Ma per quel misto di regola e d’indipendenza che riscontrammo sì spesso negli istituti del medioevo, gli accessorj abbandonavansi al genio inventivo di ciascuno, poichè i Franchi muratori erano fratelli, non manovali; donde una varietà inesauribile, fino a nuocere all’armonia del tutto, e non congiungere alla grandezza di concetto e all’ardimento meditato la ragionevolezza de’ particolari.

Non v’è bello fuor del classico, diceano fin a jeri gl’idolatri dell’antichità, e perciò consideravano il gotico un erramento d’ignoranti, tutto insania e capricci; alla bella quantunque uniforme colonna ne surroga di isolate, or tozze, or gracilissime, or a fasci, ora attortigliate, spirali, poligone, striate; ad alcune s’avviticchiano pampini, su altre arrampicano animali; spesso portano iscrizioni; sovrappongonsi fila a fila senza interposto cornicione; alla voluta e al grazioso acanto succedono ne’ capitelli le grasse foglie del cavolo e del fico; spesso costoloni sgarbati, membri incoerenti senza riposo nè armonia, sicchè il debole sostiene il robusto; piloni di rinforzo ingombrano l’arco; facciate fuor di proporzione, con gugliette e tabernacolini e frastagli e sporti d’enormi acquarj; finestre altissime finite a lancetta, o divise da colonnine, e spesso sormontate da un altro foro a trifoglio o a rosa; boni che portano colonne o pile dell’acqua benedetta, nanerottoli e mostri, ed altri delirj di fantasie ineducate.

Eppure chi guarda senza prevenzioni di scuola, s’accorge che un pensiero armonico coordina le parti a un concetto comune e vivo, sicchè, vedendo un edifizio, si dice È gotico. A differenza delle regole odierne prestabilite, tutto era libero, tutto si sperimentava, nè un genere escludeva l’altro; e come nella letteratura era un misto delle tradizioni antiche colle ispirazioni nuove, così nell’architettura si accordarono concezioni indigene, ricordanze greche e romane, gusto orientale. Era un grande progresso l’ottenere con minori mezzi eguale effetto, un dato spazio coprendo con numero e volume minore di sostegni e con più facili materiali. Se poi i monumenti sono la scrittura de’ popoli, talchè il cambiare d’architettura esprime cambiamento di civiltà, e non avrà originalità in essa chi non l’abbia nelle idee; confessiamo che quei così detti rozzi ottennero ciò che fu impossibile ai secoli di Leon X, di Luigi XIV e di Napoleone, creare una novità, ergersi ad un bello più elevato e spirituale.

In questa nuova sua fasi come nella primitiva, l’architettura era sacra, ed esercitavasi specialmente nelle case di Dio, immagini imperfette e finite del modello infinito della creazione progressiva[116]. Pertanto la gotica adottò quanto avea di forme simboliche e di mistiche proporzioni la basilica de’ primi Cristiani; arcano massonico. Tutto era allegorico, tutto traeva i fedeli verso l’origine del vero culto e la superna destinazione del tempio, tutto dovea rammentare che la Chiesa non è compagine di sassi, ma edifizio vivente, di cui Gesù Cristo è pietra angolare, e membri i fedeli. Il numero tre e la figura triangolare dirige l’elevazione, non meno che le costruzioni secondarie; a croce la pianta, a croce le areste sovra il capo del pregante, e lo stromento della redenzione messo in ogni dove, ricorda la rigenerazione per via del patimento; sgomento e fiducia, vita e morte ne spirano d’ogni dove con un misto indefinibile; e Dio lo riempie tutto, come l’universo di cui è immagine. L’arco in punta, le smerlature, le piramidette, le guglie elevate al cielo, pare invitino il pensiero a staccarsi dalle basse cose, o rappresentino i voti dei mille credenti che s’elevano concordi a Dio. Il bujo delle navate, la nudità delle pareti, le sfogate volte echeggianti, gli enormi pilastri dietro a cui nascondersi a piangere l’uom penitente, le tombe di persone addormentate nella speranza della risurrezione, tutto infonde una pietà austera insieme e consolante. Poi il suono degli organi (istrumento per eccellenza, che le mille voci accorda in una sola sublime), e i moti e le pose de’ cherici, e la piena de’ cori popolari, rappresentano la vita, che riceve spiegazione dalla morte.

Solito abbellimento n’erano le vetriate a colori. Già trovatisi in chiese greche e latine, come in Santa Maria Maggiore di Roma; nel XII secolo poi si cominciò a divisarvi storie sacre, ripetendo all’occhio ciò che all’orecchio avevano detto i sacerdoti, e così pei sensi e per l’immaginazione giungendo al cuore e all’intelletto. Vi ebbero lode molti Gesuati, ed anche varj Domenicani.

