[228]. Antiq. M. Æ., diss. XXIX.

[229]. Nostradamus, Vite de’ poeti provenzali; Crescimbeni, Storia della vulgare poesia, tom. II. part. I. p. 44.

[230]. Quali il don Pasquale e il Cassandrino de’ Romani, la Bonissima e il Sandrone di Modena, la Mariola di Ravenna, lo Stenterello e le Pasquelle de’ Fiorentini, i Travaglini de’ Siciliani, i Giovannelli de’ Messinesi, il Gianguigiolo de’ Calabresi, il Beltrame de’ Milanesi, cambiato poi nel Meneghino, il Girolamo e il Gianduja dei Piemontesi, ecc.

[231]. Dai Diarj mss. di Marin Sanuto, vol. XXXII, fol. 341, si vede il lotto usato a Venezia, e disapprovato. Sotto il 22 febbrajo 1522 egli scrive: — La mattina non fu nulla da conto nè lettera alcuna, solum si attende a serar un altro lotto di ducati seimila, posti per Zuane Manenti sanser con ducati dieci per uno, e a lui tre per cento di utile. Li mazor precj sono ducati cinquecento l’uno, et sono precj... et fo serato; posto uno di cinquemila, et do di quattromila l’uno: et domenica poi disnar si caverà nel monastero di san Zuan e Polo... Et nota, il predicator di san Zuan e Polo, ozi a la predica, qual è di grandissimo onor e nome, fece assai parole su questi lotti, parlando non è lecito, et si dovria proveder che non vadi drio. Ed io Marin Sanuto palam locutus sum omnibus, che se fossi in loco che potesse, provederia a questi lotti, e fin al serenissimo principe mandai dir ecc. ecc.».

Tonti, banchiere italiano stabilitosi in Francia il 1650, immaginò una lotteria, alimentata dal ricavo del pedaggio che pagavasi sul ponte reale di Parigi, costruito da azionisti, e il cui ricavo distribuivasi fra i sopravviventi di essi, fino alla morte dell’ultimo. Erano cinquantamila viglietti da quarantotto lire ciascuno, e da ciò cominciarono quelle assicurazioni fortuite sulla vita, che si dissero tontine. Con combinazioni del modo stesso si fabbricarono San Luigi, San Rocco, San Nicola, la cupola del Panteon ed altre chiese.

[232]. San Pier Damiani, lib. I. ep. 10, rimprovera agli ecclesiastici la caccia, la furia di fare a dadi e a scacchi, che mutano un sacerdote in mimo. Il Cortusio (Rer. It. Script., XII. 73) dice che il nobil uomo signor Rizardo di Camino, alla foggia de’ nobili, giocava per sollazzo agli scacchi. Galvano Fiamma scrive che i nobili si tratteneano giocando a dadi e scacchi. Nello Statuto dell’arte di Calimala, al lib. II. § 6: — Niuno tintore, affettatore o riveditore lasci giucare di dì nè di notte ad alcuno giuoco di dado o d’altro, dove alcuna cosa si possa perdere, in sua bottega; salvo che di dì si possa giucare a tavole o a scacchi palesemente; o a pena di lire dieci per ogni volta». Anche lo statuto di Pisa del 1284 proibisce ogni giuoco, eccetto che in pubblico le tavole, gli scacchi e il trucciare (ad pistellandum ova) in quaresima. Pascasio Giudico, medico viaggiatore del XVI secolo, passando da Pavia vi scrisse un trattato De’ giuochi di rischio e della malattia di giocar danaro; opera ove tentava guarir se stesso, ma invano. Riferisce molti aneddoti, fra cui d’un Veneziano che giocò la propria moglie; d’un altro che, giocato tutta la sua vita, volle continuare anche dopo morto, ordinando che della sua pelle si rivestisse un tavolino da giuoco, e delle sue ossa si facessero dadi.

[233]. Fabulas scriptas in libris, qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui. Rer. It. Script., XI.

[234]. Lib. VIII. ep. 2, 3, 5 ecc.

[235]. Leonardo Bruno scrive che Nicolò Niccoli nunquam verba duo latina, ob inscitiam linguæ stuporemque cordis ac enervatam adulteriis mentem, conjungere potuit. La prima e più solita ingiuria che usavano tra loro, era il chiamarsi bastardi e figli di preti.

[236]. Vedasi Du Cange alle voci Avaria, Anchoragium, Carratura, Exclusaticum, Foraticum, Gabella, Teranium, Hansa, Haulla, Mensuraticum, Modiaticum, Nautaticum, Passagium, Pedagium, Plateaticum, Palifictura, Ponderagium, Pontaticum, Portaticum, Portulaticum, Pulveraticum, Ripaticum, Rotaticum, Teloneum, Transitura, Viaticum. — Muratori, Antiq. M.Æ., tom. II. col. 4. e seg. e 866. — Werdenhagen, De rebus publicis Hanseaticis, part. III. c. 20. — Marquard, De jure mercatorum, lib. II. c. 6. — Fischer, Geschichte des deutschen Handels, tom. I. p. 526 e seg. — Pegolotti ap. Pagnini, Della decima, tom. III. p. 301.