre, oro, scrivere, sì; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi s’avvicinavano alla pronunzia, anzichè all’uso letterario.

Quando poi la gente meglio stante e la Corte si trapiantarono a Costantinopoli, e ringhiera e senato qui ammutolirono, nè v’ebbe corpo di scrittori o impero di tradizioni che gli conservasse l’aristocratica castigatezza, il latino, come uno stromento complicato in mani inesperte, doveva alterarsi viepiù perchè così sintetico, e perchè non procede per mezzi semplici secondo il rigoroso bisogno delle idee, ma con tanti casi e conjugazioni e artificiosa inversione di sintassi.

Sottentra allora il pieno arbitrio dell’uso, cui stromenti sono il tempo e il popolo, operanti nel senso medesimo. Il popolo vuole speditezza, e purchè il pensiero sia espresso, non sta a cercare d’esattamente articolar la parola o di adoprare tutti gli elementi, lusso grammaticale. Adunque, invece della finezza di declinazioni e conjugazioni, adoperò la generalità delle preposizioni e degli ausiliarj, specificò gli oggetti coll’articolo, mozzò le desinenze. Pei quali modi la lingua latina, forbita dagli scrittori classici, non imbarbariva, come dicono i più, ma tornava verso i principj suoi, riducendosi in una più semplice, poco o nulla distante dalla nostra odierna; sicchè il parlare che chiamano del ferro era un’altra fasi della lingua, ove la scritta accolse in maggior copia voci e forme della parlata, e modificate secondo paesi: donde quel lamento di san Girolamo, che la latinità ogni giorno mutasse e di paese e di tempo.

Ajutarono siffatta evoluzione gli scrittori ecclesiastici, che più non dirigendosi a corrompere ricchi e ingrazianire letterati, ma recando al vulgo le parole della vita e della speranza, non assunsero la lingua eletta, ma la comune, la vernacola. Essi mostrano sprezzare l’eleganza e perfino la correzione; sant’Agostino dice che Dio intende anche l’idiota, il quale proferisca inter hominibus; san Girolamo professa voler abusare del parlare, per facilità di chi legge. Chi dunque abbia mente alla purezza ciceroniana, dee nausearsi ai tanti modi che si scontrano ne’ Padri, e fulminarli col nome di barbarismi: ma il fatto era che il cristianesimo, come le altre cose, così trasformava la lingua. Nel tradurre la Bibbia, destinata non ad aristocratico allettamento, ma ad edificazione della plebe, si sbandirono le forme convenzionali e l’artifizioso periodare de’ classici, il quale del resto non s’incontra in coloro che con minore arte scrissero, come nell’inarrivabile Cesare o nelle epistole di Cicerone e de’ suoi amici; ma secondo il parlar comune, si tenne semplice l’andamento, ingenua l’esposizione. I precettori, che la sentenziano di corruzione e barbarie, dovrebbero riflettere che l’antichissima versione detta italica fu eseguita nel fiore della latina favella; e in quei salmi l’idioma del Lazio prende un vigore inusato, e per secondare la sublimità dei concetti ripiglia la nobile altezza che dovette avere ne’ sacerdotali suoi primordj, un’armonia, diversa da quella che i prosatori cercavano nel periodeggiare e i poeti nell’imitazione dei metri greci, e che pure è tanta, da farla ai maestri di canto preferire persino all’italiano.

Questo rifarsi della favella plebea, questo ritorno verso l’Oriente dond’era l’origine sua, avrebbe potuto ringiovanire il latino, infondendogli l’ispirato vigore delle belle lingue aramee e la semplice costruzione del greco; ma troppo violenti casi sconvolsero quell’andar di cose; e quando l’Impero cadeva a fasci, era egli a promettersi un ristoramento della letteratura?