Duccio di Buoninsegna senese inventò i pavimenti di marmo bianco, con incavi riempiti di pece, a modo di giganteschi nielli: e n’è l’esempio più insigne nel duomo della sua patria, colla sacristia ricca di preziosi codici miniati, e abbellita poi dagli affreschi del Pinturicchio sopra disegni di Raffaello. Macchione d’Arezzo servì di molte fabbriche Innocenzo III, e nel 1216 alzò la pieve della sua patria ed il campanile con tre ordini sovrapposti di colonne variatissime ne’ fusti, ne’ capitelli, nelle combinazioni, e con istrane fantasie d’uomini e belve che sopportano le moli. Arnolfo di Cambio di Colle, che falsamente chiamano di Lapo, diresse in Firenze la loggia in piazza de’ Priori, l’ultima mura, Santa Croce, e il palazzo vecchio della Signoria, di vigorosa semplicità e grandezza.
L’impeto medesimo che portava sì innanzi gl’Italiani sulle vie della civiltà, li traeva pure ad ornarsi colle arti belle; nè fu favore di principe che queste allattasse, ma l’entusiasmo popolare. Margaritone non credea compensar meglio il magnanimo Farinata, che col regalargli un suo crocifisso; i Veneziani a Gentile da Fabriano assegnano un ducato al giorno e il privilegio di portar toga da senatore; i Pisani aveano ceduto qualche città dell’Asia all’imperatore Calojanni perchè sovvenisse a fabbricare il loro arcivescovado e la cattedrale di Palermo. I Perugini mandarono a supplicare Carlo d’Angiò di conceder loro Giovanni da Pisa onde ornare di sculture la loro città: quando poi esso Carlo giunse a Firenze, il Comune l’invitò a vedere il quadro che allora Cimabue stava terminando; ed egli vi andò col suo corteggio, e dietrogli i magistrati e tutto il popolo; e tanta fu la contentezza, tanto l’applauso, che quella strada ne conserva ancora il nome di Borgo Allegri: e poichè il quadro fu compito, venne recato alla chiesa con solennissima processione, e all’autore lauti premj ed onori.
Quando Andrea pisano ebbe fuso le porte di San Giovanni a Firenze, alla Signoria fu concesso uscire dal palazzo ove dovea stare rinchiusa, per venire a vederle cogli ambasciadori di Napoli e Sicilia. Poi esso Comune emanava questo memorabile decreto: — Atteso che la somma prudenza d’un popolo di origine grande sia di procedere negli affari suoi di modo, che dalle operazioni esteriori si riconosca non meno il savio che magnanimo suo operare, si ordina ad Arnolfo, capomastro del nostro Comune, che faccia il modello o disegno della rinnovazione di Santa Reparata, con quella più alta e suntuosa magnificenza che inventar non si possa nè maggiore nè più bella dall’industria e poter degli uomini; secondo che da’ più savj di questa città è stato detto e consigliato in pubblica e privata adunanza, non potersi intraprendere le cose del Comune se il concetto non è di farle corrispondenti ad un cuore, che vien fatto grandissimo perchè composto dell’animo di più cittadini uniti insieme in un sol volere»[119]. Conforme a tale decreto, Arnolfo di Cambio architettò Santa Maria del Fiore a croce latina ed archi ottusi, sostenuti da piloni formati di quattro pilastri, con capitelli a fogliame; e l’ampiezza degli archi dà idea di grandissima estensione, mentre la semplicità, da altri disapprovata, tempera l’aspettativa, talchè il riflettervi non diminuisce la prima impressione. Quattro denari per lira, esatti sulle merci che uscissero di città, e due soldi per testa ogn’anno, fu l’ajuto che Firenze diede alla devozione per esigere quell’insigne monumento religioso e nazionale.
Il vicino battistero, fabbricato forse nel VI secolo con materiali antichi, fu da Arnolfo disposto e ornato, levando ciò che discordava dalla sua destinazione, e rivestendolo del marmo nero di Prato. Di bella e maestosa semplicità fece egli prova anche in Santa Croce, ove allo scolo dell’acque provvide con tetti a frontispizio e doccie di pietra immurate.
Di Santa Maria Novella (di cui si poser le fondamenta il 7 ottobre 1279) fanno architetti frà Jacopo Talenti da Nipozzano e due Domenicani frà Sisto e frà Ristoro, i quali dentro, dicono per ottico accorgimento, diminuirono a gradi lo sfogo degli archi, come si userebbe in prospettiva. Lorenzo Maitani senese ergeva allora il duomo d’Orvieto, che in quell’altura dovette costare ingente prezzo; e riuscì finitissimo nelle particolarità, massime nella facciata, d’eleganti proporzioni, e tutta a rilievi e musaici che sono una bellezza a vedere: la varietà delle pietre che li divide a fasce, è spesso riprodotta negli edifizj toscani. E se si pensi come piccola città sia quella, più fa meraviglia che abbia voluto emulare le maggiori con iscolture di Arnolfo, di frà Guglielmo, di Agostino ed Angelo da Siena, di Mosca, e pitture di Gentile da Fabriano, del beato Angelico, di Benozzo Gózzoli, del Signorelli e d’altri eccellenti.
