CAPITOLO CI. Italiani letterati. Primordj della poesia nostra fino a Dante.
E già la letteratura, che è espressione delle credenze, degli usi, delle passioni de’ popoli, col fissarsi di questi comincia a individuarsi anch’essa: ma la nostra non fu la primogenita fra le neolatine. Il mezzodì dell’odierna Francia, ridotto di buon’ora provincia (Provenza) dai Romani, e che conservò traverso alla barbarie la costituzione comunale, e al favore di questa fiorì di commercio e civiltà, subito dopo il Mille intese alcuni poeti, famosi col nome di Trovadori. Di essi sopravivono molti componimenti, ma in generale pieni d’artifizj, di giuochi di parole, di sensi ambigui, di amorose freddure, di dispute fin nella galanteria, di rado o non mai quell’ispirazione che va franca e semplice, non il fervido linguaggio del cuore, nè tampoco l’individualità, avendo e pregi e difetti comuni; e nessuno per avventura meritò durevole lode letteraria. Noi li accenniamo in primo luogo per un’opinione corsa secoli fa, e per brev’ora resuscitata ai dì nostri, che la lingua italica derivasse dalla provenzale[138]; poi perchè molti Italiani, per un precoce spirito d’imitazione, poetarono in quella lingua, molti altri ne imitarono i modi e i pensieri.
Folchetto di Marsiglia genovese fu il primo de’ nostri che trovasse in provenzale; gli tenner dietro a Genova Bonifazio Calvi, Percivalle e Simone Doria, Ugo di Grimaldo, Jacopo Grillo, Lanfranco Cicala; in Piemonte Pier della Caravana, Pier della Rovere, Nicoletto da Torino che disputò con Ugo di San Ciro, e poeticamente morì nel 1255 pel crepacuore di non vedersi corrisposto dalla sua bella; ad Albenga Alberto Quaglia; a Nizza Guglielmo Brievo; nel Monferrato Pier della Mula; a Pavia un Lodovico; a Fossano un monaco; a Venezia Bartolomeo Zorzi, che, preso in viaggio dai Genovesi e tenuto prigione sette anni, avventò un serventese contro Genova, poi liberato, fu messo castellano a Corone, ove morì. Aggiungiamo Siccardo lombardo, che «dà del poltrone a tutti i vicini suoi, ma ad ogni pericolo è il primo a fuggire; s’inorgoglia delle arie grossolane, che adatta a parole prive di senso»[139]. I più sono dunque nell’alta Italia; però troviam ricordati Alberto de’ Malaspina in Lunigiana, Paolo de’ Lanfranchi a Pisa, Ruggerotto a Lucca, Migliore degli Abbati a Firenze, Lambertino Bonarello a Bologna. Tanto comune era quel vulgare, e tanto credeasi opportuno alla poesia più del nostro.
Va distinto Ugo Catola, perchè, in luogo di futili galanterie, elevò il canto a fulminare la corruzione de’ signorotti. Emerico di Peguilain, venuto in Italia verso il 1201, vi rimase oltre cinquant’anni, festeggiato alle corti di Monferrato, d’Este, dei Malaspina, componendo canzoni popolari anche sopra soggetti di stagione, la lotta degl’imperatori coi papi, de’ Guelfi co’ Ghibellini. Largheggiò co’ trovadori Azzo VII d’Este signor di Ferrara; e lui e le figliuole sue, come paragoni di cortesia e di virtù, troviamo spesso cantati da poeti, liberali di lodi a chi era liberale di doni. Carlo d’Angiò nella conquista d’Italia fu accompagnato da Percivalle Doria suddetto, il quale scrisse anche la Guerra di Carlo re di Napoli col tiranno Manfredi. Allorchè Corradino periva sotto la mannaja dell’Angioino, Zorzi prorompeva: — Se il mondo cadesse in rovina per catastrofe spaventosa, se quanto luce nell’universo si trovasse sepolto in tenebra, non potrei farne lamento maggiore che dell’aver veduto il giovane Corradino e il duca Federico sì perversamente posti a morte. Oh maledetta mille volte la Sicilia che lasciò commettere tanto misfatto! Oh, le persone dabbene che possono ormai aspettarsi, se non di vivere nell’abjezione? ebbero giammai nemici più spietati che il conte d’Angiò?»
In maggior nominanza rimase Sordello da Mantova, che accoppiò la palma di guerriero, il mirto d’amante e l’alloro di poeta. Strane avventure di lui raccontano, e degli amori suoi con Cunizza, sorella d’Ezelino IV: ma lasciandole al romanzo[140], noi diremo come delle poesie sue le più ricantino d’amore, e in altro modo che non ci aspetteremmo dall’anima lombarda altera e disdegnosa; nè pare fosse appo i contemporanei in quella nominanza di eroismo, in cui lo posero le cronache mantovane e l’Alighieri. Si rivela piuttosto buontempone; vantasi de’ trionfi sopra tutte le donne, come un don Giovanni, senza delicatezza cavalleresca nè urbana; invitato da Carlo d’Angiò a crociarsi, — Signor conte (risponde), non esigete da me ch’io vada a cercar la morte. Per coteste acque salse troppo presto si guadagna il paradiso: io non ho fretta d’ottenerlo, e il più tardi possibile voglio arrivare all’eternità». Ameremmo credere che le prime fossero millanterie, profonda ironia le seconde; giacchè altrove Sordello, disdegnoso ed elevato, nè a grandezza nè a potenza riguardando, sfolgora la viltà dovunque gli appaja. Tal è il famoso suo serventese in morte di ser Blacasso, ove con ardimento ingiurioso i pezzi del cuore di quel forte manda ai varj re, a ciascuno rinfacciando il poco cuor suo.
