Al tempo che descriviamo, le arti, più che ritrarre al vero la vita, pareano proporsi di spiritualizzare la materia; più che la bellezza plastica, stavano fedeli ad un’espressione delicata e spirituale; più che ai particolari, badavano all’effetto generale, onde tutte e tre si teneano per mano, e l’artista potea valersi d’ogni mezzo, del simbolo, del rilievo, della doratura, delle parole che or uscivano di bocca, or giravano col lembo della veste, or coll’aureola al capo. A vicenda la pittura doveva esprimere il suo concetto nel modo più semplice ed evidente, senza distrazione di accessorj, nè tampoco nel fondo, senza ricerca di bellezze naturali; poichè il dilettare non era che mezzo. Insomma le arti si conservavano mistiche e religiose, benchè dall’erigere e ornare i tempj di Dio passassero già ad abbellire le stanze degli uomini, e credeano non si potesse raggiungere il vero bello se non mediante l’ispirazione, nè questa ottenere se non con cuore mondo, viva fede, orazione fervorosa.

Bufalmacco diceva che i pittori, «attendevano a far santi e sante per le mura e per le tavole, ed a far perciò, con dispetto dei demonj, gli uomini più devoti e migliori»: un’iscrizione a piè del quadro[136] o l’effigie del pittore medesimo pregante, dovevano attestare la sua devozione. Quel Teofilo che dicemmo, diresse l’opera sua alla pittura sacra, ai vasi, ai messali, alle vetriate delle chiese; onde non solo nella proposizione, tutta elevatezza di spirito, ma ad ogni tratto erge l’artista a Dio da cui emana l’arte, e vuol consideri la propria professione come un incarico divino; e per ricompensa della fatica di stendere il suo libro ut quoties labore meo usus fueris, ores pro me ad misericordiam Dei omnipotentis. Cennino Cennini, che cento anni dopo Giotto esponeva i precetti e segreti da questo tramandati ai discepoli, chiudeva il trattato della pittura col pregar Iddio e la Madonna e san Luca primo pittore cristiano, acciocchè quei che leggessero il facciano con frutto, e ne ritengano per sempre gl’insegnamenti. Il beato Giovan Dominici, in tutti i conventi che metteva o riformava, stabiliva scuole di miniare, e alle Domenicane del Corpus Domini di Venezia scriveva regole sul ben lavorare di minio, e offrivasi a terminar egli quel ch’esse non sapessero, parendogli arte opportuna ad elevare a casti pensieri[137]. Lippo Dalmasio non si poneva mai a dipingere la Madonna, che non v’avesse premesso il digiuno e la comunione. Gli statuti dell’arte dei pittori senesi del 1355 cominciano: — Noi siamo per la gratia di Dio manifestatori agli uomini grossi che non sanno lettera de le cose miracolose, operate per virtù et in virtù de la santa fede; et la nostra fede principalmente è fondata in adorare et credere uno Idio in ternità, et in Idio infinita potentia et infinita sapientia et infinito amore et clementia; et neuna cosa, quanto sia minima, può aver cominciamento o fine senza queste tre cose, cioè senza potere, et senza sapere, et senza con amore volere».

E per lungo tempo artisti e scienziati continuarono a considerare l’uomo come il principale strumento, e la morale come il fine delle discipline; laonde Leonardo da Vinci, disegnando un oriuolo, vi scriveva a fianco: — Usa le ore in modo da vivere nella prosperità»; Michelangelo diceva che la mano è nulla, ed obbedisce allo spirito che sa dirigerla; il Marchi cominciava il suo trattato d’architettura militare da capitoli sull’uomo, sull’elevare lo spirito alla considerazione delle cose, sull’acquistar onore e gloria colle virtù; e alle tavole di disegno apponeva detti morali: — L’uomo può tutto quando voglia. La fatica vince ogni ostacolo».

CAPITOLO C. Lingua Italiana.

Avvenimento importantissimo nel medioevo è il formarsi, o, dirò meglio, l’apparire delle lingue nuove, e della nostra specialmente, che di buon’ora troviamo svolta a segno, da bastare ai più nobili argomenti. Ne dedussero le voci e i modi chi dal tedesco, chi dal greco, chi dal provenzale, chi dal celtico, e fin dall’arabo e dal persiano: e al vederli tutti sostenere l’assunto con lauta erudizione e spesso con lealtà, tu inclini a credere che nessuno avesse interamente ragione, tutti n’avessero parte. Effetto dell’impicciolire la quistione isolandola, mentre anzitutto bisogna aggruppare le lingue derivanti da ceppo comune, le quali perciò tengono somiglianze grandissime, senza che l’una sia figliata dall’altra.

