Dentro la squarciavano le sêtte de’ Bergolini, popolani guidati dai Gambacorta, e de’ Raspanti, in mala fama per aver raspato ne’ loro governi, e sempre avversi ai Fiorentini. Gli odj portarono ad alternate tirannie; e i Visconti di Milano, che mai non torceano gli avidi occhi dalla Toscana, per demolirla colle lotte interne favorivano ai Raspanti, i quali incessantemente aizzavano alla guerra contro Firenze, non foss’altro per rincalorire i rancori, che troppo s’erano calmati dacchè si vedeva a che avesse portato l’esclusione de’ Fiorentini, dai Raspanti cagionata.

Volterra mal potea conservarsi indipendente fra le tre repubbliche vicine che v’aspiravano; e però avendola i Fiorentini sciolta dalla tirannide di Bocchino Belforti, si diede a loro protettorato (1360). N’andò al colmo il dispetto de’ Pisani, che ruppero all’armi con varia fortuna; ma l’antica regina dei mari si trovò sull’onde guerreggiata dalla mediterranea rivale. Pisa sentendosi non bastar sola, chiese ajuti a Bernabò Visconti, e questi vi spedì l’Acuto (1362) colla banda inglese di duemila cinquecento cavalli e duemila fanti. Vero è che costoro devastarono la campagna, poterono anche fare una punta sopra Firenze, correre il palio fin sotto le mura di essa, ed appiccarvi alla forca tre asini col nome di tre magistrati fiorentini; ma la voracità di questa masnada, la peste che ripullulò, e la rotta di San Savino (1364) (che ancora si festeggia a Firenze col palio di San Vittorio) ridussero i Pisani a strettissime condizioni[5]. Non potendo poi pagare l’ultima rata alle compagnie di ventura, Giovanni Agnello loro concittadino, la cui ambizione era sollecitata da Bernabò, promise soddisfarli de’ soldi dovuti, e col loro appoggio si fece proclamar doge: premiò, punì, relegò, com’è il solito di cotesti ambiziosi, e giustificava l’usurpazione col titolarsi luogotenente del Visconti. La pace giovava al dittatore; onde fu conchiusa (17 agosto) tra Pisani e Fiorentini, restituendo a questi ultimi le franchigie che godevano a Pisa, i castelli e i prigionieri, oltre centomila scudi d’oro per le spese della guerra.

Firenze era sempre stata braccio destro della Chiesa: pure onesta franchezza mostrava nelle materie ecclesiastiche, sacerdoti e abati puniva dei delitti come gli altri cittadini, e li sottopose alle gravezze comuni. L’inquisitore frà Pietro dell’Aquila, superbo e avido di denaro, avea avuto procura dal cardinale di Barros spagnuolo, per riscuotere dodicimila fiorini dovutigli dalla fallita compagnia degli Acciajuoli; e benchè col consenso della Signoria n’avesse preso adequata cauzione, fece dai birri del Sant’Uffizio (1375) sostenere uno degl’interessati d’essa compagnia. Se ne leva rumore: il prigioniero è tolto ai birri, che con tronche le mani sono banditi dalla Signoria. L’inquisitore sbuffante si ritira a Siena, e lancia l’interdetto sui priori e sul capitano di Firenze: questi appellano al papa, accusando d’altri abusi l’inquisitore, e che settemila fiorini in due anni avesse smunto dai cittadini, coll’appuntare come eresia ogni paroluzza, ogni sentenza men castigata; e il papa, informato del vero, levò le censure. Allora il Comune ordinò, come già erasi fatto a Perugia, che nessun inquisitore prendesse brighe estranee al suo uffizio, nè potesse condannare in denaro, nè tenere carcere distinta; divieto ai magistrati di dargli sgherri, nè di lasciar arrestare chi che fosse senz’assenso dei priori: e poichè Pietro dell’Aquila a più di dugencinquanta cittadini avea dato la licenza delle armi, col titolo di famigli del Sant’Uffizio, ritraendone meglio di mille fiorini l’anno, si ordinò che l’inquisitore non avesse più di sei famigli con arme, nè più di sei altri licenziasse a portarle; quelli del vescovo di Firenze fossero ridotti a dodici, e a metà quelli del fiesolano; l’ecclesiastico che offendeva un laico in fatto criminale, cadesse sotto al magistrato ordinario, senza eccezione di dignità, nè riguardo a privilegi papali.