Non vogliamo dimenticate alcune poesie, nelle quali i Valdesi espressero le loro dottrine religiose, in un dialetto che ai Lombardi s’accosta più che non facciano oggi quel di Genova o del Monferrato, sicchè datevi la terminazione odierna e sono italiane[141]. Nè tra noi mancò chi coltivasse il francese, e in esso dettarono Marco Polo, Brunetto Latini, Da Canale e varj romanzieri.
Se tardi fu scritta la lingua vulgare in Italia, non ne inferite che tardi si svolgesse; bensì, considerandosi il latino come lingua nazionale e poco differendo dalla parlata, non v’era perchè i dotti avessero ad affrontare le troppe difficoltà del maneggiare una favella non mai scritta, e per conseguenza incerta e scarmigliata nelle forme, nelle voci, nell’ortografia. Gl’Italiani, come rimpiansero sempre l’antica grandezza di Roma, e, qualvolta poterono di sè, prescelsero ordinamenti consoni agli antichi almen di nome, così più tenaci conservarono la latina lingua ne’ pubblici atti fin al secolo nostro, anche per imitazione della curia romana, cui il far così tornava necessario perchè corrispondeva con tutto il mondo. Più dovettero farlo i padri nostri, anche quando la crescente libertà li recava a trattare più spesso gl’interessi proprj, benchè già il parlare avesse assunto le forme nuove. Ma qual latino fosse, se già non bastassero le carte addotte qua e là, potrà darcene indizio Odofredo, celebre professore dell’università di Bologna, il quale terminando il discorso del Digesto, così congedava gli scolari: Dico vobis, quod in anno sequenti intendo docere ordinarie, bene et legaliter sicut unquam feci. Non credo legere extraordinarie, quia scholares non sunt boni pagatores; quia volunt scire sed nolunt solvere, juxta illud, Scire volunt omnes, mercedem solvere nemo. Non habeo vobis plura dicere; eatis cum benedictione Domini[142]. In tutte le età le epistole della cancelleria pontifizia furono di gran lunga migliori, per le parole come per le cose. Fra i chiostri sorse qualche scrittore nell’XI secolo, lontano a pezza dai classici, ma più preciso e purgato che non qualche autore della decadenza dell’Impero: molti già ne mentovammo, e non vuolsi dimenticare Arrigo da Settimello, il quale, dal vescovo di Firenze spogliato di un pingue benefizio e ridotto a povertà, se ne spassionò nell’elegia De diversitate fortunæ et philosophiæ consolatione, quattro libri di latinità non affatto infelice[143], e saliti a così pronta fama, che vivo l’autore leggeansi nelle scuole. Facilmente si potrebbe rovistarne d’altri: ma chi usa una lingua separata dalla vita attuale, n’ha sempre scapito e al raziocinio e alla immaginazione, forme vecchie traendosi dietro i vecchi pensieri.
Neppure il greco fu dimenticato; e i monaci Basiliani, diffusi nel mezzodì dell’Italia, lo conservavano nell’uffiziatura: nelle crociate poi si cominciò studiarlo anche per uso pratico, e qualche autore fu allora portato dalla Grecia, come portavansi reliquie. Per commissione di Eugenio III e per suffragare all’anima di suo figlio, Burgondione giudice di Pisa mutò in latino alquante omelie del Grisostomo, le opere di Giovanni Damasceno, e la Natura dell’uomo di Gregorio di Nissa.
Crebbe allora anche la messe delle storielle sacre e de’ miracoli o falsi o alterati, massime sulla passione di Cristo, notando di prodigi ogni zolla della Palestina, ogni nonnulla portato di colà: e Jacopo da Varagine pel primo, dopo gli antichi biografi degli eremiti, nella Leggenda dorata raccolse vite de’ santi, zeppe di favole[144]. In reputazione meno rea sono quelle di frà Pietro Calo da Chioggia: ma tra la farragine indigesta e sconcia delle leggende allora comparse, i Protestanti menarono gran rumore del Liber conformitatum sancti Francisci cum domino nostro Jesu Christo, di scempia semplicità. Bartolomeo da Lucca, vescovo di Torcello e amico di Tommaso d’Aquino, stese una storia ecclesiastica fino al 1313, copiando quel che trovò, e conservandoci importanti notizie.
Guido delle Colonne, giudice messinese, fu alcun tempo in Inghilterra, ove scrisse De regibus et rebus Angliæ, opera lodata, che il cronista inglese Roberto Fabyan usurpò. Nel 1287 già vecchio, da Ditti e Darete cretese tradusse o compilò De rebus trojanis, opera divulgatissima, volta poi in tutte le lingue, e nella nostra già nel 1333 da Matteo di ser Giovanni Bellebuoni pistojese, ed una delle prime messe a stampa[145].