Altrettanto e peggio operava Galeazzo II a Pavia. Più freddamente spietato, inventò la quaresima, per cui a’ suoi nemici faceva levare oggi un occhio, domani riposo; poi l’altr’occhio, indi riposo; poi una mano e l’altra, un e l’altro piede, e via per quaranta giorni alternando i tormenti col riposo, che preparasse a meglio sentirli. Fabbricava molto, talvolta insignemente, come furono il ponte sul Ticino e il castello di Pavia con una torre a ciascun angolo, e nell’interno un ampio cortile a portici, e un oriuolo che, oltre battere le ore, segnava il moto de’ pianeti. Nè meno suntuoso riuscì il castello di Milano. Poi disfaceva a capriccio: e i fondi, il legname, la calce prendeva dove fossero senza pagare; per ampliare un parco di venticinque miglia di giro usurpò fondi privati, tra cui quelli d’un Bertolino da Sisti, il quale affrontandolo gli chiese: — Di che darò a mangiare a’ miei figliuoli?» e il brutale rispose: — Che? non ti basta il gusto del farli?» Onde quello gli tirò una coltellata, e fallito il colpo, fu preso e fatto strappare da cavalli. Non pagava le cariche, poi guaj se erano male esercitate: sessanta impiegati a un tratto condannò alla forca, poi supplicato li graziò, ma chiuse in prigione il suo cancelliere ch’erasi mostrato sollecito nello spedir quella grazia. Insieme digiunava una terza parte dell’anno, distribuiva duemila cinquecentotrentun zecchini all’anno in limosine, ducentodieci moggia di grano, dodici carra di vino[3], e tenea dieci cappelle. Poi favorì i letterati, fondò l’Università di Pavia chiamandovi professori rinomati; blandì il Petrarca; e gli encomj di questo, ripetuti per classica ammirazione, impedivano ai lontani di udire i gemiti dei popoli[4].

Tanto si osava mentre ancora sussistevano i nomi e le forme repubblicane; anzi direi per queste, giacchè il tiranno trovandosi violatore di esse, operava senza ritegno; l’appoggio che dalla costituzione eragli negato, chiedea dalla forza; forza non di cittadini, ma mercenaria, ed alleandosi con altri principi e coll’imperatore. I papi contrastavano sempre, tratto tratto qualche città si sollevava, un nuovo nemico sorgeva ogni dì: ma i Visconti dal pingue paese smungeano denaro, denaro traevano dagl’immensi possessi confiscati, col denaro compravano bande, e colle bande vincevano e tiranneggiavano.

Gian Galeazzo figliuolo di Galeazzo, altrettanto ambizioso e più dissimulatore, comprò dall’imperatore Venceslao il titolo di vicario imperiale di Lombardia. Pagando a Giovanni II re di Francia trecentomila zecchini, di cui avea bisogno per riscattarsi dal re d’Inghilterra, n’ottenne la mano della figlia Isabella e la contea di Virtù in Sciampagna. In seconde nozze sposò Caterina figlia di Bernabò, il quale così credeva esserselo indissolubilmente legato, e lo canzonava di quel non curarsi di grandezze umane e della sua santocchieria. Fedele a questa, una volta Gian Galeazzo s’avviò in pellegrinaggio solenne al sacro monte di Varese, menando seco la Corte; e poichè passava rasente a Milano, pregò lo zio volesse venire a salutarlo fuor della porta. Lo zio v’andò (1385); ma appena l’ebbe abbracciato, il nipote diè il segno a’ suoi seguaci, che, tirate l’armi di sotto le pie tuniche, presero Bernabò col suo seguito, e buttatolo in castello, e fattogli un ridicolo processo, non per le atrocità sue, ma per stregherie e per avere con incantesimi reso sterile il matrimonio del nipote, lo sepellirono nel castello di Trezzo a morire di rabbia se non fu di veleno. Milano rise della volpe presa al laccio, ed acclamò Gian Galeazzo, che riunì tutto il dominio visconteo, e trovò nel tesoro settecentomila fiorini d’oro contanti e sette carri d’argento in verghe e vasellame.

