Col nuovo papa Martino V il Poggio passò a Mantova, poi lusingato con larghe promesse dal ricco vescovo di Winchester, tragittossi in Inghilterra; ma deluso e disgustato dell’ignoranza che vi trovava e della poca stima in cui v’era la bella letteratura, rivenne in Italia. Quivi apprese come Gasparino Barziza avesse rinvenuto l’Oratore di Cicerone; non si sa chi le epistole ad Attico; Gherardo Landriano a Lodi i libri dell’Invenzione e Ad Erennio; Tommaso Inghirami di Volterra a Bobbio trovava il Viaggio di Rutilio Numaziano; Alessandro d’Alessandro in un celliere a Napoli il Properzio: da Parigi si ebbero le epistole di Plinio minore, da Germania le egloge di Calpurnio e di Nemesiano.

Qual piacere doveva recare il leggere questi autori man mano che si scoprivano, senza il disgusto che ora ce ne lasciano le scuole, senza l’ottusione prodotta dall’abitudine! «La repubblica letteraria (scriveva Lorenzo Medici al Poggio) ha di che rallegrarsi non solo per le opere che trovaste, ma per quelle che avete a trovare ancora. Qual gloria per voi che sieno resi alla luce gli scritti di sommi autori! I secoli venturi rammenteranno che codici, di cui irreparabile piangeasi la perdita, vostra mercè vennero ricuperati; e come Camillo fu intitolato secondo fondatore di Roma, così voi potrete esser detto secondo autore delle opere per voi ricomparse. Vostra mercè possediamo intero Quintiliano, che dianzi avevamo solo per metà, e questa pure mutila e difettosa. O acquisto prezioso! o inaspettato contento! ed è pur vero ch’io potrò leggere tutto quel Quintiliano, che tanto dilettami comechè mutolo e sformato? Vi scongiuro, mandatemelo al più presto, ch’io possa almeno vederlo prima di morire ». E subito i dotti buttavansi a commentarli, ridurli a buone lezioni, agevolarne l’intelligenza, trarne ajuti allo scrivere corretto; e moltissimi greci tradussero.

Gl’impiegati della cancelleria romana soleano raccorsi in una sala, dove a gara ne sballavano delle grosse, tanto che, da bugia, era chiamata il bugiale; e leggeano sulla cronaca di ciascuno, prete o secolare, mozzo o cardinale, privato o governo. Da questo mondezzajo il Poggio razzolò i suoi motti e racconti (Facetiæ), putidi d’oscenità, le cose e le persone sacre trattando con tale audacia, che i Protestanti vollero poi contarlo tra i loro precursori. Conversazioni più sensate ritrae nella Historia disceptativa convivialis, principalmente su punti filologici. Scrisse pure sulla nobiltà, sulla sfortuna de’ principi, sulla varietà della fortuna.

Al suo trattato delle Eleganze latine proemiò professando non conterrebbe nulla che fosse già scritto da chichessia: invece è suo merito l’avere utilizzato tutti i vecchi grammatici, per dare riflessioni sullo scrivere, e buone regole intorno alla sintassi, alle inflessioni, principalmente ai sinonimi; e fu ristampato, tradotto, ristretto, compendiato, fin messo in versi. Ma se egli conoscevasi di parole meglio di qualunque contemporaneo, non sapeva collocarle in buono stile, e per iscrupolo di purezza rigettò anche frasi di conio irreprovevole.

Ripristinato Cosmo, e spirando destra l’aura ai Medici, il Poggio ne gustò i favori, e bramava terminare sua vita a Firenze; ebbe una villetta nel Valdarno, modesta, ma abbellita di libri, di statue, di pietre incise, di medaglie e di amici che lo visitavano; man mano che la morte gli portasse via un amico, un protettore, esso gli tributava lodi e lacrime. La Signoria volle gratificarlo dichiarando esente da ogni tassa lui e sua casa; lo invitò poi secretario, ed egli tessè la storia di quella città in otto libri latini dal 1350 al 1455, che non finì e che rimase inedita fino al 1715, sol conoscendosi la traduzione italiana fatta da un suo figliuolo.

E ben quattordici figli aveva egli da un’amica: pure a cinquantacinque anni scrisse un dialogo se convenga o no il matrimonio, sposò una de’ Buondelmonti che avea diciott’anni e seicento fiorini di dote, e visse con lei felice padre. Ebbe sepoltura (1459) in Santa Croce; ritratto di mano del Pollajuolo nel palazzo pubblico, e una statua sulla facciata di Santa Maria del Fiore.

