Allora «i giovani, più sciolti dell’usitato, in vestiri, in conviti, in altre simili lascivie oltremodo spendeano; ed essendo oziosi, in giuochi ed in femmine il tempo e le sostanze consumavano; e gli studj loro erano apparire col vestire splendidi e col parlare sagaci e astuti, e quello che più destramente mordeva gli altri, era più savio e da più stimato» (Machiavelli). Esso Lorenzo con pompose mascherate offriva esercizio a pittori, a poeti, a musici, ad artieri, e distrazione al vulgo; imitava il parlare contadinesco nelle graziosissime stanze della Nencia da Barberino; nei Beoni, contraffacendo Dante, mordeva i compagnoni del suo tempo, e dava il modello delle satire in terza rima; nel teatro rinnovato chiamava ad applaudire all’Orfeo del Poliziano, reminiscenza classica, ed a misteri da lui stesso composti, prolungazione del medioevo. L’Ombrone porta via l’isola Ambra, ch’egli aveva ornata d’ogni piacevolezza? Lorenzo ne canta l’innamoramento d’un Dio e la metamorfosi, colla facilità di Ovidio. Dai suoi scritti trapelano l’amore dell’indagine filosofica, la vaghezza della vita casalinga e campestre, lontana dalle brighe e dalle noje del comando. Nuovi fiori avea trapiantati dall’Oriente alla sua villa di Careggi, bufali d’India vi ruminavano erbe insolite[127]; e benchè l’esservi già per tutto mecenati, scuole, biblioteche, non rendesse più così necessario ed insigne il favorire le lettere come sotto Cosmo, pure Lorenzo cercava libri dappertutto[128], fin a dire — Vorrei me n’offrissero tanti, che dovessi impegnare i miei mobili per comprarli»; e avrebbe bramato che a Pico, che al Poliziano, che agli altri amici nulla mancasse nella sua biblioteca di quanto occorreva all’erudizione loro o alla curiosità. Ebbe un orologio astronomico ingegnosissimo: fece porre in Santa Maria del Fiore un busto di Giotto, e un mausoleo a Filippo Lippi, giacchè gli Spoletini non gliene vollero cedere le ossa. La raccolta di sculture antiche, cominciata dal Donatello, e che alla morte di Cosmo fu stimata ventottomila fiorini, egli crebbe e dispose ne’ giardini perchè servisse di scuola a giovani, che stipendiava o donava acciocchè coltivassero le arti, uno de’ quali fu Michelangelo Buonarroti, di cui indovinò e coltivò il genio volendoselo compagno e commensale. Quella corona di dotti fiorì lo studio di Pisa da lui aperto il 1472, e a gara esaltò Lorenzo ai contemporanei ed agli avvenire, sin a farlo credere un grand’uomo[129].

Addolorato del corpo, lasciava gli affari ai figli Giuliano e Pietro; mentre vedeva straccarico di benefizj ecclesiastici, e a soli quattordici anni vestito cardinale l’altro, che poi doveva essere Leone X. Alla campagna o ai bagni di Siena e della Porretta alleviava la noja e gli spasimi colle erudite adunanze, dove il Ficino gli parlava di Platone; il Landino, il Merula, il Leoniceno, il Calderino, d’Orazio, di Virgilio, d’Ovidio; il Pulci lo spassava col recitargli le lepide avventure degli eroi. Subì la comune sorte a soli quarantaquattro anni (1492); «nè morì mai alcuno, non solamente in Firenze, ma in Italia con tanta fama di prudenza, nè che tanto alla sua patria dolesse» (Machiavelli). Il gonfaloniere della repubblica si vestì di bruno; il papa e i principi mandarono ambasciadori a condolersene colla patria, come di pubblico lutto.

CAPITOLO CXXI. Gli eruditi.

Non potremmo meglio che dal nome dei Medici principiar a discorrere dei dotti di quel tempo. I quali da taluni sono vantati come dirozzatori dell’Italia e dell’Europa, da altri accusati d’aver traviato la coltura originale, e precorso a que’ pedanti, che sempre dappoi imbrattarono il nostro paese, surrogando allo studio delle cose lo studio delle parole. Chi non conosce progresso se non nel tornare indietro, nè bellezza se non nell’imitazione dell’antico, dovette professare che, come i Greci l’aveano anticamente dirozzata, così l’Italia dovesse a loro anche il risorgimento moderno. I nostri lettori si rassegneranno essi a credere che la patria di Dante deve la sua coltura ai lotolenti grammatici fuggiti da Costantinopoli?

Per quanto il sangue e la civiltà slava si fossero trasfusi nell’ellenica, i cittadini di Costantinopoli parlavano ancora la lingua in cui Pindaro e Anacreonte aveano cantato, arringato Demostene e san Giovanni Crisostomo. Con quanto profitto non avrebbero dunque potuto applicarla alla intelligenza de’ classici, che tutti possedevano? tanto più che il clero, non cacciato ai governi e alle guerre come il feudale d’Europa, poteva requiare nelle lettere e nell’istruzione; e che la sottigliezza della discussione filosofica e teologica portava a scrupoleggiare sulla parola.

