E speciale bellezza degli edifizj sacri d’allora sono i chiostri, derivati dal cavedio che gli antichi aprivano nel mezzo de’ loro palazzi per dar aria e luce ed agevolare le comunicazioni interne. Stendonsi i più in un vasto parallelogrammo, circondato da uno stilobate, sul quale posano colonnine, che sostengono altrettanti archetti o un continuo architrave: in mezzo sta il giardino con un pozzo: le pareti offrono le storie dell’Ordine, o iscrizioni sepolcrali. Il bellissimo di Santa Scolastica a Subiaco[122] è dovuto ai Cosmati, generazione d’artisti che spesso ricompare ne’ monumenti romani di quel tempo. Quello de’ Benedettini a Monreale di Palermo ha le colonne binate secondo la grossezza dello stilobate, differenti una dall’altra, rivestite di musaici, e particolarmente ricche attorno alla fontana, per quanto risparmiarono le man ladre degli Spagnuoli. Tra i molti di Roma basti mentovare quel di San Paolo fuor delle mura, colle arcate divise da grossi pilastri quadrati, che sostengono le volte della galleria; e sulla facciata da colonne doppie come a Monreale, e sormontate da un cornicione: variatissimi i membri, non meno che i capitelli e la cimasa; e ogni cosa a musaici, fino il gocciolatojo della cornice. Tali esempj stavano certo sott’occhio a Michelangelo quando condusse lo stupendo di Santa Maria degli Angeli, con cento colonne, degno d’emulare le terme di Diocleziano, sulle cui rovine lo piantava.

Come la Chiesa, così la patria dava lavori e ispirazioni agli artisti: nessuna città mancò del palazzo comunale, con sale bastanti al popolo congregato, senza fasto, e sopra di esso la campana elevava la voce solenne per congregare tutti a discutere degl’interessi di tutti. Fra Giovanni eremitano modellò il coperto della sala della Ragione di Padova, la più vasta d’Italia: frà Ristoro e frà Sisto fiorentini fecero in patria i ponti sull’Arno e varie vôlte del palazzo pubblico.

I signori poi, costretti a prendere domicilio cittadino, vi vollero abitazioni solide quanto i castelli che abbandonavano. E tante erano, che i Ghibellini, presa Firenze nel 1248, demolirono trentasei palazzi con torri, fra cui quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, ornata a colonne di marmo, alzavasi centrenta braccia; di quella di Guardamorto tale era la solidità, che coi picconi non se ne poteva levar pietra, onde Nicola pisano suggerì di puntellarla con travi, scalzarla da un dei lati, poi, bruciando i sostegni, lasciare che diroccasse. Così a Bologna, a Cremona, a Padova e altrove si obbligarono i signori a mozzare le torri fin ad una certa misura, perchè gli uni non soperchiassero gli altri[123].

Le città, viste da lontano, con tante torri e comignoli e cupole e campanili, davano un aspetto differente in tutto dalle antiche: dentro poi modificavasi l’architettura a norma del terreno o del governo. A Genova, angusta di spazio, si fanno palazzi elevatissimi, e giardini pensili a scaglioni: a Venezia occorrendo grandi sale e magazzini aerati e chiari, si fa correre su tutta la fronte un finestrato: a Bologna, per fiancheggiare di portici la strada, se n’aggiunge uno a ciascuna casa: a Napoli e in Sicilia, non temendosi neve, si surroga ai tetti il terrazzo ove asolare: a Firenze le diresti fortezze, con finestre anguste, enormi bugne, porte massicce: il palazzo dei duchi di Ferrara, cinto di fossa, palesa un uomo che fa tremare e trema; mentre quello del doge di Venezia sta in mezzo al popolo da cui trae il potere. A ogni passo poi si trovano in presenza chiesa, feudalità, Comune, la cattedrale, il palazzo, le rocche, la città, i borghi, gli spedali, i conventi; tutti gli edifizj sono un elemento della storia; e il sentimento della loro destinazione faceva si cercassero le grandiose proporzioni, più che l’eleganza, la grazia, la purezza, che fanno l’eterno vanto dei Greci e Romani.

Roma imperiale avea già preso gusto ai marmi variegati, cui coloriva anche artifizialmente e dorava, e disponevali a tarsie o a musaico. L’arte fiorì tra i Bisantini, ma presto se ne lavorò anche altrove, e massime fra i monaci in Italia; più che a pavimenti però adoprandola ad ornare pareti, balaustri, sedie vescovili, con pietre dure incastrate in marmo riccamente scolpito e talvolta ricoperto di smalto e d’oro. A Roma v’è musaici d’ogni epoca, che basterebbero a tessere una storia dell’arti: il più antico è forse quello di Santa Sabina, comandato il 424 da papa Celestino[124]; e il più notevole quello di Sant’Apollinare dentro a Ravenna, con figure alte da tre metri, che coprono tutte le pareti laterali. Non ne mancano nelle città occupate da’ Longobardi, da essi ebbe nome San Pietro in ciel d’auro a Pavia, e Liutprando ne ornò la basilica di Sant’Anastasia a Corteolona presso il Po.