Gian Galeazzo non avventurava mai nè la persona propria nè l’esercito a battaglia decisiva, ma lo chiudeva entro fortezze, lasciando la campagna esposta; sapeva poi destreggiare di politica, annodare e scompor leghe, essere perfido e bugiardo opportunamente, e scegliere i migliori stromenti alle sue ambizioni. Le finanze, per buona amministrazione fiorenti, davangli mezzo di comperarsi partigiani nelle altre repubbliche, e bande mercenarie, e grosse parentele, e così far dei paesi come gli talentasse; nè dopo Federico II v’era stato principe più temuto dagl’Italiani, e più minaccevole all’altrui indipendenza. Stanco dell’obbrobrio delle bande di ventura, strinse lega coi Gonzaga, i Carraresi e gli Estensi per isbrattarne il paese, e Bartolomeo di Sanseverino fu spedito contro di loro con una bandiera inscritta Pax; lega di effimera durata, che presto fece luogo a rivalità ed ambizioni tra questi signorotti.

Quei della Scala disonorarono la propria decadenza coi delitti. Cansignorio, e Paolo Alboino, figli di Mastino II, aveano assassinato il fratello maggiore, indi azzuffatisi tra sè, il più debole fu cacciato prigione in Peschiera, finchè Cansignorio, sentendosi morire, mandò ammazzarlo (1375) acciocchè non attraversasse la successione a’ suoi figli naturali Bartolomeo e Antonio. Rinnovando simili misfatti, Antonio uccide Bartolomeo (1381), poi ne accagiona un’amica, e costei e tutta la famiglia manda alle forche. Quest’Antonio fu dai Veneziani aizzato contro Francesco Carrara signore di Padova, loro implacabile nemico, il quale si pose a schermo di Gian Galeazzo. Costui, adontato che lo Scaligero per gelosia avesse rinnegato la sua alleanza, s’intese col Carrara; vantandosi erede degli Scaligeri in grazia di Caterina sua moglie, nata da Regina della Scala, fece attaccar Verona (1387 8bre) dalle bande di Ugolotto Biancardo; ed essendo Antonio fuggito a Venezia dopo consegnata la fortezza al legato imperiale, Galeazzo la comprò a contanti.

Ma, infido al proprio alleato, non che cedergli Vicenza come avevano pattuito, si offerse amico a Venezia contro di esso, ricevendone centomila ducati il primo anno, poi ottomila al mese se la guerra si prolungasse. Il Carrara trovavasi addosso nemici troppo poderosi, scontenti i popoli, non denaro per comprar bande o trarre qui stranieri; sicchè per disperato rinunziò la signoria al figlio Francesco II Novello, il quale sentendosi inetto a resistere, ricoverò a Pavia (1388 9bre) fra l’esultanza de’ Padovani. Malgrado il salvocondotto, furono chiusi il padre a Verona, il figlio a Milano: Galeazzo prese Padova, poi Treviso, e si trovò sul margine delle lagune, alla tardi e mal pentita Venezia minacciando, se Dio gli concedesse sol cinque anni di vita, ridurla umile quanto Padova.

Tolte di mezzo quelle due antiche famiglie, assorbite le case dei Correggio, dei Cavalcabò, dei Benzoni, dei Beccaria, dei Langoschi, dei Rusca, dei Brusati, restava padrone di ventuna città, che gli fruttavano ducentomila fiorini, cioè metà quanto la Francia e l’Inghilterra, avendo in corte quasi prigioniero Teodoro II marchese di Monferrato, ricevendo docilissimi omaggi da Francesco Gonzaga signore di Mantova, proteggendo il marchese Alberto d’Este contro l’odio meritato con delitti; aveva una zia maritata in Lionello d’Inghilterra con ducentomila sterline; la figlia sua Valentina sposò a Luigi duca d’Orléans, assegnandole in dote la città e il territorio d’Asti, quattrocentomila fiorini, e un corredo e gemme quali nessun regnante. Fidava recuperar Genova coll’attizzarne le intestine malevolenze; chiedendo sposa Maria, erede presuntiva della Sicilia, aspirò ad acquistare quell’isola sbranata fra due fazioni: se non che il re d’Aragona, subodorato l’accordo, appostò la flotta lombarda e mandolla sgominata. Sempre più ampliando i suoi divisamenti, Gian Galeazzo ambiva la corona d’Italia; ma prima conveniva abbattere la tutrice della costei libertà, Firenze.