Tutto ciò indispose il papa contro Firenze: e Guglielmo di Noellet, legato pontifizio a Bologna, parve ne insidiasse la libertà, la carestia peggiorando col proibirvi l’invio del grano, poi scagliando contro della Toscana la Compagnia Bianca dell’Acuto, dacchè la tregua con Bernabò la rendeva inutile: passo sconsigliato e disastrosissimo all’Italia ed alla causa pontifizia. Firenze, indignata di vedersi tolta di mira da quella Corte, cui con lealtà religiosa avea sempre favorito, comprò l’inazione di costui mediante centrentamila fiorini, e tosto gittò l’incendio nella Romagna, promettendo mano a chiunque si rivoltasse alle sante chiavi. Siena, Lucca, Pisa tennero con essa, e così il Visconti, cui Gregorio XI aveva rinnovato le ostilità: gli Otto della guerra, a’ quali erasi affidato il governo di Firenze, ed erano detti gli otto santi patroni, raccolsero l’esercito sotto una bandiera iscritta a oro Libertà, la quale spedirono a Roma e agli altri paesi con lettere mirabilmente dettate dal segretario Coluccio Salutati. Ed ecco in non dieci giorni ottanta città o borgate di Romagna e delle marche d’Ancona e Spoleto, e Bologna stessa si sottrassero ai vicarj pontifizj, e costituendosi libere, o richiamando le antiche famiglie spossessate dall’Albornoz. Giovanni Acuto, a servizio del legato papale, intitolò la sua compagnia santa, e malmenò la Romagna. Il vescovo d’Ostia conte di questa dimorava in Faenza, e scoperto che Astorre Manfredi praticava per farla ribellare, chiamò l’Acuto. Il quale volò, e subito chiese denari (1376); e non avendone il vescovo, cacciò prigione trecento primani, undicimila spinse fuor di città, solo ritenendo alquante donne a oltraggio; poi l’abbandonò al sacco, nè tampoco risparmiando le vite di fanciulli. La città così malmenata vendè per quarantamila fiorini al marchese d’Este, poi gliela ritolse per darla al Manfredi. Questo chiamava egli servire al pontefice: eppure in compenso pretese le terre di Bagnacavallo e Castrocaro.

La sollevazione intanto estendevasi; ben ottanta città aveano tolto l’obbedienza al pontefice, che viepiù indignato contro i Fiorentini, li citò al suo tribunale. Essi, che non voleano esser religiosi a scapito della libertà[6], mandano tre ambasciadori ad Avignone, che sostengono la causa loro con insolita franchezza, e — In quattrocento anni dacchè godiamo della libertà, la ci si è per modo connaturata, che ognun di noi è disposto a sagrificare la vita per conservar quella». Il buon papa era troppo male ispirato, com’è più facile ai lontani; e senza dare ascolto proferì contro di loro la scomunica, eccitando ognuno ad occuparne gli averi e le persone; onde Donato Barbadori, uno dell’ambasciata, si volge a un Cristo, appellandosi a lui dell’ingiusta sentenza, e dicendo col salmista: — Ajutor mio, non mi lasciare; se anche mio padre e mia madre m’abbandonarono».

Quanti erano per traffico in Avignone e altrove sono obbligati partirsene; il re d’Inghilterra coglie l’occasione per occupare gli averi e far serve le persone di quanti ne trovò nel suo regno; sicchè arrivò a Firenze tanta gente, da poter formare un’altra città. I Fiorentini decretano non si badi all’interdetto (1377), e si continuino gli uffizi divini: ma l’Acuto mette a macello le città sollevate; Roberto di Ginevra nuovo legato, cattiva scelta d’ottimo pontefice, trae una banda delle più ribalde che devastassero la Francia, guidata da Giovanni di Malestroit bretone, il quale, avendogli il papa domandato — Ti basta l’animo di penetrare in Firenze?» rispose — Sì perdio, se vi penetra il sole». A’ Bolognesi il legato minacciava voler lavarsi piedi e mani nel sangue loro; e di fatto Monteveglio, Crespellano ed altre terre furono spietatamente invase. Cesena, assalita per una rissa fra’ Bretoni e i cittadini, fu mandata a sacco, e Roberto gridava — Sangue, voglio sangue; scannate tutti, affatto affatto»; orribile grido, più orribile in bocca di legato papale, se pur non è una delle solite invenzioni con cui si vendicano gli oppressi. Tre giorni abbandonata a quel furore, cinquemila cadaveri furono rinvenuti quando si rifabbricò, oltre quelli periti nel fuoco e mangiati dai cani: gli altri errarono mendicando. I soldati cambiavano a some le spoglie dei morti con altrettanto fieno e paglia da stramare i cavalli; le donne, vedove, contaminate, nude, digiune, metteano pietà fin al disumano Acuto. I Fiorentini riuscirono a staccare costui dal papa col pagargli duecencinquantamila fiorini l’anno; vale a dire redimevano i ricolti del proprio territorio dando una metà della pubblica rendita. Solo allorchè lo scisma cominciato nella Chiesa facealo bisognoso di pace, il papa ricomunicò Firenze (1378), accettandone ducentrentamila fiorini.

Firenze vedeva con gelosia gl’incrementi di Gian Galeazzo; e questo, soffiando ne’ rancori degli emuli di essa, riuscì ad allearsi con Siena, Perugia, Urbino, Faenza, Rimini, Forlì e molti principotti, oltrechè si provvedeva dei migliori capitani nostrali, Jacopo del Verme, Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, Paolo Savelli, Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro, Facino Cane, ed accampava fin quindicimila cavalli e seimila fanti. Firenze sentendosi minacciata, doppiò di zelo e sagrifizj, e oltre l’Acuto, assoldò il tedesco duca di Baviera, il francese duca di Armagnac, che menava duemila lance e tremila pilardi o saccomanni, diluvj d’ogni nazione, stipendiati per danno della nostra. Associavasi pure colla potenza di Bologna e coll’ira del tradito Francesco Novello de’ Carrara.

