[94]. All’invito del papa, il doge parlò nel gran consiglio: — Signori. No se move foglia d’albero senza ’l voler de Dio. Considerè che, se questo Stato è vegnudo a tanta grandezza, questo è processo per volontà de Dio, più che per nostro senno e per le nostre forze. Chi crede che le cose contra ’l Turco fosse passade sì ben, se non fosse concorso la volontà de Dio? Voltemo la mente a Dio e alla so Madre, e ringraziamola dei benefizj che la ne fa ogni zorno; e sforzemose de far quello che la ne comanda, e posponemo li odj e la invidia. Se faremo così, Dio prospererà questo Stato da ben in meglio. Sora ’l tutto, no se partimo dalle elemosine, dalle orazion e dal far giustizia. El Cardinal Niceno ne ha presentà ona bolla del papa, che è stà letta a l’eccellenze vostre; la Signoria e i savj de colegio ne ha domandà l’anemo nostro su quello che ’l papa ne scrive. Avemo resposto, che dependemo dal voler della signoria vostra. Ve preghemo che considerè qual è ’l meglio della terra. Fè orazion, elemosine, lassè da banda le passion, e deliberè ’l vostro ben. Priego la bontà de Die umelment, perchè humilitas vincit omnia, che ne inspira a deliberar quel che è onor so e servizio vostro».

[95]. Enea Silvio era stato per alcun tempo vescovo di Trieste; onde il dottor Rossetti di questa città raccolse quanto potè di scritti e memorie di quel pontefice, e ne fece dono alla pubblica biblioteca.

[96]. Ap. Raynaldi, al 1471, § 9.

[97]. Sabellico, Dec. III. l. IX.

[98]. «Tutto ciò che di male è stato nella benedetta Firenze, da nulla cosa è proceduto se non dal volere gli ufficj, e poi avuti, ciascuno volerli per sè tutti e cacciarne il compagno..... Sotto colori di guelfi e ghibellini, si sono ammoniti gli uomini non ad altro fine che per avere per sè gli ufficj: e per questo fu trovato l’ammonire ed il confinare e il porre a sedere e il divieto degli ufficj: e per ogni uomo che ha guadagnato d’ufficj, mille n’hanno perduto, senza l’anima e le inimicizie che per l’ufficio e nell’ufficio sono acquistate... E quand’uno s’è trovato ne’ luoghi, non ha pensato se non come disfare chi a diritto o a torto sentenza contro lui ha renduta... Tutti i discendenti s’accozzavano di voler essere capitano di parte per ammonire; e quando erano in ufficio, i capitani si ristringeano insieme, e diceano uno all’altro: Non ha’ tu alcuno nemico, a cui tu vogli far noja? e così raccozzati, ciascuno mettea il suo o i suoi, e poi a una fava faceano il partito, e il guelfo come il ghibellino era ammonito». Questi lamenti del buon Coppo Stefani (Rubrica 923) s’attagliano ad altri tirannelli del tempo nostro.

[99]. Simbolo di questa varietà è il Palazzo vecchio, sotto i cui sporti merlati sono gli stemmi della repubblica e de’ sestieri; cioè, pe’ Ghibellini il giglio bianco in campo rosso, o piuttosto il giaggiòlo o ireos, il quale co’ suoi fiori incorona le mura di Firenze; pe’ Guelfi il giglio rosso in campo bianco; la croce rossa in campo bianco, adottata per la riforma di Giano della Bella; le chiavi d’oro incrociate su campo turchino, con cui la parte guelfa attestò la sua devozione a santa Chiesa. I sestieri ebbero per insegna, quello d’Oltrarno il ponte, San Pier Scheraggio il carroccio, Borgo Santi Apostoli l’ariete, San Pancrazio una branca di leone, porta del Duomo il duomo, San Piero le chiavi. Nei vani degli sporti della torre del Palazzo vecchio sono dipinti gli stemmi de’ quartieri; cioè, Oltrarno, colomba bianca con raggi d’oro; Santa Croce, croce d’oro; Santo Maria Novella, sole a raggi d’oro; San Giovanni, tempio ottagono; tutti in campo azzurro.

[100]. Il famoso canonista ed erudito Lapo da Castiglionchio ebbe saccheggiata la casa in Firenze, donde riuscì a fuggire travestito da frate. Allora «fu mandato a confine a Barzellona; e chi l’uccidesse fuori di Barzellona, avesse dal Comune di Firenze fiorini mille d’oro; e chi ’l menasse preso, possa trarre di bando uno sbandito cui e’ vorrà, o rubello ch’egli vorrà nominare». (ap. Mehus). Egli si fermò a Padova, dov’ebbe una cattedra di diritto ecclesiastico. Di lui si hanno a stampa le Allegazioni (Firenze 1568), e un’epistola sulla nobiltà, e se sia più utile nascer nobile o plebeo (Bologna 1753). Continuò a mestare nelle cose della patria, ed anche i suoi figli; mal per loro, che n’ebbero punizioni severissime. Vedi Ammirato, Storie fiorentine, al 1391.

[101]. Sono parole degli storici; pure consta dai registri che nel 1366 egli era podestà a Mantigno nel podere degli Ubaldini, e nel 77 a Firenzuola.

[102]. «Quest’operazione (dell’escludere le due arti nuove) fu giustissima, giacchè in quell’ordine di persone non si poteano trovare, se non per un caso singolare, persone atte al governo: mancanti di educazione e di lumi, non si conciliavano con alcun mezzo la stima del pubblico, ond’era stato un grand’errore creare due nuove arti della più vile canaglia, e parificarle alle altre negli onori». Ammirato, lib. XIV. Eccede, poichè le due arti erano state create appunto per cernire dalla canaglia quelli che per virtù e senno meritavano di non restar esclusi dalle magistrature.

[103]. È narrato che il vescovo Tarlati d’Arezzo incaricò Buonamico Buffalmacco di dipingere un’aquila viva addosso a un leon morto, volendo inferire la superiorità de’ Ghibellini sopra Firenze. Buffalmacco fecesi fare un chiuso d’assi e tende, e dipinse tutto il contrario, il leone soprastante all’aquila; poi fingendo andare per colori, non tornò più. Apertosi e trovata la burla, il vescovo a smaniarne e bandirlo.