Ma i potentati vicini in cui fidavano, rimangono indifferenti od ostili; il duca di Lorena, erede delle pretensioni angioine, che avea promesso venire a soccorrerli, non giunge; Roberto Sanseverino valoroso condottiero, messosi con loro, è sconfitto; Innocenzo VIII, che forse gli aveva sobillati, si riconcilia con Ferdinando. Costretti a impetrar pace, ottengono piena perdonanza dal re, il quale (1487) lascia al papa Aquila ed i baroni che gli avevano fatto omaggio. Il trattato ebbe la garanzia del papa, del re di Spagna, del re di Sicilia; eppure era un lacciuolo. Appena i baroni ebbero deposte le armi, Ferdinando sollecitò le nozze del figliuolo del conte di Sarno con una sua nipote, e tra le feste e i balli fece arrestare lo sposo, il padre, il Petrucci e molti baroni; poi, volendo quelle apparenze di giustizia che colà si sanno troppo simulare, nominò una giunta e quattro pari, che li condannarono a morte. E fu eseguita inesorabilmente; al fisco i loro beni, perseguitati gli aderenti e uccisi chi in segreto, chi in pubblico, nemmanco perdonando i fanciulli; appena la Bandella Gaetana potè fra romanzeschi pericoli salvare i suoi figli, principi di Bisignano.

In secolo di tante perfidie questa rimase più famosamente esecrata; e benchè Ferdinando mandasse a stampa il processo de’ baroni, non risonava che un concerto di maledizioni. Innocenzo, cui egli ritolse Aquila e ricusò il tributo promesso, lo proferì decaduto, e invitò a quel trono Carlo VIII di Francia; principio di nuovi disastri all’Italia.

A Firenze la congiura de’ Pazzi, come avviene dei tentativi falliti, crebbe potere a Lorenzo, e più quando riuscì ad una pace, indarno a lungo, maneggiata da consiglieri e ambasciatori. Cosmo avea provato tutti i guaj e pochi frutti della dominazione, perchè nuova, e perchè capo d’una fazione irrequieta, il diriger la quale gli costò più che non il vincere l’avversa. Anche a suo figlio riuscivano impaccio quei che pareano sostegni. Ma il pericolo di Lorenzo eccitò quella devozione, ch’è singolare avviamento alle signorie smisurate; e gli fu conferita autorità principesca, ch’egli adoprò a consolidare la sua famiglia, non più col violare la costituzione, ma col fortificarla.

Diciassette riformatori ridussero a metà il tre per cento che pagavasi pel debito pubblico, espediente che campò lo Stato dal fallire. Lorenzo stesso, imputato di riparare col pubblico denaro le perdite al suo privato cagionate dal lusso e dalla dissipazione de’ suoi agenti, non trovò più decoroso il continuare i traffici, e ritirati i capitali, gli investì in terreni: col quale espediente separò i proprj negozj da quelli dei cittadini, che quasi interesse proprio aveano sostenuto i suoi padri. Creò l’ultima balìa per istituire una magistratura legislativa, di cui sin allora aveasi mancanza, e che dovea formarsi di settanta membri e de’ gonfalonieri che man mano uscivano di carica, ed essere consultata sopra tutti gli affari pubblici prima che gli altri collegi deliberassero, nominare agli impieghi, amministrare il tesoro. Così lasciava sussistere le forme repubblicane, ma se le facea stromento al dominare. I settanta condussero il governo con quiete e gloria, ma dipendente all’intuito dal principe, il quale avendo a spendere ben poco ne’ magistrati, volgeva il denaro ai vantaggi suoi domestici, e a sedurre, comprare o ammollire gli antichi repubblicani, predisponendoli alla servitù de’ suoi successori. Sebbene però il governo allora introdotto fosse tutto materiale e di speculazione, Firenze n’ebbe la pace di cui tanto avea mestieri, e considerò quello come il tempo suo più lieto: solita ventura de’ governi che succedono a lunghi turbamenti, e a cui i popoli fanno merito del male che non commettono.

Ormai tutta Toscana obbediva a Firenze, a patti o a forza essendosi, da Siena in fuori, assoggettate le città e le signorie (pag. 244). Pietrasanta, posseduta dal banco genovese di San Giorgio, fu ripigliata dai Fiorentini nel 1484. Antonio Pucci, commissario di quella guerra, insisteva presso il capitano perchè desse la battaglia; e questo «dimostrava molte difficoltà’, e che vi si farebbe una beccheria d’uomini. Il Pucci, veduta la sua pusillanimità o malizia, fece un colpo da savio, e disse: Orsù, capitano, datemi la vostra corazza, ed io andrò a dare battaglia, e voi rimarrete con questi altri commissarj a provvedere il bisogno. Tali parole furono dette con tanta efficacia, che il governatore si vergognò e, Io v’ho detto il parer mio; niente di meno farò il vostro; e così dettono una grandissima battaglia, in modo vi morì di molta brigata, e feriti da ogni banda. Di che il Pucci usò un altro colpo di savio, accompagnato colla carità: che andò, e fece rassettare tutti i feriti, e andogli a visitare e seco il medico, e raccomandarli loro, e baciavali e commendavali, e seco anche il cancelliere con denari, e diceva: Orsù, fratelli, chi ha bisogno di denari lo dica; e davane loro e confortavali che non temessino di niente. Quelle parole e fatti furono di tal efficacia appresso a’ feriti come a’ sani, che si sariano buttati per marzocco nel fuoco; e parea loro mill’anni si desse l’altra battaglia. E come si dette, aveano dimenticato i pericoli, e mai si spiccarono che presero Pietrasanta: e se passava quindici giorni, bisognava levarsi da campo con vergogna e danno» (Cambi).