Le cattedrali ornavansi pure col culto de’ sepolcri, seconda religione dei popoli e delle famiglie; e stesi sovra la propria tomba si figuravano cavalieri, dame, prelati, anch’essi con un’espressione determinata, sicchè poteasi leggere in quella generazione di statue la storia de’ tempi. Qui il re in trono con diadema e scettro, o il doge col suo corno; colà la sposa di Cristo, con allacciati alla cintura i capelli che recise il giorno che si consacrò a Dio; l’amor conjugale era indicato dal riposare costa a costa i due sposi colle mani intrecciate; l’angelo della morte sospendeva le corone sopra il bambolo che portò seco tutte le speranze de’ genitori; una nuda pietra col nome, e colla parola De profundis o Miserere mei indicava il requietorio d’un frate, che forse aveva regolato i consigli dei principi e le sorti d’un regno. Le basiliche dei Frari e di San Giovanni e Paolo a Venezia danno nei sepolcri la storia delle arti dal 1300 in poi: di più antichi se ne riscontrano in tutte le nostre cattedrali e chiese, che sfuggirono alle vandaliche restaurazioni.

Ben è scarso di sentimento chi non ammira la fratellanza di popoli che potevano sollevare opere tali senz’altri sussidj che della spontanea carità; la fede che gittava le fondamenta d’edifizj, a cui solo i più tardi nepoti porrebbero il fastigio; la religione d’uomini che empivano quelle vaste navate per ringraziare il Signore d’aver loro dato una patria!

Perocchè, un altro dei caratteri per cui piaciono le cattedrali gotiche, si è l’essere alzate per concorso di tutto il popolo, per limosine e spontanei servigi di corpo. I Crociati al ritorno fondavano un monastero od una chiesa per voto o per memoria o colle spoglie degl’infedeli; la predicazione di un frate animava a farvi ciascuno oblazioni secondo sua possa; talvolta la tassa per la dispensa dalle astinenze quaresimali volgevasi a quest’uso, o il ricavo d’alcune indulgenze; a chiunque testava, ricordavasi la fabbrica del duomo; i Comuni contribuivano a questi edifizj le somme che poi furono obbligati tributare al fasto di principi; il San Lorenzo di Genova percepiva il decimo di tutte le eredità e un tanto per cento sulle gabelle, ebbe donazioni molte in Terrasanta, e a vantaggio suo si stipulavano tributi e omaggi cogl’imperatori.

L’essere le costruzioni dirette per pubblico consiglio, anzichè impacciare il genio degli artisti, faceva che il gusto si estendesse. Ma, come accade, l’impeto veniva meno, laonde rimasero incompiute la più parte delle opere gotiche[117]. Fosse poi in essi sentimento di devota abnegazione, o ignorante incuria ne lasciasse perir la memoria, ben pochi conosciamo degli architetti; neppur si trovano i primi disegni o piani, o si volessero ravvolgere nel mistero, o si mandassero alle loggie massoniche di Germania, da’ cui archivj di fatto ne uscì alcuno recentemente. A Bono lombardo sono attribuiti diversi lavori in Napoli, Ravenna e altrove, e specialmente il campanile di San Marco in Venezia, costruzione inconcussa benchè appoggiata sopra palafitte. Al San Martino e al San Michele di Lucca pose la facciata un Guidetto nel 1200, a più ordini di colonnette e che man mano si restringe, come in altre fra le poche chiese dì Toscana finite. A mezzo quel secolo contava Siena sessantun maestri di pietra, e probabilmente siffatte compagnie costituivansi dovunque si fabbricasse. Il suo duomo, cominciato forse nel 1089, coperto e consacrato nel 1180, non s’ammira tanto per grandiosità quanto per la bellezza e la profusione di marmi e bronzi.

La cattedrale di Ferrara è del 1135, opera d’un Guglielmo, e colle sculture d’un Nicolao, che lavorò pure la facciata di San Zeno a Verona nel 1138, ov’è scolpito, come su quella di Ferrara, artificem gnarum qui sculpserit hæc Nicolaum ecc. Su entrambi v’erano ghirigori, animali simbolici, porta coll’arco sporgente, sostenuto da colonne intrecciate, e queste da leoni; e sulle porte laterali erano rappresentati i dodici mesi. Ma il duomo ferrarese è d’arte più avanzata, con più grandiosi concetti, più ricco ornamento, potendo la facciata di questo considerarsi come il punto più elevato dell’arte lombarda, e forse il primo in Italia dove l’arco acuto si mescolasse al tondo. Sciaguratamente l’interno fu tutto rinnovato, parte nel 1498, parte nel 1637 e finalmente nel 1711[118].