Era dunque la pittura risorta prima di quel che ne proclamano restauratore, Giovanni Cimabue. Nato il 1240 in Firenze, ammaestrato sui Greci, bentosto se ne staccò, colorendo più sfumato e fuso, e rendendo morbide le vesti, vive le attitudini, quantunque manchi di prospettiva lineare ed aerea, e paja secco a causa del fondo cilestro o verde: le madonne faceva ancora fosche e disavvenenti, per riverenza verso i tipi; ma meglio arieggiò le altre teste, e con dignità e vita espresse i caratteri ne’ due gran quadri di Santa Maria Novella e di Santa Trinita a Firenze, il primo più sciolto d’imitazione e soave nei volti, l’altro di minor grazia e più robusta maestà. I vasti dipinti murali di San Francesco d’Assisi ingegnosamente aggruppò e svolse con affetto e naturalezza.

Allora dappertutto germogliarono artisti: Tommaso degli Stefani dipingeva a Napoli, e in Santa Chiara Simone da Cremona; in Perugia il 1297 si facea la Maestà delle volte, cioè una madonna e alcuni santi (or mutati in angeli) sotto al palazzo del popolo, con manto d’oro rabescato, e con molta grazia nelle teste e nel bambino; Scipione Maffei, nella Verona illustrata, cita non poche opere di questa città; il Malvasia altre di Bologna, anteriori a Giotto; artisti paesani coprivano il battistero di Parma con pitture imitanti il musaico, a contorni meno angolosi, e con partiti nuovi di pieghe, e movenze passionate fin all’esagerazione.

Ad emanciparsi dai tipi greci diè spinta il dover rappresentare cose nuove, quali erano gli stemmi, e sovente i ritratti dei podestà[134], le arme del Comune, le geste di san Francesco, e de’ suoi, con bontà d’atti semplici, e fra persone e casi positivi e recenti; sicchè mancando esemplari classici o tipi prestabiliti, si imitò il vero. Teofilo, monaco vivente in Lombardia, che alcuni rimandano al X secolo, ma pare piuttosto dei tempi che discorriamo[135], descrisse «tutto quanto possiede la Grecia sulle specie e le mescolanze de’ varj colori; tutta la scienza de’ Toscani sulle incrostazioni e sulle varietà de’ nielli; tutte le sorta d’ornamenti che l’Arabia adopera in opere fatte colla malleabilità, la fusione, la cesellatura; tutta l’arte della gloriosa Italia nell’applicar l’oro e l’argento alla decorazione delle differenti maniere di vasi, o al lavoro delle gemme e dell’avorio; quel che la Francia ricerca nella preziosa varietà delle finestre; i delicati lavori d’oro, d’argento, di rame, di ferro, di legno, di pietre che onora l’industre Germania». Egli accenna chiaramente il dipingere a olio, ignoto agli antichi, ma s’adoprava quello di linseme, lentissimo ad essiccare, donde la difficoltà del sopradipingervi; e forse la scoperta di cui vien gloriato Giovanni da Bruges consistette nel surrogarvi olio di noce e di papavero, od aggiungervi un essiccante.

A questo punto ritrovava l’arte Giotto da Bondone (-1337). Fanciullo, mentre custodiva l’armento paterno, copiava in disegno pecore e capre, avvezzandosi così a ritrarre dal vero. Cimabue il tolse dall’oscurità e l’istruì nel dipingere, ove presto acquistò un colorire giocondo e trasparente, buona disposizione de’ componimenti, giuste forme ed espressione naturale, abbandonando i tipi arcaici e convenzionali.

Primo o de’ primi suoi lavori furono i ritratti di Dante, di ser Brunetto, di Corso Donati e d’altri illustri fiorentini nella cappella del Bargello; per ultimo nella sala della Mercanzia «con propria e verosimile invenzione dipinse il Comune rubato da molti, per mettere paura ai popoli» (Vasari). Di tali patriotici concetti doveva ispirarlo l’amicizia di Dante, a illustrazione del quale adoperò il pennello, e come lui vagò per Italia, quasi scuola ambulante, e in più di venti città lasciò lavori ed esempj, e i principali in Firenze, massime l’Incoronata in Santa Croce. Bonifazio VIII gli diede varie commissioni, e 1200 fiorini pel disegno della nave di san Pietro, sviluppo d’allegoria cristiana, condotto a musaico da Pietro Cavallini sotto al portico della basilica Vaticana; frescò l’interno del vecchio portico di San Giovanni Laterano; a Padova nella cappellina gotica degli Scrovegno entro l’antica arena, fece la vita di Maria Vergine, composizione carissima, oltre un Giudizio finale, e figure simboliche de’ vizj e delle virtù, più meditate che lodevoli. A’ suoi dipinti in Santa Chiara di Napoli un’età di barbara eleganza diè di bianco per crescer luce alla Chiesa: quelli nel Santo d’Assisi sono rialzati dalla pietà e dalla simbolica intelligenza.

