Intanto egli medesimo con altri fuorusciti macchinava contro i Medici, e soldò un Greco per assassinare Cosmo. Il sicario fu scoperto, ed ebbe tronche le mani; e sopra la costui confessione il Filelfo fu condannato in contumacia al taglio della lingua e al bando perpetuo. Se al Filelfo non restava che l’ira dell’impotente, Cosmo, sicuro dell’autorità, aveva i mezzi e perciò il dovere d’essere generoso. E il volle, e gli fece proporre la riconciliazione: ma il pedante ostentò generosità col rifiutare e insultare; finse anzi di credersi mal sicuro a Siena, e poichè era cerco dal papa, dal senato veneto, dal duca di Milano, dalla repubblica di Bologna, dall’imperatore di Costantinopoli, accettò di passare sei mesi a Bologna, ottenendovi l’inusato stipendio di quattrocencinquanta ducati, poi si trasferì a Milano. Quivi passò i sette anni meno tempestosi di sua vita, caro alla Corte, dichiarato cittadino, e sempre più incocciandosi di que’ suoi meriti incomparabili.
Nelle commozioni succedute alla morte di Filippo Maria, scrisse proclami e lettere ai principi perchè sostenessero l’aurea repubblica; poi orazioni ed encomj all’oppressore di questa Francesco Sforza, da cui accettò nuovi favori, finchè il magnanimo Alfonso di Napoli mostrò desiderio di vederlo. Mosse a quella volta, e «giunto a Roma (scrive Vespasiano) nel tempo di papa Nicola, fece pensiere alla sua tornata di visitare la sua santità. Inteso papa Nicola che era in Roma, subito mandò a dire che l’andasse a visitare. Intesolo messer Francesco, andò alla sua santità, e le prime parole che gli disse, furono: Messer Francesco, noi ci maravigliamo di voi, che passando di qui non ci abbiate visitato. Messer Francesco rispose come egli faceva pensiero visitare il re Alfonso, e poi venire alla santità sua. Papa Nicola, che sempre era stato amatore degli uomini letterati, volle che messer Francesco conoscesse la sua gratitudine, e pigliò un legato di ducati cinquecento, e sì gli disse: Messer Francesco, questi denari vi voglio io dare, perchè vi possiate fare le spese per la strada. Messer Francesco, veduta tanta liberalità usatagli, ringraziò la sua santità infinite volte di tanta gratitudine usatagli». Il re di Napoli gli uscì incontro fino a Capua, lo ornò cavaliere, e gli concesse di portare l’arma d’Aragona; infine il coronò poeta.
Queste e ben altre particolarità raccolgonsi da trentasette libri di sue lettere che sono alle stampe, e dalle altre opere dove spessissimo parla di sè; e spessissimo ne parlano i pochi amici e molti nemici suoi contemporanei. Egli componeva, traduceva, compilava; or traboccava la bile contro gli avversarj; or filosofava nelle Meditazioni fiorentine o nei Banchetti milanesi o nella Morale disciplina; or commentava il canzoniere del Petrarca, con indecenti allusioni agli amori del poeta, ai papi, ai Medici; or in ventiquattro canti latini celebrava gli Sforza, o in quarantotto italiani san Giovanni Battista; or tesseva arringhe, da recitarsi dai podestà fiorentini quando uscivano di carica, ovvero in proprio nome, e orazioni funebri, e consolatorie, e liriche latine. Forza e calore non gli mancano, ma per purezza latina è lontano troppo, non che dal Poliziano, dal Poggio, e move lo stomaco colle sguajate scurrilità.
Circondato da tanti scolari, tra cui potea contare Pio II, Pietro de’ Medici, Agostino Dati e Bernardo Giustiniani storici di Siena e di Venezia, Alessandro di Alessandro autore dei Genialium dierum, avrebbe potuto godere le compiacenze d’una vecchiaja onorata se il portamento suo bisbetico non l’avesse tratto a sempre nuove contese. Poi alle lusinghe della gloria voleva aggiungere la realtà di ricca casa, codazzo di famigli, cavalli, tavola: col che non solo corrompeva il proprio avvenire, ma si obbligava a chiedere vilmente e vilmente accettare, sin col fingere le nozze di una sua figlia onde avere pretesto a domandare regali; profondeva elogi, e poi querelava d’ingrato chi i doni non proporzionasse all’avidità sua, e svillaneggiava chi tardasse. Eppure quando Anton Marcello, patrizio veneto, d’una consolatoria per la morte d’un figlio il gratificò con un bacino d’argento del valore di cento zecchini, esso lo portò alla Corte, e davanti al consiglio ne fece dono al duca di Milano. Forse che ne sperasse un maggiore ricambio?
S’accapigliò esso pure col Poggio, il quale asserisce che il Filelfo da giovane visse in ribalda amicizia con un prete cui era stato affidato; che a Fano preso a calci e pugni, a stento rifuggì in una bettola, e s’appiattò sotto un letto; che a Padova fu bastonato pubblicamente ed espulso di città per opera d’uno cui avea corrotto il figlio, nè potè sottrarsegli che fuggendo in Grecia; colà avere contaminato la figlia del suo ospite, che poi dovette sposare; e altrettali lepidezze. Nuovi appicci ebbe con Giorgio Mérula già suo discepolo, che avea scritto turcos invece di turcas, voce sulla quale non poteasi appellare all’infallibilità de’ classici; altri per l’interpretazione d’un verso greco, pel quale e il Traversari e il Marsuppini disputarono quanto i teologi sopra un senso scritturale[138].