Nell’87 si ricuperò Sarzana, stata tolta dai Fregosi. Volterra, sollevatasi nel 49, fu punita; poi essendosi nel 72 scoperta una ricca allumiera a Castelnuovo, i cittadini ne pretendeano la proprietà, e negata, si ribellarono. I Fiorentini mandarono Federico d’Urbino, che, assediata la città, la ridusse a capitolare: ma mentre se ne trattava, un Veneziano nascostamente introdusse i soldati, che si buttarono al sacco, invano trattenuti dal conte d’Urbino, che fece anche impiccare il Veneziano. Così Volterra tornò ai Fiorentini, non più come alleata ma suddita, senza privilegi, e tenuta in senno dalla torre del Maschio, una delle peggiori prigioni di Stato.

Lorenzo frametteasi alle quistioni politiche d’Italia, e spesso opportunamente; per esso gli Estensi ottennero la pace di Bagnolo che li salvò; per esso gli Aragonesi la quiete dopo la congiura de’ baroni; per esso Innocenzo VIII la sommessione di Bocolino de’ Gozoni, che, sollevata Osimo, invitava i Turchi a sostenerlo; per esso fu all’Italia ritardata l’invasione dei Francesi, inuzzoliti dalla chiamata di Sisto IV. Era egli stato educato squisitamente da Cristoforo Landino, dal greco Giovanni Argiropulo, da Marsilio Ficino, e dalla propria madre Lucrezia Tornabuoni, protettrice e intelligente delle lettere. Vi unì abilità in tutti gli esercizj del corpo; e il torneo, dove giovinetti armeggiarono esso e il fratello, eccitò il Poliziano a comporre le più belle ottave che ancor si fossero udite. Educava egli stesso domesticamente i suoi figliuoli[126], e come d’erudizione, così era pieno d’arguzie; e motti e burle di lui abbondano nelle raccolte di quel tempo.

Venuto poi a capo dello Stato, meritò il titolo di Magnifico per lo splendore onde tenne corte; chè corte veramente potea dirsi dacchè era trattato alla pari dai principi, sebbene non portasse titolo. Faceasi talora incaricare dai Fiorentini della esecuzione di qualche opera utile, che egli stesso avea suggerita, e dove metteva del proprio. Le case antiche, un tempo pari alla medicea, per quanto ricche e numerose, più non comparivano che da suddite. Ridotti uniformi i voleri, segreti i consigli, arbitraria la erogazione del pubblico denaro, accomodata la città di nuove vie, e fortificatala contro i nemici, potè volgersi alla politica esteriore, e tener le bilancie d’Italia in modo, che gli stranieri non vi prevalessero.

So che, quanto fu stile l’esaltarlo durante la dominazione de’ Medici, così il denigrarlo sotto gli Austriaci, e più dai moderni come autore della susseguita servitù. Chi negherà ch’e’ vi trovasse preparato il paese? e che libertà era quella, dove i cittadini migliori erano stati proscritti? La nuova generazione avea perduto quel sentimento del vivere franco e del concorrere al governo e al ben della patria, ch’era parso felicità ai loro maggiori. Tra siffatti è agevole a pochi sommovitori il turbare la quiete col pretesto della libertà; e il reprimerli è dovere d’un capo restauratore. Un Frescobaldi tramò d’uccidere Lorenzo, e fu mandato alla forca; Baldinotto Baldinotti il tentò pure, e fu col figlio trascinato per le vie di Pistoja; e il popolo, non che irritarsene, applaudì.

Siccome Augusto, adoperò a restituire i Fiorentini dalla vita pubblica alla domestica, ma non trascese le condizioni di primo cittadino di paese libero. L’ambizione di lui dovea pur restare lusingata allorchè, dall’alto della sua villa, osservava questa città, bellissima di antiche e nuove grandezze, dove Arnolfo, l’Orcagna, Masaccio aveano insignemente attestato il risorgere delle arti, e Brunelleschi fabbricato Santo Spirito, la più bella delle chiese, preparato nel palazzo Pitti una futura reggia, e lanciata la meravigliosa cupola della cattedrale, a cui la cedeva appena Santa Croce; Santa Maria Novella appariva ornata e vaga come una sposa; San Lorenzo era stato finito da Cosmo con quarantamila fiorini; con trentaseimila quel convento di San Marco, nel quale già predicava una voce potente, che fra poco dovea diventare formidabile. Contemplarla, e poter dire, — Questa città è mia!» Vero è bene che Lorenzo udiva ancora fremiti e minaccie repubblicane; ma li soffogava sotto i canti delle muse ammansate e lo splendore delle arti belle e delle utili.