Attorno al Mille, Leone Ostiense scrive che Desiderio abate di Montecassino trasse da Lombardia (col qual nome intendeva l’Italia meridionale), da Amalfi e sin da Costantinopoli valenti artefici di musaici, di marmo, d’oro, argento, ferro, legno, gesso, avorio; e soggiunge che la maestra latinità, avendo trascurato da cinque secoli la musivaria e la quadrataria, la ricuperò pei molti fanciulli addetti a quel convento, che in tal magistero s’addestrarono, e che forse eseguirono poi i tanti musaici delle chiese normanne in Sicilia. Le storie del Testamento fatte in musaico sotto Sisto III nella Liberiana di Roma, e già citate nel concilio Niceno II del 787, ancora vi si vedono. Nell’arcone e nella tribuna di Santa Prassede n’ha del IX secolo. Sotto al portico di Santa Maria in Transtevere, ove i capitelli presentano immagini di Iside, Arpocrate, Serapide, sta un’Annunziata del secolo XIII, molto notevole, e musaici nella tribuna del 1143, rozzi di forma, eppur già mossi più che i bisantini.

Erano lavorati da nostrali o da Greci? Risoluzione difficile ove gli artisti per imitazione modificavano la maniera, o si tenevano a tipi indeclinabili. Certamente vi divennero poi abilissimi i nostri, e agli antichi del Vaticano di nuovi ne aggiunsero Jacopo e Mino da Torrita senesi; il qual ultimo, ajutato da fra Jacopo da Camerino, condusse quello nella nave traversa del Laterano, compiuto poi il 1292 da Gaddo Gaddi, con ricca simbolica. Sulla facciata del duomo di Spoleto è un musaico del 1207, coll’iscrizione Doctor Solsernus hac summus in arte modernus, con vivacità occidentale. Sei anni dappoi nasceva a Firenze Andrea Tafi, gran maestro di questo artifizio.

Neppur l’arte del fondere metalli erasi perduta. Il lodato Desiderio abate di Montecassino, viaggiando il 1062, vide da un Andrea compiuta la porta di bronzo ad Amalfi; Pantaleone di Viaretta fece fare nel 1087 quella di San Salvadore in Atrani; di dieci anni la precedette quella che alla cattedrale di Salerno pose Roberto Guiscardo, rozza per verità e somigliante a quelle teste consunte a San Paolo di Roma, e lavorate il 1070 da Stauracio a Costantinopoli: un’altra chiude la tomba di Boemondo d’Antiochia a Canossa; due alla cattedrale di Troja portano gli anni 1119 e 1127; il 1150 quelle di San Bartolomeo in Benevento. Oltre quella di Ravello, è notevole una di quelle di Trani, perchè non più a niello, ma a figure rilevate, e non di guisa bisantina, ma barbara, lavorata da Barisano tranese. Quelle che Buonanno da Pisa poneva nel 1180 alla primaziale della sua patria, guastò l’incendio del 1596[125]; ma restano quelle che, sei anni più tardi, fece pel duomo di Monreale, con molto ragionevole disegno. Nel 1191 l’abate Gioele ne facea porre a San Clemente, dodici miglia presso Chieti; quattr’anni dipoi, Uberto e Pietro di Piacenza finivano quelle della cappella orientale di San Giovanni Laterano; e poco appresso, Marchione quelle di San Pietro in Bologna, e Nicola pisano nel 1282 quelle di San Pietro Martire a Lucca.

Sono di quel torno le porte di bronzo dell’atrio di San Marco a Venezia; ma anteriore, e forse levata da Santa Sofia di Costantinopoli, è quella a destra, niellata e a tarsia di diversi metalli, con figure e santi e caratteri greci; a cui imitazione Leone da Mojno, che fu procuratore di San Marco il 1112, fece fondere la media: le porte di mezzo della facciata appartengono al 1300 e ad un Bertuccio, di scarsa maestria. Celestino II regalava un paliotto d’argento cesellato alla cattedrale di Civita di Castello nell’Umbria; e nel 1166 Gonamene e Adeodato operavano i bassorilievi della porta principale di Sant’Andrea in Pistoja. Non taceremo del vescovo Pacifico di Verona, che lavorava di metalli e di marmi, e che inventò[126] l’orologio notturno. Tutti superò Andrea pisano facendo nel 1330 la porta meridionale del battistero di Firenze in alto rilievo, a comparti che formano altrettanti quadri di meravigliosa bellezza; gittata a fuoco di fornello per maestri veneziani. Nella pala d’oro di San Marco a Venezia, venuta da Costantinopoli il secolo XII e ricchissima di smalti e gemme[127], trovi vigore ingenuo e maestà di pose jeratiche in ciascun pezzo, ma stravagante la disposizione de’ gruppi, scorrette le particolarità, secco il disegno, ignorata la prospettiva, sparuto lo stile.

In ogni età si scolpì di bassorilievo, siano arche sepolcrali, sieno frontoni a porte di chiesa, dove effigiavasi la divinità con attributi diversi; Cristo in trono, con veste prolissa e la mano elevata a benedire, e con attorno angeli e gli animali simbolici; Maria, che sotto lo spiegato manto raccoglie i devoti: su alcune facciate correva la serie dei segni dello zodiaco, accompagnati talora dalle operazioni agresti convenienti al mese. Notevoli sono le quattro colonne di pietra dell’altar maggiore in San Marco di Venezia, tutte liberamente storiate; due lastre di marmo figuranti Cristo e Sansone, già appartenenti all’ambone di Santa Restituta di Napoli: ed altre nel duomo di Salerno.