Galeazzo Maria Sforza non continuò i favori al Filelfo, che, da diciassette anni addetto a quella famiglia, allora si trovò abbandonato e povero, costretto a lottare colle necessità mediante una salute di ferro e un’inconcussa pertinacia al lavoro. Que’ bei tempi ove a gara vedeasi cercato, erano tramontati, ed egli non potea che sfoggiare eloquenza sopra un nuovo tono, lamentandosi dell’abbandono e dell’ingratitudine degli uomini. Da Pio II nulla ottenne, nulla da Paolo II che pur l’aveva altre volte lodato e donato; sicchè egli bestemmia papa e papato, lasciando fin trapelare l’intenzione d’andarsene a Maometto II. Ma Sisto IV il chiamò a Roma ad una cattedra di filosofia con buoni assegni e migliori promesse. V’ebbe accoglienze, da soddisfare qualunque amor proprio; ma tornato a Milano a prendere la sua famiglia, perdette la moglie di trentott’anni mentr’esso toccava gli ottanta; di ventiquattro figli non gli restavano che quattro fanciulle e un maschio, filologo come lui, e come lui presuntuoso, difficile, accattabrighe; ed ebbe l’amarezza di veder morire anche questo, sicchè si trovava isolato alla sera di sua vita. Milano era allora sossopra per l’assassinio di Galeazzo Maria e la minorità di suo figlio; la peste facea pericoloso il ritornare a Roma: onde il Filelfo, che si era rappattumato coi Medici, e tenea da tempo corrispondenza col magnifico Lorenzo, ottenne che la Signoria cancellasse le sentenze contro di lui, e il ponesse su una cattedra di lingua e letteratura greca; ma le fatiche del viaggio lo logorarono, e quindici giorni dopo rimesso nella cara Firenze, morì (1481) di ottantatre anni. Una tale longevità basterebbe a spiegare la sua morte, eppure si volle dire gliel’accelerassero le virulente satire del Merula. Così gli erano ricambiate le contumelie; ma non le aveva aspettate per confessare d’essere trasceso negli sfoghi di sua bile[139].
In cotesti, ve n’accorgete, la letteratura non era una distrazione, ma vita; non istromento, ma fine. Il bisogno e l’abitudine dell’autorità erano dalla teologia e dalla filosofia passati nella letteratura, e tutti miravano alla conoscenza degli antichi, sicchè diventava merito primo l’erudizione, principale opera il compilare e commentare gli antichi o i loro commentatori, alcuni con lucida intelligenza, alcuni senza gusto nè critica, tutti al medesimo intento; ciascuno scegliendo un autore, cui idolatrava, e predicavalo col calore d’un apostolato. L’entusiasmo invadeva persino la critica, e beato chi avesse raddrizzato un passo scorretto, o indovinato un errore in un testo o nell’emulo! poi litigi sull’interpretare qualche passo; la lesa eleganza facea più vergogna che la lesa verità e convenienza; e codeste stizze dei pedanti passionavano e dividevano città e provincie.
Marco Barbo veneziano, nipote di Paolo II, vescovo di Treviso poi di Vicenza, infine cardinale e patriarca d’Aquileja, fu dottissimo in greco, latino, astronomia, geometria, teologia, assai destro negli affari, e perciò adoprato in molte legazioni, e principalmente nel conciliare concordie. E una concordia egli fu chiamato a comporre fra due potentati d’altro genere, Bartolomeo Platina e Rodrigo vescovo di Calagóra, de’ quali il primo avea scritto in favor della pace, l’altro della guerra.
Ma se queste miserabili capiglie sono spesso imitate dalla petulanza odierna, non taciamo almeno di Leonardo Bruno d’Arezzo, che già vecchio famosissimo e cancelliere della Repubblica fiorentina, in non so qual disputa filosofica si trovò contraddetto dal giovane Giannozzo Manetti. Gli applausi prodigati a questo irritarono il Bruno a segno che uscì in parole ingiuriose: ma la calma con cui il Manetti rispose, lo fece ravvedere. La mattina buon’ora fu alla casa del Manetti, domandò che il seguisse, avendo a dirgli qualcosa; e mentre questi aspettava una scena, ad alta voce e in mezzo alla gente gli narrò non aver potuto dormire la notte pel torto fattogli, e volergliene chiedere scusa[140].
Francesco Barbaro senatore veneziano, erudito, eloquente, gran fautore de’ letterati, sostenne molte magistrature e ambasciate, celebre per l’abilità di mettere pace. Singolarmente come capitano di Brescia rappattumò i cittadini dissenzienti, e li sostenne nel duro assedio postovi dal Piccinino: del quale assedio egli scrisse la storia, pubblicata sotto il nome del suo confidente Evangelista Manelino. Brescia riconoscente gli regalò in duomo una bandiera e uno scudo messi a oro, con un panegirico; e lo fece accompagnare splendidamente a Venezia, e quivi di nuovo lodare davanti al doge. L’opera sua De re uxoria è forse il solo trattato morale di quel secolo che non calchi servilmente le orme antiche.