Costretto, come narrammo, dal Visconti a far cessione del principato degli avi suoi, e relegato a Cortazzone nell’Astigiano, costui fugge per Francia, dando voce d’andar pellegrino a Sant’Antonio di Vienne, e seguito dall’intrepida moglie Taddea d’Este e dai figliuoli, varca i geli alpini, si prostra all’antipapa Clemente VII in Avignone, a Marsiglia abbraccia Raimondo già vescovo di Padova, poi temendo essere arrestato da quel governatore, s’imbarca per Genova. La procella lo butta su spiaggia nemica, ma ne campa mediante il denaro e le lettere del re di Francia; e giunto a una terra de’ Fieschi, si rimette al mare. Nuova tempesta lo spinge al lido, ove uno Spínola non crede sia mercante nè uom d’arme come diceva, e l’obbliga a manifestargli l’esser suo. Questo, caldo ghibellino, corre a Genova a riferirlo al doge Adorno, creatura dei Visconti; ma il Carrarese, avutone sentore, passa la notte in una chiesa, donde all’alba fugge lungo la riviera. Ivi l’imbatte un mercante, che al nobile portamento di Taddeo insospettito, corre a denunziarlo a Ventimiglia come rapitore di gentildonna. Le milizie il sopragiungono, ma egli, palesatosi, riceve onore; ed è trovato da un messaggiero di Paganino Doria, che gli presenta la metà d’un dado, segnale concertato, onde seco prosegue il viaggio s’un palischermo. Spinto da traversia a Savona, ove dominavano i Del Carretto amici al Visconti, se ne sottrae con pronta fuga, e in abito da pellegrino passa per Genova, si sottrae ai condottieri del duca spediti sulla sua traccia, ed eccolo a Firenze. Nojato dai gabellieri alle porte, ricevuto freddamente e consigliato a cercarsi altro asilo, egli mette banco per guadagnare il vitto alla famiglia, e si fa stimare dai Fiorentini, viepiù dacchè lo vedono temuto dal Visconti: i Veneziani stessi, cessato di averne paura, lo guardano amicamente; dalla prigione suo padre lo esorta a sostenere le fortune e l’onore della casa. Allora Francesco ripiglia personaggio politico, gira le corti di Germania e n’ottiene soccorsi ed incoraggiamenti, coi quali traversato il Friuli, e raccolti amici e partigiani, di sorpresa recupera Padova (1390 19 giugno). Subito l’incendio si diffonde; Verona acclama il fanciullo Can Francesco, figlio del defunto Antonio della Scala; e i Veneziani dan mano ai nemici di Gian Galeazzo.

Però le bande oltramontane non aveano ancora imparato la strategia maestrevole delle italiane; e l’Armagnac, che, giovane di ventott’anni e usato a vincere, con baldanza francese sbraveggiava gl’Italiani, essendosi con pochi avanzato fin sotto Alessandria, da Jacopo del Verme fu battuto e ferito a morte (1391 25 luglio); i suoi, presi e spogliati, dovettero senz’armi tornare in Francia. Ne restava in gravissimo frangente l’altro esercito al soldo de’ Fiorentini, ma Giovanni Acuto con ferma maestria potè ritirarlo attraverso l’Oglio, il Mincio, l’Adige. Rotte le dighe di questo, allagata la valle veronese, l’Acuto si trovò una volta ristretto sopra un argine, e tutto intorno acqua, onde il Del Verme gli mandò per beffa una volpe in gabbia; ma l’inglese rispose: — La volpe troverà modo da sgattajolare»: e in fatto, traversando di sotto di Legnago per entro le acque e la melma un’intera giornata, ridusse l’esercito in salvo. All’Acuto Firenze dava fin duemila fiorini l’anno di paga, e lui e suo figlio faceva esenti da ogni gravezza; pingui doti alle tre figlie, assegno vedovile alla moglie Donnina Visconti; e quando morì (1394) gli rese esequie da principe, e mausoleo in Santa Maria del Fiore, e le sue ceneri furono ridomandate dal re d’Inghilterra: tant’è pertinace la frenesia degli uomini nell’onorare chi gli uccide.

Stanchi di quelle interminabili evoluzioni senza mai una battaglia campale, i belligeranti trattarono d’accordo (1392 genn.), rimettendosi all’arbitrio di Antoniotto Adorno doge di Genova, e Riccardo Caracciolo gran maestro dell’ordine di Rodi. Il costoro arbitramento a Francesco Novello manteneva Padova, proibito a Gian Galeazzo d’intrigarsi nelle cose toscane, e ai Fiorentini nelle lombarde. Ma il Visconti, le cui ambizioni rimanevano insoddisfatte, non atteneva i patti; le bande mercenarie congedate, eppur tenute sempre a mezzo soldo, spingeva contro i Fiorentini (8bre); fermava alleanza con Jacopo d’Appiano, che svertando Pietro Gambacorta, s’era insignorito di Pisa.