Una folata di Greci qui trasse, man mano che le loro patrie cadevano a’ Musulmani, quali Teodoro Gaza di Tessalónica, Giorgio da Trebisonda, Giovanni Argiropulo, Demetrio Calcóndila, Giovanni Láscari prosapia reale. Altro viatico non portando che la cognizione dei classici, ne esageravano l’importanza, dichiarando barbaro ciò che a quelli non somigliasse; onde il secolo delle creazioni fece luogo a quello de’ retori e grammatici, e, come al fine dell’Impero romano, non s’immaginava possibile il fare alcuna cosa bella diversamente dai classici.

Gente di maggior conto era venuta al concilio di Firenze; e il Bessarione, abbandonato lo scisma e nominato cardinale, qui accolse Greci avveniticci, e ravvivò l’amore per Platone. Questo filosofo fu letto in Firenze da Giorgio Gemistio Pletone (1400) peloponnesiaco, che dedito affatto alla scuola alessandrina, eclettica tra il vangelo e i filosofi antichi, proclama la morale dell’Accademia, la politica di Sparta, fin la personificazione simbolica degli attributi di Dio nelle divinità dell’Olimpo. Nel libro De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentia versando beffe sopra Aristotele, accannì gli ammiratori di questo, e principalmente Teodoro Gaza e Genadio, il quale considerava i Platonici d’allora come anticristiani. Il Bessarione assunto arbitro, mostrò che Pletone eccedeva: ma Giorgio da Trebisonda, abborracciatore di traduzioni, gli avventò uno sconcio libercolo, flagellando Platone fin a posporlo a Maometto come legislatore, ed imputare ad esso tutti i vizj, alla sua scuola tutte le sciagure. E di qua e di là s’infervoravano, liti strepitose fra tant’altro strepito: ma gl’Italiani, l’avesser letto o no, propendevano per Platone.

Marsiglio Ficino, figlio d’un medico di Firenze, l’avea tradotto in latino chiaro, con fedeltà mirabile pel tempo, e tanta da ajutare a supplir qualche lacuna dove l’originale andò perduto. Più oscuro riesce nel tradur Plotino perchè tale è il testo, e perchè il Ficino aveva acquistato con quel misticismo una famigliarità ch’è di ben pochi. Sopra quei modelli dettò poi una teologia dell’immortalità, asserendo l’affinità della scienza colla religione. Perocchè la gara di scuola erasi portata sui punti cardinali della filosofia e teologia, quale l’immortalità dell’anima e la destinazione umana; e i Peripatetici s’erano divisi tra Alessandro d’Afrodisia che credeva l’anima inseparabile dal corpo e perire con esso, ed Averroe che la faceva tornare a Dio ed esserne assorta. Il Ficino confutandoli sostiene l’anima essere emanata dalla Divinità, e a questa poter ella ricongiungersi mediante la vita ascetica; immortale, perchè altrimenti l’uomo sarebbe l’essere più infelice; ripudia l’opinione dell’anima universale: ma immaginoso più che ragionatore, eclettico senza originalità nè vero spirito filosofico, nel suo entusiasmo confondeva il sapere coll’arte e colla virtù. Una sua lettera, scoperta testè, ad una cugina che avea perduto la sorella, e tutta consolazioni platoniche d’ordine universale, di prigione del corpo, e simili idee; nessuna di Cristo o di fede; anzi dal pulpito raccomandava la lettura del divino Platone, e tentò perfino introdurne dei brani nell’uffiziatura ecclesiastica. Per ordine di Cosmo de’ Medici, cui dovea l’educazione, aprì un’accademia platonica, composta di mecenati, ascoltatori ed allievi, che festeggiavano i natalizj di Platone e Cicerone. Io non so che dire di Paolo II se si sgomentava di questo tornar pagana la scienza, e staccarla dalla tradizione cristiana[130]. All’accusa rispondeano che, quanto al seguir Platone, non faceano che imitar sant’Agostino; che teologi e filosofi tutti allora disputavano di tali quistioni, e le metteano in dubbio per giungere alla verità; che eresia è l’ostinarsi nell’errore; mentre essi non disobbedivano la Chiesa, e seguitavano le pratiche volute.

Col platonismo alessandrino ne rinacquero gli errori, le fantastiche opinioni, la cabala. Giovanni Pico (1494) dei signori della Mirandola, persuasosi che Aristotele e Platone in fondo concordino, tentò ravvicinarne le dottrine, e pensando che il secondo avesse dedotto la sapienza dagli Orientali, si volse a questi, massime ai cabalistici, e di là trasse le più delle novecento tesi che in Roma propose sulla logica, etica, fisica, metafisica, teologia, magia, offrendosi a sostenerle. Egli avea fatto riserva dell’autorità della Chiesa; pure alcune repugnavano all’ortodossia in modo, che ne sorse rumore, e dalla persecuzione a fatica lo salvarono il grado suo e la protesta di adottarle nel senso che il papa decreterebbe. Qui un dilagar di scritture pro e contro, finchè Alessandro VI lo dichiarò irreprovevole, e in fatto a quell’ora avea modificato le opinioni sue, come lasciati gli amori e le facili voluttà.

Scrisse il libro più gagliardo contro l’astrologia; eppure pretendeva colla cabala dar ragione della cosmogonia di Mosè e dell’incarnazione del Verbo, e spiegava la Genesi in modo simbolico, secondo i quattro mondi fisico, celeste, intellettuale e dell’uomo. Ideava un’esposizione allegorica del Nuovo Testamento, una difesa della Vulgata e dei Settanta contro gli Ebrei, un’apologia del cristianesimo contro tutti gl’infedeli ed eretici, un’armonia della filosofia: ma a trentun anno morì.