Come gli altri contemporanei, lavorò anche d’architetto, e nessun campanile supera quello che pose alla cattedrale di Firenze, tutto a compasso di marmi varj, con finestre, nicchie, statue, fasce di rappresentazioni civili, figurando la creazione e lo sviluppo dell’umanità nel vivere domestico, ne’ viaggi, nelle arti, nelle scienze, nelle virtù cristiane, nei sacramenti. È in cinque piani, e intendea sovrapporvi un’alta piramide, che avrebbe dato un mirabile vedere.

Gli scolari suoi studiarono di più le tinte, e rammorbidirono i contorni fin a dare nello stentato: ma nel giudicare di loro, la critica sistematica biasima o loda la medesima mano, secondo vi vede l’imitazione della antica purezza, o l’ispirazione del sentimento cristiano. Stefano nipote di Giotto migliorò la prospettiva e tentò gli scorti; educò il Giottino, che per grave espressione e colorire unito superò i precedenti, e forse solo dalla precoce morte fu impedito di uguagliar l’avo. Taddeo Gaddi, lavorato ventiquattro anni con Giotto, lo emulò nel cappellone di Santa Maria Novella, facendo la religione trionfante per opera dei santi Domenico e Tommaso, con ricchezza d’allusioni, di ritratti, di grandiose invenzioni.

Vi operò seco a concorrenza Simone di Martino o Memmi senese, coloritore soavissimo e di composizioni ispirate ed espressive fisionomie; immortalato dal Petrarca, pel quale ritrasse madonna Laura, e miniò un Virgilio, serbato nell’Ambrosiana di Milano. In altre città d’Italia dipinse egli, ed in Avignone pei papi: sicchè le due scuole toscane, procedendo di fronte, assodavano l’onore dell’arti italiane, con senso del bello e convenienza di rappresentazione; la fiorentina più erudita, ingegnosa ed ampia; la senese più profonda di sentimento. I Lorenzetti, e massime Ambrogio, alle soavi composizioni unirono forza di colorito; il Berna ben ritrasse gli animali; Andrea di Vanni non si distolse dall’arte per elevate magistrature; Duccio fe prove eccellenti in quel duomo; Taddeo di Bartolo di Fredo forma passaggio tra questa scuola e la perugina, studiando più allo spirito che all’esterna correzione del contorno. La terribile peste vi rincalorì le idee religiose, mantenute nell’accademia ivi formatasi.

Anche Giacomo di Casentino nell’accademia di San Luca di Firenze riunì i principali artisti. Assisi era sempre la palestra de’ pittori, come Subiaco, Montecassino ed altri chiostri. Al cimitero di Pisa coll’Orcagna gareggiarono Stefano Memmi, Pietro Lorenzetto, Spinello aretino, Anton veneziano e Bufalmacco Buonamico, rinomato per bizzarrie. Dell’apparire di Giotto nell’alta Italia danno segno i pittori che vi sorsero. Verona si abbella di Turone e Stefano da Zevio, e di Jacopo d’Avanzo, che stupendamente dipinsero nel Santo di Padova e nella vicina cappella di San Giorgio: poi di Vittor Pisanello; nella qual città si ammirano anche opere di Giovanni Miretto e di Giovanni e Antonio Padovano. Crebbe la perdonabile vanità delle cappelle gentilizie, ornate dai migliori pennelli e scalpelli, come singolarmente si ammirano in Firenze quelle de’ Baroncelli e de’ Rinuccini in Santa Croce, degli Strozzi in Santa Maria Novella, de’ Brancacci nel Carmine: poi nelle case private voleansi dipinte camere, cassapanchi, teste di letti.

Ma già siamo entrati nell’età, ove riprendea piede il gusto classico, e principalmente in Toscana nacque e crebbe l’idea di metter tutto sull’imitazione antica, fin al punto di rinnegare ogni originalità. A questa teorica s’inchinarono i precettori e gli storici, e compiansero come miseria e barbarie quant’erasi lavorato nel medio evo. A ciò li condusse il vagheggiare soltanto la forma, anzichè elevarsi all’idea; riporre il bello nella rappresentazione vera ed eletta della natura, anzichè ne’ concetti da cui è ispirato, e dai sentimenti che suscita; nel rigoglio della gioventù e della forza, anzichè nella ascetica magrezza, nella paziente sofferenza e nella pacata devozione.