E tengon libertà, ch’è tanto cara

Come sa chi per lei vita rifiuta,

Canzon, non istar muta,

Che se tal biscia ora non si disface,

Non pensi Italia mai posar in pace.

[105]. Alla qual peste si riferisce il caso di Ginevra degli Almieri. Sposa da pochi mesi, ella morì e fu sepolta, ma rinvenne e uscì dalla tomba: andò dal marito, andò dai parenti, e nessuno la volle ricevere, credendola l’ombra di lei che domandasse suffragi; ond’ella ricoverò da Antonio Rondinelli che l’aveva amata, e che la ricevè e risanata sposò. Scopertosi il caso, la curia vescovile dichiarò che, essendo ella stata abbandonata per morta, il primo matrimonio era sciolto, teneva il secondo.

[106]. L’Ammirato, il quale condanna i Pisani, deplora che «Pisa s’andava tuttodì vuotando dei proprj cittadini, non soffrendo il loro altiero animo, non ostanti tanti benefizj, di star sudditi a’ Fiorentini». Ci sono descritti dallo stesso Gino Capponi il tumulto de’ Ciompi, e l’acquisto di Lucca, che pajonmi delle più belle e nobili storie di nostra favella. Nell’archivio secreto Mediceo sta una lettera 14 gennajo 1431 dei dieci di balìa al commissario di Pisa, ove conchiusero: «Qui si tiene per tutti, che ’l principale e più vivo modo che dare si possa alla sicurtà di cotesta città, sia di vuotarla di cittadini pisani; e noi n’abbiamo tante volte scritto costì al capitano del popolo, che ne siamo stanchi; e rispondeci ora l’ultimo, essere impedito dalla gente dell’arme, e non avere il favore del capitano (Cotignola). Vogliamo che tu ne sia con lui, ed intenda bene ogni cosa, e diate modo con usare ogni crudeltà ed asprezza. Abbiamo fede in te, e confortiamti a darvi esecuzione prestissima, che cosa più grata a tutto questo popolo non si potrebbe fare»

Negli scrittori pisani recenti sono a vedere le incolpazioni atroci date al governo di Firenze, sin d’avere per decreto peggiorato l’aria di Pisa onde disabitarla.

[107]. Targioni, Viaggi, II. 221.

[108]. Non è superfluo mostrare i patti con cui il Comune di Lucca si diede a Carlo di Boemia nel 1333. Esso manderebbe un buon vicario, assegnandogli un salario fisso, di là del quale non possa nulla pretendere per sè o sua famiglia, cavalli ed uffiziali suoi; de’ quali pure sia prefisso il numero. Il salario è fissato in quattromila fiorini d’oro, dei quali deve stipendiare due giudici rinomati, tre buoni compagni, dodici donzelli, sedici ragazzi, un cuoco e due guatteri, venti cavalli. Esso vicario osservi le leggi e gli statuti di Lucca, e solo per furto, omicidio, falso incendio, tradimento possa far mettere alla tortura; non introduca prestiti o imposte o mutui o dazj, nè gli accresca; non possa fare spesa alcuna se non col consenso degli anziani, nè cominciar guerra; le cause civili e criminali si giudichino dalle solite curie, senza ch’egli vi s’intrometta. Gl’impieghi si diano al modo antico e a soli cittadini. Egli prepari pedoni e cavalli stipendiarj, ma che contrattino col Comune: le rendite di questo vadano nella cassa civica. Possa il vicario assistere al consiglio degli anziani; ma ciò che ottiene sette voti, si ritenga stabilito. Il re non voglia dare la città a chi altri si sia. Docum. per servire afta storia di Lucca, I. 278.