Di gran sapere architettonico diede segno Nicola pisano ne’ Frati Minori di Firenze, poi nel Santo di Padova, alla cui costruzione papa Alessandro IV invitava tutta cristianità(1231). Suo figlio Giovanni si sperimentò in molti luoghi, e singolarmente a Perugia nel mausoleo di Benedetto XI, e nella ricca fontana storiata, di tre bacini sovrapposti, elevata su dodici gradini, e tutta a ninfe e grifoni di bronzo, costata censessantamila ducati. In patria lavorò Santa Maria della Spina, giojello di minuto artifizio, e il famoso camposanto. Da Carlo d’Angiò fu chiamato a fabbricare il Castelnuovo a Napoli, disegnò le facciate del Duomo d’Orvieto, condusse un bellissimo musaico per l’altar maggiore di Arezzo. Andrea pisano nel 1304 cominciò l’arsenale di Venezia, il più glorioso monumento di quella città, come ora il più compassionevole. Gattapane o Catapane fece il palazzo di Gubbio, ove si conservano le tavole eugubine.
Da noi nel gotico prevaleva il massiccio al finestrato, non si poneano i contrafforti, consueti in Germania, ma piuttosto molte decorazioni di frontoni, di gugliette, di tabernacoli; e di rado si seppe innestare i campanili al tutt’insieme. Poi non fu mai esclusivo, e v’avea contraddizioni di stile fra le parti inferiori e le superiori, le quadre e le puntute; la linea perpendicolare e piramidale non lanciavasi coll’ardimento de’ nordici, e cedea spesso alla classica orizzontale; nè l’arco acuto escludeva l’emiciclico, che troviamo unito a quello in insigni edifizj, quali il camposanto di Pisa, Or San Michele di Firenze, le cattedrali di Siena, di Orvieto, di Padova, la cappella sotterranea di Montefiascone. Il Palazzaccio dei Soderini a Corneto internamente è di marmo bianco a tre ordini di loggie, di cui i due primi arcoacuti, l’altro di colonnette corintie sostenenti l’architrave piano. A Roma, se ne togli Aracœli e Santa Maria presso Minerva, ai restauri non sopravive quasi di gotico che qualche decorazione. Tutto insomma indica che il gotico qui fu imitato, non indigeno, e venne sovraposto all’antica forma bisantina ed alla romano-cristiana.
Misti sono gli ordini anche nel broletto di Milano e in quello di Como a marmi tricolori: nella qual città fu il 1396 tolta a rifabbricare la cattedrale, ch’è tra le migliori di gusto lombardo, tutta marmi del paese, arricchita poi con ornati d’ottimo sentimento. Pel San Petronio di Bologna, architettato nel 1388 da Antonio di Vincenzo, uno dei sedici riformatori e ambasciatore a Venezia, si fece un modello di legno e carta a un dodicesimo del vero, e doveansi demolire otto chiese circostanti; e sebbene non compiuto nella grandezza designata[120], mirabili ne sono gli ornamenti, e maestosa l’interna disposizione. Il Piemonte, oltre Sant’Andrea di Vercelli, fondato dal cardinale Guala de’ Bicchieri nel 1219 quando tornava dalla nunziatura di Inghilterra, ad archi acuti, torre a cupola, finestre rotonde, mostra un bel gotico nella badia di Vezzolano, inosservata fra le colline del Monferrato. La cattedrale di Asti e San Secondo hanno maniera lombarda.
Appartengono a men severi e più splendidi tempi il duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Il primo si cominciò, o piuttosto si ripigliò con fervore nel 1386[121]; e l’architetto ignoto, tenendosi nella pianta alla regolarità delle basiliche, nell’elevazione s’avvicinò alle cattedrali nordiche, e specialmente a quelle di Strasburgo e di Spira, che sono i più bei monumenti di Germania. Gli acutissimi archi delle cinque navate a croce latina impiantano su cinquantadue piloni poligoni, con capitelli adorni di ricchissima varietà; centodue guglie, quante nessun’altra fabbrica italiana, ornate esse e tutto l’edifizio di tremilatrecento statue di marmo. Fino a quest’oggi fu palestra agli artisti; e nel cinquecento il Gobbo Solaro, il Vairone, il Bambaja, il Brambilla, il Fusina ed altri lo fregiavano di sculture, gran pezza superiori al San Bartolomeo scorticato di Marco Agrati, che gode una fama popolare non meritata dall’esecuzione, e meno dal pensiero.
Contemporanea, ma in istile più italiano, cominciavasi la Certosa presso Pavia. Ignoto l’architetto primitivo; l’ortografia esteriore è ad elegantissimo disegno d’Ambrogio da Fossano, pittore detto il Borgognone nel 1472, e potè dirsi compiuta nel 1542. Non cede che a San Marco di Venezia in marmi e pietre preziose; ed è foggiata a croce latina, lunga settantasei, larga cinquantatre metri, in tre navate ad archi acuti, quattordici cappelle e due sfondi di croce. All’incrociamento sorge il pinacolo a loggiati interni ed esterni, più simiglianti al bisantino che al tedesco, e dove l’effetto è cresciuto dalla policromatìa, essendovi bellamente uniti il marmo e la terra cotta. Vi sono fusi varj ordini, e profusi gli ornati, i trofei, i monumenti, dove singolarmente notevoli sono la porta maggiore e il mausoleo di Gian Galeazzo. Capolavoro poi credo il cenobio, con un cortile di cento metri il lato, a colonnine di marmo, e tutt’intorno un fregio ornatissimo di terra cotta; e dà accesso a ventiquattro cellette, ciascuna a due piani con giardinetto, scompartimento comodo quanto ingegnoso.