I Tortonesi e Genovesi nel 1233 stipulano di conservar la strada da Gavi a Serravalle, ita quod non rumpetur, nec in ea offendetur per homines jurisdictionis Terdone... et si contrafieret, comune Terdone faciet damnum emendari, vel illud emendabit, et hoc donec contraria voluntas comunis Terdone appareret per denuntiationem factam comuni Janue per dies xv antea. Quod si strata rumpetur infra dicta loca Gavii et Serravallis per extraneos homines, qui non essent in jurisdictione Terdone, nec de habitantibus vel reductum habentibus in terra Janue, comune Terdone damnum illud pro dimidia emendabit. Et comune Terdone salvabit et assecurabit dictam stractam a Serravalle usque Terdonam, et a Terdona usque in districtum Papiæ etc. Liber juris, tom. I. 955.
Manfredo, marchese di Saluzzo, aveva preso le merci dei mercanti di Alba, col pretesto di salvarla dalle insidie degli Astigiani: onde quelli il supplicarono a restituirle, ed esauditi pagarono trecento lire e trecento soldi d’Asti, promettendo far che l’arcivescovo ritirasse la scomunica lanciata per questo eccesso, e ajutarlo nelle guerre contro gli Astigiani. 1181.
[253]. Scipione Ammirato, St. fiorentina. I.
[254]. Valuto il tarì a franchi 2.20; la salma, a ettolitri 2.76. Vedasi il Regestum Friderici nell’archivio di Napoli, pag. 309-356; Cibrario, Economia; Bianchini, Storia delle finanze del regno di Napoli.
[255]. L’importanza di questo vegetale è attestata dai regolamenti di tutti i paesi mercantili. Lo Statuto di Lucca, rub. CXXI (ap. Tommasi, Sommario), proibisce di venderne, se non sia stato riconosciuto dai deputati sopra ciò. In Genova al falsatore di zafferano la prima volta si taglia la sinistra, la seconda è bruciato vivo con esso zafferano.
[256]. Il riso proviene dall’India e dalla Cina, ma è incertissimo il quando fu introdotto in Italia. Da un documento del Codice diplomatico arabo-siculo di monsignor Airoldi, tom. II. part. II. p. 94, risulta che nell’880 in Sicilia si fece tal raccolto di riso, che bisognò stabilire un magazzino apposito. Il trattato di agricoltura di Pier Crescenzi non ne fa cenno; bensì ve lo introdusse il traduttore, che però fu di poco posteriore, cioè del 1300 cominciante. Le tariffe di Giovanni e Luchino Visconti mettono ancora il riso fra le spezierie; e lo importavano dall’Egitto e dalla Spagna i Veneziani nel secolo XV. Nel reame di Napoli pare introdotto dagli Aragonesi; e singolarmente abbiamo notizia che i duchi d’Atri ne fecero coltivare nel piano tra gli sbocchi del Tronto e del Pescara. Vogliono che Lodovico II di Saluzzo recasse da Napoli il riso nel Saluzzese, dove molto produceva nel 1525. Nel Novarese vuolsi introdotto nel 1521 dai soldati di Carlo V. Nel Vercellese accennano la sua coltivazione al 1552: quando anche nel basso Veronese Teodoro Trivulzio l’introdusse nelle terre di Zevio e Palu. Nella seconda metà del xvi secolo Lobelio vedeva vegetare il riso nella campagna milanese mediante le acque del lago Maggiore; ma già prima il Mattioli lo diceva «famigliarissimo nelle mense di tutta Italia». Vedi Capsoni, Della influenza delle risaje sulla salute umana, Milano 1851.
[257]. Pazientissimi computi fece il Pagnini, poi dietro ad esso il Cibrario nell’opera citata; pure vacilla anch’esso, nè sempre si appone, massime ne’ ragguagli; basti vedere la pag. 528. E tutti gli economisti versano in somma incertezza sul valore delle merci, perchè non si conosce bene la moneta di conto su cui valutavano i prezzi.
Nel Liber jurium di Genova, vol. I. p. 1170, è un inventario delle rendite di Andora, venduta dai marchesi di Clavesana al comune di Genova nel 1252; e vi sono specificati i frutti che i differenti villani devono in natura; i servizj di corpo, col valore approssimativo. Meriterebbe un commento, donde sarebbe illustrata la condizione de’ campagnuoli, al tempo stesso che il valore delle derrate.
[258]. Cioè Santhià. Monum. Hist. patriæ. Chart. I. 341.
Amedeo V di Savoja, cadente il secolo xiii, affidava a cavatori fiorentini o lucchesi la ricerca de’ minerali del suo Stato; ed oro traevasi, nel 1279, da Champorcher in val d’Aosta; nel secolo seguente lavavansi le sabbie aurifere dell’Orco e dell’Amalone; argento si cavava a Groscavallo e ad Ala in val di Lanzo; argento e rame a Usseglio e Lemie. Nel 1496 Giovanni Swerstab di Norimberga pagava al duca Filippo III trecento fiorini d’oro l’anno per usar le miniere di val di Lanzo, e quelle di Montjouet in val d’Aosta, e di Macot e Aime in Tarantasia per un quinto dell’oro, un decimo degli altri metalli. Nel 1508 Carlo III consentiva ai signori d’Aviso le miniere di Beaufort e Montjoye nel Fossignì per un quinto dell’oro e dell’azzurro, cioè il cobalto; un decimo dell’argento, un quindicesimo dell’acciajo e dello stagno, un ventesimo del piombo, ferro, rame. Nel 1530 deputava gran mastro delle miniere il tedesco Lodovico Jung, perchè le facesse lavorare a conto dello Stato. Dappoi si trovarono altre miniere a Vinadio, Pesey, Alagna, Olomont, Usseglio e altrove, ma il ricavo ne fu sempre scarso. Cibrario, Monumenti di Savoja, pag. 283.