Ma la parola e null’altro essi curarono; dagli autori profani li sviavano le dispute di scuola; e in generale custodivano la letteratura classica come scienza morta; unico merito valutavano l’erudizione, unica sapienza il ricordare. La fredda analisi loro, la critica ciarliera, impertinente, sterile, non produssero verun’opera che meritasse la posterità; sempre terra terra, limitandosi a raccogliere, commentare, postillare, compilare, strepitare, prendendo la pazienza per talento, la memoria per giudizio. Nella nuova efflorescenza che ebbero in Italia, qual fu mai che trovasse, anzi neppur cercasse i mezzi per cui tante bellezze erano state prodotte? o i capolavori presentasse col confronto di fatti e d’uomini, coll’influenza dei tempi, col mutuo coadjuvarsi dell’azione e del pensiero?

In modo ben più franco aveva esordito la letteratura italiana; e la vedemmo lanciarsi gigante, bisognosa di originalità, s’una via propria, non segregata, pure distinta dall’antica. Ma poco vi durò; e invaghitasi degli antichi autori, non solo credette migliore ciò che a quelli maggiormente s’accostasse, ma barbaro ciò che ne differisse; la spontaneità bizzarra e scorretta rinnegò per un gusto severo e canonico; l’entusiasmo dell’erudizione soffogò quell’originalità, che non può rinvenirsi se non in verità nuove vivamente sentite e naturalmente espresse nella lingua di tutti.

Il vago sentimento di ammirazione pei grandi nomi dell’antichità classica mai non era venuto meno in Italia, e Dante l’avea consacrato col farsi guidare da Virgilio a vedere il regno delle ombre, e col professare di aver dedotto da lui lo bello stile. Esso Dante però quasi solo di nome conobbe i classici; ma Petrarca e Boccaccio aveano sudato a resuscitare la letteratura antica; e se il loro gusto certamente ne restò raffinato, è a deplorare il Petrarca s’aspettasse immortalità dai versi latini, e il Boccaccio introducesse un periodare esotico; donde si ebbe un’altra fonte del linguaggio, l’imitazione de’ classici. Il latino del Petrarca, comunque scorrevole, tien troppo del medioevo; più disavvenente è quello del Boccaccio, che nelle etimologie greche vagella, sino a formare un nuovo dio Demogorgone.

Albertino Mussato, Giovan da Cermenate notajo milanese, il Ferreto storico degli Scaligeri, diedero opera a sfangare la lingua latina. Felice Osio postillò passo passo la storia del Mussato, rivelando quel che imitò da Simmaco, da Macrobio, da Sidonio, da Lattanzio, tanto che a sedici linee d’originale sottopose ottantasei di note, singolare documento della cura che cominciavasi a mettere allo stile: ma chi sostenne l’improba fatica del leggerle, ne arguì che gli autori della bassa latinità erano studiati più che non Livio e Cicerone.

Qui non era mancato mai chi conoscesse il greco, se non altro come lingua liturgica ne’ pontificali di Roma e nell’ordinaria uffiziatura de’ monaci di San Basilio; e a tacer l’uso che dovettero farne le città commerciali, il vescovo Liutprando da Cremona affetta di lardellarne la sua legazione; Gunzo cherico da Novara, in una disputa grammaticale coi monaci di San Gallo nel X secolo, cita perfino il testo dell’Iliade; poi di proposito fu tolto a studiare il greco quando si trattò del riconciliare la Chiesa orientale colla nostra. Dal monaco calabrese Barlaam, venuto da Costantinopoli ambasciatore, ricevette lezioni il Petrarca senza grande profitto. Leonzio Filato, patrioto e scolaro di quello, ebbe in Firenze tavola e quartiere dal Boccaccio, che l’impegnò a tradurre Omero, tirandone di Levante un esemplare a grande spesa; poi fece per lui dai Fiorentini istituire la prima cattedra di quella lingua. Con maggior fortuna dettò colà e altrove Manuele Crisolara, venuto nunzio dell’imperatore Manuele. Ambrogio camaldolese, al principio del 1400, trovava in Mantova fanciulli e fanciulle istruiti nel greco, tra cui la figliuola del marchese, di otto anni. Giovanni Aurispa siciliano portò di Grecia ducentrentotto manoscritti, e ne insegnò la lingua in molte città, servì di secretario ad Eugenio IV, e finì la vita a Ferrara sotto la protezione degli Estensi. Gregorio da Tiferno napoletano nel 1458 domandò e ottenne la prima cattedra di greco all’Università di Parigi, con cento scudi d’assegno.