Nel secolo XII appajono più diligentemente lavorate le colonne e i capitelli; arabeschi e frastagli acquistano finezza; le statue di santi e di persone illustri mancano ancora di vita e d’individualità, non di ardimento ed eleganza. Di un Wiligelmo sono i rilievi del duomo di Modena del 1099, e alcuni della facciata del San Zeno a Verona, dove le migliori sculture appartengono a Nicola da Ficarolo (almeno a detta del Baruffaldi) che nel 1135 ne lavorava sulla facciata del duomo di Ferrara. Roberto, Gruamonte, Biduino scolpirono a Pistoja, a Lucca, a San Casciano. Di Benedetto Antelmi è una Deposizione del 1170 nella cattedrale di Parma. Avanzano a Milano un bassorilievo, che rappresenta la riedificazione di questa città; ed un monumento a Oldrado da Tresseno, podestà nel 1233, la prima statua equestre dopo gli antichi. In piazza di San Domenico a Bologna è la tomba del giureconsulto Rolandino Passaggeri, che dettò la risposta a Federico II quando minacciosamente chiedevagli si restituisse il re Enzo; e quella dei Foscherari, fatta il 1289, con rozzi bassorilievi: dentro poi sta la tomba di Taddeo Pepoli, rappresentato dal veneziano Giacomo Lanfrani in atto di rendere giustizia al popolo. Nel duomo di Sessa avvi un pulpito grandioso, retto da sei colonne di granito con capitelli bellissimi, e adorno di musaici, come i due di Salerno; e un candelabro stupendo, che l’iscrizione attribuisce a un Pellegrini da nessun nominato, e fra gli anni 1224 e 1283[128].

In generale ne’ lavori di metallo è più seguito il metodo bisantino, in quelli di pietra predomina l’occidentale; forse perchè di Costantinopoli venissero i maestri di fonderia, arte ivi ancora fiorente, mentre v’era perita quella della scoltura o bassa o intera.

Di ben altra maestria lavori offre Pisa, dove Giunta avea formata una buona scuola, e dove Nicola, studiando i bassorilievi antichi del cimitero si propose imitarne la bontà, senza forse ignorare i sassoni artisti, che allora abbellivano Wechselburg e Freyberg. Al pergamo di San Giovanni egli pose figure mirabili, malgrado i molti difetti di disegno[129], poi una Deposizione in San Martino di Lucca, ispirata ancora dal sentimento devoto, al quale lasciò poi prevalere la perfezione tecnica, come in un altro pulpito ottagono a Siena, di gusto e diligenza e complicata composizione, con numerose figure e leoni bene studiati, e tra altre cose un Giudizio universale, ch’e’ trattò per la prima volta con larghezza, benchè non ancora ispirato da Dante. È migliore l’arca di San Domenico in Bologna[130], sobria composizione, ajutata o finita da scolari. Sulla facciata del duomo di Siena sono fregi e statue di Giovanni della Quercia, del 1339. Così ornata era quella di Bologna.

Giovanni di Nicola pisano continuò la buona scultura, operò al magnifico duomo d’Orvieto, esercizio de’ migliori pennelli e scalpelli di quel secolo, e donde Bonifazio VIII tolse artisti pel San Pietro di Roma, fra i quali Agostino ed Angelo da Siena. Con questi due, Giovanni condusse il sepolcro di Guido Tarlato, il più bello che ancor si fosse veduto, con sedici storie di sue imprese. Ad alcuno di essi vorrebbero attribuire la bellissima tavola in San Francesco di Bologna, tutta istoriata, che invece è di Jacobello e Pietropaolo de’ Masigni[131]; e chi dice anche l’arca di Sant’Agostino a Pavia, ricca di ducennovanta figure, che in sole opere di marmo costò quattromila fiorini d’oro. Sotto Giovanni cominciò Andrea Ugolino da Pisa; a Firenze ornò la facciata del duomo che poi fu distrutta, non restando di lui che qualche bassorilievo sul campanile, e le porte di San Giovanni, eclissate poi da quelle del Ghiberti: a torto gli attribuiscono il monumento di Cino da Pistoja e la bellissima statua sull’altare del Bigallo, opera di Alberto Arnoldi fiorentino. Da Pisa pure veniva a Milano Giovanni di Balduccio, che fece la meschina porta della chiesa di Brera e il monumento di san Pietro martire a Sant’Eustorgio, marmo di Carrara con otto bassorilievi e diverse statue simboliche, le quali sostengono ed ornano un sarcofago, sormontato da piramide, aggiunto un tempietto con Cristo e varj santi; opera che cede in gusto ai pergami di Pisa e Siena e all’arca di San Domenico, ma le pareggia in magnificenza.