Questa continuava ad essere il centro de’ Guelfi, sottometteva i castellani del contorno, e nelle interne riotte migliorava la sua costituzione. A misura del crescer di essa scapitava la ghibellina Pisa, la quale invischiatasi nelle vicende di terra, più non dava i migliori negozianti a Costantinopoli e all’Arcipelago, e vedeva spopolarsi i suoi banchi in Siria. La battaglia della Meloria, altro frutto del suo parteggiare cogl’imperatori, l’avea fatta soccombere a Genova; e per alcun tempo proibita di tenere armi, perdè l’abitudine della guerra, onde la gioventù si drizzò ad altre vie, ad altra ambizione i consigli; i pescatori delle maremme, di Lerici, della Spezia passarono a servizio de’ Genovesi. Alla Corsica avea rinunziato, sicchè fu data agli Aragonesi in cambio della Sicilia: ma poichè v’era sempre chi favoriva a’ Pisani o a’ Genovesi, tutta andava in partiti e scaramuccie, che impedivano agli Aragonesi di profondarvi radici. Molti tirannelli vi sorsero, finchè il popolo stanco (1359) trucidò i baroni o li fugò, e stabilì una costituzione repubblicana, mettendosi in tutela de’ Genovesi, patto di non essere aggravezzati che di venti soldi per fuoco l’anno. Nè per questo le fazioni quetarono; e non potendo la repubblica di Genova tenerla, cinque cittadini ne presero a proprio conto la protezione, e se la divisero. Poco durò, e alle indigene si aggiunsero le scissure di Adorni e Fregosi.

Ai Pisani restava accora la Sardegna, opportuna al commercio coll’Africa che ormai sola le era dischiusa: ma nel 1323 quanti erano in quell’isola furono trucidati per trama di Ugone de’ Visconti giudice d’Arborea, il quale consegnolla a Giacomo II re di Aragona. L’infante don Alfonso, sbarcatovi con poderosa armata, consumò quindicimila uomini nel vincere l’intrepida resistenza di Cagliari e de’ Pisani condotti da Manfredi della Gherardesca (1326), i quali alfine dovettero abbandonargli l’isola, ultimo resto di loro marittima grandezza. Gli Aragonesi v’introdussero le cortes, con tre stamenti o bracci, ecclesiastico, militare, regio, cioè popolano, i quali aveano parte nel far le leggi e nel fissare l’imposta, e rendeano ragione alle querele d’individui e di corpi. Alcuni signori conservaronsi indipendenti, come i marchesi d’Arborea, tra cui fu famosa Eleonora che fece raccor le leggi dell’isola (carta de logu) (1403), fin testè conservate in vigore.

Pisa si trovò intercetta la via dell’Africa, in Sicilia non potè sostenere la concorrenza de’ Catalani, onde si restrinse all’agricoltura, alle manifatture, alle imprese di terra. Sempre avversa alla guelfa bandiera, continuava a rivaleggiare con Firenze. Secondo il trattato del 1342, avea fatto esenti i Fiorentini da ogni gabella in Pisa; ma col pretesto di armare contro i corsari, impose ad essi pure due denari ogni lira di valore. Risoluti di non rassegnarsi ad un esempio che potrebbe condurre a peggio (1357), i Fiorentini chiusero le loro partite e trasportarono gli scanni al porto di Telamone nella maremma senese. I mercanti forestieri dovettero seguirli, sicchè fu colpo mortale a Pisa, la quale, vuote le case, i magazzini, gli alberghi, le strade di vetturali, il porto di navi, riducevasi una solitaria città castellana.