Da giovinetto avea fatto stupire l’Italia con una memoria sfasciata. Tale l’ebbe pure Pietro Tommaj di Ravenna, il quale, udita una lezione, la ripeteva cominciando dall’ultima parola; sapeva il Codice e le infinite glosse; replicò centottanta testi, coi quali un frate milanese avea provato l’immortalità dell’anima; e giocando a scacchi mentre un altro faceva a’ dadi, ed egli stesso dettava due lettere, alla fine seppe ridire tutte le mosse degli scacchi, tutte le combinazioni dei dadi, tutte le parole delle due lettere cominciando dal fine. Qual meraviglia se pareagli facilissimo un suo trattato di memoria artifiziale, che gli altri trovano oscuro e scabroso?[131]. Della memoria locale trattò eziandio Tommaso Golferani cremonese attorno al 1340, primo che di filosofia scrivesse in vulgare.

Dietro ai forestieri germogliò una fungaja d’umanisti e grammatici nostri, di alcuno dei quali non parrà superfluo divisare a minuto i casi. Giovanni Malpaghino di Ravenna, allievo prediletto del Petrarca, aperse scuola di latino a Firenze, sceverando i modi degli autori bassi dai classici, con tal frutto che il gusto della correttezza divenne passione e moda. Da costui imparò il latino il Poggio[132], figlio d’un povero Guccio Bracciolini aretino; ma al greco non si pose che di quarant’anni. A Roma fu applicato a scrivere le lettere pontifizie, e seguitò cinquant’anni, senz’obbligo di residenza, ma con sottile assegno che nol sottraeva alla necessità. Con mostrargli le lettere direttegli da Leonardo Bruno, suo condiscepolo a Firenze, indusse Innocenzo VII a procacciarsi anche questa buona penna, e il Poggio gustò le consolazioni d’un’amicizia che può beneficare. Succeduto Gregorio XII, Bruno rimase in uffizio, Poggio andò a riposarsi a Firenze, poi seguì Giovanni XXIII al concilio di Costanza.

Il gusto raffinato volsero di buon’ora i nostri a rintracciare autori perduti, e in Italia o da Italiani si può dire fossero scoperti tutti i classici. Petrarca ad Arezzo trovò alcun che delle Istituzioni di Quintiliano, e delle orazioni di Cicerone, le tre prime Deche di Livio, e cercava le altre, temendo non andassero smarrite con Virgilio per ignavia degli uomini; fanciullo ricordavasi aver veduto i libri Delle cose umane e divine di Varrone, e lettere ed epigrammi di Augusto, ora a noi sconosciuti. Ne’ suoi viaggi, appena vedesse qualche monastero antico, — Chi sa non vi si celi qualche preziosità?» e v’accorreva con desiderio[133]. Agli amici nulla chiedeva più istantemente che qualche opera di Cicerone, e mandava perciò preghiere e denari in Italia, in Francia, in Germania, in Grecia e fin nella Spagna e nella Bretagna. Qual tripudio allorchè, a Liegi, città tutta traffici, rinvenne due arringhe di quello, e in Verona le epistole famigliari! Poi il Crotto gli spedì da Bergamo le Tusculane, Raimondo Soranzo il trattato De gloria, ch’egli prestò al Convenevole, e nol riebbe nè egli nè la posterità.

Il Boccaccio arrampicavasi pe’ solaj de’ conventi a stanar libri, e gli esemplava di proprio pugno; e narrava a Benvenuto da Imola, che andato a Montecassino, «e avido di veder la libreria, che aveva inteso essere nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente gli aprisse la biblioteca. Quegli rispose secco, mostrandogli un’alta scala, Salite che è aperto. Lieto v’ascese e trovò il ripostiglio di tanto tesoro senza porta nè chiave: entrato, vide l’erba nata per le finestre, e libri e scaffali coperti di polvere. Meravigliato, cominciò ad aprire ora questo libro ora quello, e vi trovò molti volumi d’antichi e rari, dei quali ad alcuno erano strappati quaderni, ad altri recisi i margini, e in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e gli studj d’incliti ingegni fossero venuti a mano di gente ignorantissima, se ne partì colle lacrime agli occhi. E imbattutosi in un monaco nel chiostro, gli domandò perchè volumi così preziosi fossero tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose, che alcuni monaci, per guadagnare due o cinque soldi, radevano un quaterno, e ne formavano uffiziuoli da vendere ai bambini; e coi ritagli de’ margini facevano brevi da vendere alle donne. Or va, uomo studioso, e ti rompi il capo per far libri»[134].

Il Poggio della sua dimora al concilio di Costanza profittò per cercare manoscritti nei conventi d’oltralpe, affrontando asprezza di cielo, scomodo di strade, scortesia di rifiuti. Principalmente ne rinvenne nella badia di Sangallo «entro una specie di carbonaja oscura ed umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un condannato a morte»; e tra quelli, otto orazioni di Cicerone, le Istituzioni di Quintiliano, tre libri dell’Argonautica di Valerio Fiacco, qualche cosa di Lattanzio, l’Architettura di Vitruvio, i commenti d’Asconio Pediano a Cicerone, la Grammatica di Prisciano, ed altri non più veduti. Esortato dal Bruno, dal Niccoli, dal Barbaro, dal Traversari, proseguì ricerche in Germania e in Francia, e trovò altre arringhe di Cicerone, i poemi di Silio Italico, di Manilio, di Lucrezio, parte di Petronio, Ammiano Marcellino, Vegezio, Giulio Frontino, le matematiche di Giulio Firmico, Nonio Marcello, dodici commedie di Plauto Columella, il quale era talmente dimenticato, che non lo conobbero nè Vincenzo di Beauvais, autore di un’enciclopedia, nè il nostro Pier Crescenzi, attento raccoglitore di cose rustiche.