[87]. Dice il Sauli (Della colonia di Galata, I. 229) dietro Francesco Testa.

[88]. Foglietta, Hist. januensis, lib. VIII.

[89]. Dei capitani latini sette erano genovesi, Maurizio Cattaneo, Giovanni del Carretto, Paolo Bocchiardi, Giovanni de Fornari, Francesco de Salvatichi, Leonardo da Langosco, Lodisio Gattilussi. Leon. Chiensis, pag. 95. Però il giornale dell’assedio di Costantinopoli di Nicolò Barbaro accagiona di tutti i tradimenti i Genovesi.

[90]. La primitiva colonia di Greci Albanesi in Puglia si divise in tre. Una si stabilì presso il Gargàno, e v’ebbe i villaggi di Cannone, Greci, Ururi ed altri. Una si stanziò nella provincia d’Otranto, fondandovi Faggiano, Colonia imperiale; San Crispiero, Monteparano, San Marzano. Una in Melfi, formando il comune di Ciuciari. Mal visti dagli indigeni, si sparsero alle falde del Vulture, fondandovi Maschito e Barile, che contenevano cinquemila abitanti prima de’ tremuoti del 1851 e nella Basilicata, fondandovi popolazioni a Brindisi e San Ciriaco nuovo.

In Sicilia ebbero quattro tribù, di cui le principali sono la Piana de’ Greci e Adriano Palazzo, simili a città.

Nella Calabria meridionale posero i villaggi di Zangarona, Vena, Carafa, Andali, Marcedusa, San Nicolò dell’Alto, Carfito. Nella Calabria occidentale ebbero fin venticinque villaggi, tra cui Longro con cinquemila abitanti, Spezzano con tremila, San Donato, San Benedetto con duemila. Quivi allettavagli Irene Castriota pronipote dello Scanderbeg, che portò que’ vasti dominj a Pietrantonio Sanseverino principe di Bisignano. Alcuni piantaronsi nelle sterile falde dell’Appennino verso la Basilicata; e una sola colonia negli Abruzzi, fondando Abbadessa. Pagavano un canone ai feudatarj o al Governo, col che restavano immuni d’ogni altra gravezza, fin alla conquista napoleonica. Cessato dall’armi e datisi all’agricoltura, preferivano i luoghi alti e vistosi e abbondanti d’acque: e poichè impedivasi di ingrossare in città, teneano i villaggi vicini, per soccorrersi facilmente fra popolazioni che li disamavano. Le varie famiglie conservansi in casali distinti; come i Bafa a Santa Sofia, gli Scura e Toci in Vacarizzo, i Busa in San Giorgio, i Toci e gli Strigarò in San Cosma, gli Stratigò, i Demarco, i Samangò in Lungro. E Lungro, paese sì grosso, conserva puro il dialetto antico, mentre occorrono interpreti per farsi intendere dalle terre confinanti: locchè avviene dappertutto. Molti si educano, e acquistarono nome principalmente come legali, professori e vescovi: e il collegio italo-greco è dovuto a Samuele Rodotà di San Benedetto, primo vescovo della Chiesa greca in Calabria.

Oggi si hanno 89,000 Albanesi e 1800 Greci nel regno, con una colonia nella Corsica; oltre i molti che servono nei porti di Venezia, Trieste e Livorno.

[91]. Anna Paleologo, vedova dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, sfuggita allo sterminio della patria, approdò con molti signori greci nella maremma toscana, e chiese a Siena il diroccato castello di Montacuto col suo distretto, promettendo rifabbricarlo fra cinque anni e starvi con almeno cento famiglie. Si pattuì dunque che il nuovo castello e ’l distretto s’intendessero del comune di Siena, il quale custodisce la rôcca, eccetto una porta, per la quale l’imperatrice potesse ad un bisogno rifuggirvi; questa e i suoi giurerebbero fedeltà alla Repubblica senese, e alla cattedrale offrirebbero ogn’anno un cero di otto libbre, e per dieci anni un tributo di cinque lire alla camera di Bicherna; il seguito di lei potesse levare in Orbitello il sale per proprio uso, a soldi dieci lo stajo: le si concedevano due bandite, una da ridurre a vigneti, l’altra per pascoli, bastante almeno a cento paja di bovi. Ella nominerebbe due uffiziali greci che per trent’anni renderebbero ragione a quella colonia nel civile e nel criminale secondo le leggi degli imperatori greci, solo nelle pene uniformandosi agli statuti di Siena, come pure nei pesi e nelle misure. Avrebbero per tutto il contado esenzione di gabelle; e se alcuno abbandonasse il suo domicilio dì Montacuto, la Repubblica li rifarebbe delle spese di fabbrica e degli utensili che vi lasciasse. La cosa fu approvata il 28 aprile 1474; ma la carta che riferisce questo fatto, taciuto dagli storici e inquinato da altri dubbj, non dice per quali cagioni non ebbe seguito una combinazione che avrebbe risanato que’ deserti paludigni.

[92]. La prima, di Menze, stampata a Venezia il 1500; il secondo, dal ragioniere Gottugli, pure pubblicato in Venezia.

[93]. Nelle missioni in Germania, in Baviera, in Ungheria gli era stato compagno, per destinazione dei papi, san Giacomo di Montebrandone nella Marca, acclamatissimo per miracoli, austera vita e conversioni. All’impresa di Belgrado andò pure Luigi Scarampa, patriarca di Aquileja e commendatario di Montecassino.