Lorenzo Valla romano, con minor talento del Poggio suo emulo, maggior erudizione filologica e storica qual dimostrò nelle Eleganze latine, aveva elevato dubbj rarissimi a quel tempo; dichiarò spurie la donazione di Costantino e la lettera di Cristo ad Abgaro re, nè avere gli Apostoli composto ciascuno un articolo del simbolo; al Nuovo Testamento appose annotazioni abbastanza severe colla vulgata, egli primo fondando le spiegazioni sulla lingua originale. Distici e sarcasmi scaraventava costui a moscacieca contro cardinali e grandi che gli tardassero un favore; e contro l’ambizione della corte romana invettive tali[135], che reputò prudenza ricovrarsi a Napoli, ove aprì scuola d’eloquenza. Ma Nicola V, non che richiamarlo, gli regalò di sua mano cinquecento scudi d’oro per avere tradotto Tucidide, e il titolò canonico e scrittore apostolico. Eppure egli conservò libertà di pensare e di scrivere; nel dialogo sull’avarizia e la lussuria flagella i cattivi predicatori, ma specialmente i frati dell’Osservanza, rimessiticcio de’ Francescani; poi in quello sull’ipocrisia tempesta tutti i frati e il clero in generale.

Quattro libri d’invettive scagliò contro Bartolomeo Fazio, che altrettanti gliene rimbalzò con pettoruta gonfiezza. Già contro Giorgio da Trebisonda, grand’ammiratore di Cicerone, avea sostenuto la prevalenza di Quintiliano con tanto furore, con quanto battagliò col Guarino per anteporre Scipione a Giulio Cesare, e con un giureconsulto bolognese sul punto se Lucio e Arunzio fossero figli o nipoti di Tarquinio Prisco. Era dunque ben addestrato alle lotte quando si accapigliò col Poggio, alle cui Invettive oppose Antidoti e Dialoghi, con un diavolo per pelo. Accusato da costui d’aver rubato denaro e falsato una ricevuta a Pavia, e in conseguenza essere stato messo alla gogna, gli butta in faccia imputazioni che l’onestà neppur consente d’accennare: e Nicola V, non che sopir la lite fra i due suoi dipendenti, accettò la dedica degli Antidoti.

Francesco Filelfo, se volessimo credere al Poggio, fu generato da un prete in una lavandaja; ma gli storici il fanno da buona famiglia di Tolentino: studiò a Padova con tal frutto, che a diciotto anni professava eloquenza colà, poi a Venezia, ove fu dichiarato cittadino, e spedito secretario del balio a Costantinopoli per assecondare il suo desiderio di famigliarizzarsi col greco. Questa lingua v’apprese da Giovanni Crisolara, fratello del famoso Manuele, e l’imperatore Giovanni Paleologo lo volle secretario e consigliere, e lo mandò ministro all’imperatore Sigismondo: in tal qualità assistette in Cracovia alle nozze di Ladislao re di Polonia, e vi recitò un’orazione al cospetto de’ più grandi signori d’Europa. Reduce a Costantinopoli, sposò la figlia del suo maestro, e con lei tornava in Italia; ma trovò Venezia desolata dalla peste, gli amici fuggiti, i suoi libri in contumacia. S’avviò dunque a Bologna dolente e bisognoso: ma quivi trovossi accolto magnificamente, e offerti quattrocento cinquanta zecchini l’anno per una cattedra di filosofia morale e d’eloquenza. Essendosi Bologna ribellata al papa, il Filelfo ricoverò a Firenze, dove instancabilmente propagava l’amore de’ classici. Di gran mattino spiegava le Tusculane o l’Arte oratoria di Cicerone, Tito Livio od Omero; riposatosi alcune ore, ricompariva a leggere Terenzio, le epistole o qualche orazione di Cicerone, Tucidide o Senofonte; poi le feste in Santa Maria del Fiore, senza alcun pubblico o privato premio, commentava Dante. Quattrocento uditori seguivano le sue lezioni, ed era applaudito, careggiato da uomini e donne e da quanto di meglio aveva la città[136].

Il racconto di queste sue compiacenze ci rivela il maggior suo difetto, una stima di sè, non commensurabile se non al disprezzo di ciò che non fosse lui. Doveva in conseguenza moltiplicarsi nemici, che pubblicamente lo insultavano, sin a ridurlo a far le lezioni in casa[137]. Avendogli un bravaccio tirato un colpo al viso, il Filelfo mostrò crederlo mandato dai Medici, contro i quali parteggiava; e forse con ciò volle scusarsi delle codarde invettive con cui aggravò l’esiglio di Cosmo. Perciò allorchè questi tornò trionfante, egli rifuggì a Siena, donde continuò a bersagliarlo, tanto che la Signoria il proferì esigliato. Ed ecco quel tal bravaccio gli si avventa di nuovo a Siena, ed egli il fa mettere alla tortura sinchè confessi l’attentato. Fu multato in cinquecento lire, ma al Filelfo parvero poche, e ne ottenne la condanna a morte, ch’egli stesso intercedette fosse commutata nel taglio della mano, «preferendo (dic’egli) vivesse mutilo ed infame, anzichè una pronta morte lo liberasse dai rimorsi e dalla vergogna».