Nè la pittura era morta mai; e i monaci che miniavano manoscritti, e principalmente salterj e benedizionarj, non aveano modelli antichi a cui sagrificare il pensiero, e studiavano il movimento e l’espressione. Ottone III menò via d’Italia un Giovanni pittore, affinchè ornasse un oratorio del suo palazzo in Aquisgrana; dal quale il vescovo Nolker fece pur dipingere il chiostro della cattedrale di Liegi, e il suo successore edificar la chiesa di Sant’Andrea[132]. Le dame di Modena nel 1157 faceano esemplare il codice delle lettere di san Girolamo, bel monumento d’arte, e più di civiltà. Nulla ci rimane di frate Oderisi da Gubbio, e di Franco Bolognese, encomiati da Dante. Nell’archivio delle riformagioni a Siena ammirano miniature della metà del XIV secolo, massime di Nicola di Sozzo, e magnifici corali di frà Benedetto di Matera: a Montecassino altri lavorati dalla scuola ivi esistente, che poi produsse in Sandolio, di cui v’è un mirabile uffizietto: altri a Ferrara: nella Laurenziana un preziosissimo, de’ molti che appartennero a’ Camaldolesi degli Angeli, fra cui andavano distinti quelli di Giovan del Monte e di don Silvestro fiorentino; e que’ religiosi conservarono come reliquia la mano di frà Lorenzo degli Angeli. Gherardo e Atavante, pur di Firenze, vennero con altri chiamati ad abbellire i codici di Mattia Corvino re d’Ungheria. Dal 1477 al 1535 sono i corali di Ferrara, belli quanto quelli di Siena, e ne son conosciuti gli autori.

Son lavori, ai quali lo storico dell’arte dee molta attenzione, perocchè l’imitazione v’è minore e più vivace l’ispirazione religiosa.

Profusione d’oro, sul cui campo rilievano il Creatore o il Redentore; crocifissi somiglianti a mummie, coi piè disgiunti, e ferite da cui sgorga a rivi un sangue verdastro; madonne nere e torve, con dita lunghe stecchite e occhi tondi, e un rozzo bambino in grembo; e in generale figure lunghe, teste vulgari, niuna espressione, composizioni sgraziate, sono i distintivi di quel dipingere anteriore al XII secolo, che intitolarono bisantino. I Greci, non ancora invasi dai Barbari, aveano conservato il meccanismo dell’arte; ma invece di ritrarre la natura, atteggiavansi a certi tipi sacerdotali, indeclinabili.

Nella presa di Costantinopoli forse i nostri conobbero sostanze e stromenti, e con migliore abilità tecnica imitarono alcune forme greche. Del qual modo sono i severi dipinti di San Pietro in Grado presso Pisa, e una pala d’altare nella galleria di Siena del 1215, dalla quale città diede i primi lampi la pittura nuova. Ivi nei Domenicani è una preziosa Madonna di Guido da Siena, che mal si porrebbe al 1221: ma di quel tempo Bonamico, Parabuoi, Diotisalvi vi dipingevano i libri del camerlingo: poi sul fine del secolo Duccio di Buoninsegna faceva il gran quadro della cattedrale, dipinto sul dritto e sul rovescio, ove dalla dignità jeratica non iscompagna la dolcezza e la nobile grazia convenienti alle scene della passione. Si conserva il Cristo, che i Senesi portarono alla battaglia di Monteaperti; per la quale vittoria fecero da Simone di Martino, lor cittadino, dipingere la Vergine, con un fare che si stacca dalla bisanlina durezza. Ispirata dalla religione e dalla patria, quella scuola ha maggior estro della fiorentina, e i suoi lavori non s’ammucchiano in gallerie principesche, talchè chi visita quella città, ch’è una visione del medio evo, inclina a darle la priorità nelle arti belle.

Giunta pisano fin dal 1202 è intitolato pittore, e di man sua non di Margaritone sono il Cristo d’Assisi, fors’anche le pitture di quella tribuna; e un altro Salvatore nel San Renieri di Pisa. Jacopo francescano ornò di musaici l’altare di San Giovanni di Firenze. D’altre opere non si accerta il tempo. A Margaritone d’Arezzo, scultore e architetto, il Vasari attribuisce l’aver primo riparato al fendersi delle tavole coll’incollarvi una tela e intonacarla di gesso, e insegnato a dar di bolo, mettere l’oro in foglie e brunirlo. Molte cose lasciò a fresco, a tempra e su tela; ma restò amareggiato dal veder sorgere una generazione migliore. Ferrara vanta Gelasio di Nicolò della masnada di San Giorgio, forse del 1242; Lucca il suo Buonagiunta; i Bolognesi Guido, Ventura, Ursone, e molte pitture serbano del secolo XII; i Cremonesi altre nel loro duomo, a contorni secchi e colorito forte, e da Lanfranco Oldovino fecero dipingere la vittoria sui Milanesi del 1213.

Rilevando su fondo d’oro e d’oltremare, i contorni di tali lavori pajono rigidi; ma i lineamenti cominciano ad apparir meno burberi, e il riposo che fin allora credeasi unicamente convenire alla santità, inclina a qualche movenza. Al difetto d’espressione si suppliva con liste scritte; spediente ben anteriore a Bufalmacco, al quale lo attribuiscono[133]; e Simone di Martino o Memmi volendo esprimere che violentemente il diavolo tentava san Renieri, dipinse quello col capo basso e gli occhi coperti dalle mani, e di bocca gli usciva Ohimè, non posso più.