È abbastanza conosciuto che le lingue si raccolgono sotto tre gruppi, denominati dai tre figli di Noè. Delle giapetiche, una vasta famiglia s’intitola indoeuropea, perchè abbraccia quasi tutte quelle della moderna Europa, insieme col persiano e col sanscrito dell’India; lingue aventi un organismo comune, e maggiori o minori somiglianze fra sè. Appartiene a queste la latina, la quale assai partecipa della greca, ma non per questo è a credernela figlia; tant’è vero che tiene della sanscrita molto maggior numero di termini che non la greca. Espressioni della società che le adoperava, la sanscrita era lingua sacerdotale, popolare la greca, grave ed aristocratica la latina, avente per carattere speciale la maestà, di cui persino il nome è ignoto alle altre; lingua singolarmente opportuna ad esprimere il comando, sicchè in essa furono dettate le più insigni legislazioni, poi i canoni del nuovo impero incruento: lingua della civiltà, che si fuse cogli idiomi tutti dei Barbari per redimerli dalla materialità; che fu adottata come universale nella società cattolica, ove tutto doveva esser uno.

Il latino si formò da un fondo indiano derivatole per la Tracia, e dai dialetti delle varie colonie stabilitesi in Italia, e delle genti sottomesse o consociate. I più antichi monumenti lo mostrano vago e incerto, come quello che non era scritto o poco; anzi gli uni differiscono dagli altri talmente, che senza estrinseci argomenti non si arriverebbe a determinarne l’età, e l’epitafio di Lucio Scipione si direbbe più antico che quello di Barbato suo padre (Capitoli III e XXXI, e Appendice I, dove le prove di ciò che qui si asserisce).

Regola ed affinamento ricevette mediante la letteratura greca; e mentre appariva rauco ed inculto nel Carme Saliare, sonò breve e marziale in Ennio. Via via si andò ripulendo e fissando; l’assoggettamento del Lazio fece che, se la lingua di Roma andava corrotta da tanto affluir di genti d’ogni favella, ne rimanesse quale tipo la lingua del Lazio, la latinità, distinguendosi Roma soltanto per quell’urbanità, di cui, come dice Cicerone, più si avverte la mancanza in provincia che la presenza in città. Fomentato dal patriotismo e dalla libertà, invigoritosi nelle lotte esteriori ed interne, fatto robustamente conciso dall’orgoglio nazionale, arricchito colle spoglie altrui, perfezionato da tanti scrittori, il latino negli ultimi tempi della romana repubblica aveva nobiltà di forme, pienezza di senso, eleganza e maestà degna d’un popolo re.

La grandezza patria lasciava presumere che in tale eccellenza dovesse persistere lungamente; se non che la durata di ciò ch’è artifiziale non può essere perenne. Marco Tullio, che collocava ai tempi di Scipione e di Lelio il miglior parlare, già all’età sua ne sentiva la decadenza, e piacevasi sulla bocca di Lelia sua suocera udir quella vecchia loquela incorrotta che gli rammentava Plauto e Nevio; appunto come a noi pare d’udire il Sacchetti o il Firenzuola sulla bocca di una pistojese o d’una ciana. Una sterilità organica non permetteva alla latina d’arricchirsi a modo della lingua greca, mediante la composizione; mancava della parte metafisica e trascendente, la popolare ripudiava; e quando, sbandita dalla tribuna, ricoverò alla Corte, dipendente dal capriccio de’ cesari, e obbligata a saldare l’avvilimento con uffiziali dottrine, ostentò dignità col tono declamatorio; ricorse all’arcaismo, sintomo di decadenza come il rimbambire de’ vecchi; e insieme abusò di voci nuove, non giustificate dal bisogno di esprimere nuove idee o di meglio precisare le filosofiche. Già Augusto derideva il fetore delle parole recondite e i cercatori d’anticaglie; poi gli ispanici vi insinuavano gonfi neologismi, mentre dal greco accattavansi pedantesche affettazioni.

Il turbine divenne sempre più vorticoso quando cittadini di Roma furono i Barbari di tutto l’orbe conosciuto, sicchè con pari diritto introducevano le voci native quelle poche volte che al popolo od in senato favellassero: e quando ai gradi supremi e fin al seggio imperiale salivano capitani stranieri al Lazio e all’Italia, era egli a pretendere purità di favella? Eppure fu allora che le conquiste la portarono alle estremità dell’Oriente e dell’Europa, e che col cristianesimo riformata, divenne lingua universale, e veicolo della scienza e della civiltà, sicchè i limiti di questa sono là dove il latino è inteso.