La qual morte restituì baldanza ai principi cristiani, quasi con lui cessasse ogni pericolo; e invece di unirsi cogli altri potentati d’Italia per assicurarla dai Turchi, ed assalirli intanto che li snervava la discordia tra’ figliuoli di Maometto, e che tutti i nostri soldati, incaloriti dalla vittoria, gridavano A Costantinopoli, re Ferdinando prende per sè tutte le armi e l’artiglieria, e si vendica de’ Veneziani eccitando Ercole d’Este duca di Ferrara suo genero ad impacciare il commercio di quelli sul Po. Così passioni malevole e basse conciliano alleanze o infocano nimicizie.
I dominj del duca di Ferrara faceano gola al papa non meno che a Venezia, attesa la loro situazione. Venezia si doleva che Ercole tirasse il sale da Comacchio, e impedisse il Po a quello de’ Veneziani, i quali ne tolsero motivo di dichiarargli guerra, prendendo capitani (1484) Roberto Sanseverino, Roberto Malatesta, il marchese Gonzaga, i conti Rossi di Parma e Torelli di Guastalla, altri de’ Fieschi e de’ Frangipani. Il papa fa causa con loro; e perchè Ferdinando non spedisca soccorsi a suo genero, arma nelle Marche.
Tutta Italia fu arruffata da questo miserabile piato. Col duca stavano Federico di Montefeltro e i Milanesi, e sedici savj di guerra dirigevano le mosse; fazioni si mescolarono ad assedj e saccheggi; le truppe di Ferdinando disputaronsi i Polesini del Po, ed ebbero a soccombere al clima: ma in quel bollimento generale neppure una giusta battaglia fu combattuta. Il papa aveva blandito Venezia soltanto per farla stromento alle nepotesche ambizioni; e quando vide poter meglio soddisfare coll’abbandonarla, fermò il piede col re di Napoli e col duca di Ferrara, e pose Venezia all’interdetto, come turbatrice della quiete d’Italia, e insidiatrice di Ferrara, dovuta alla santa Sede. Venezia, non badando alla condanna, ordina si continuino i riti, ed appella al futuro concilio; e la guerra è proseguita con ingenti sacrifizj e reciproci disastri[124].
Finalmente si arrivò alla pace di Bagnólo (1484 7 agosto), nella quale Venezia cedeva il conquistato e ricuperava il perduto e i diritti di navigazione sul Po, il Polesine di Rovigo, la privativa del sale: il duca di Ferrara dovea rinunziare ai primitivi possessi della famiglia d’Este: i Rossi, conti di San Secondo, perdeano tutti i dominj: nulla aveva potuto il papa guadagnare pe’ nipoti suoi. Il trattato stesso costituiva una lega italiana a comune difesa, de’ cui eserciti sarebbe capitano Roberto Sanseverino, con diecimila ducati annui dal papa, altrettanti dal re di Napoli, cinquantamila da Venezia e così dal duca di Milano, diecimila da Firenze, e dai duchi di Ferrara, Modena e Reggio.
Questo trattato segna un’êra nuova nella storia patria. Quando nel 1453 Nicolò V pacificava la penisola onde opporla ai Musulmani, si fece il primo atto di concordia fra i potentati italiani. Poi nel 1470 Milano, Napoli, Firenze, Roma s’alleavano contro il soverchiare di Venezia, la quale unendosi poi a loro, costituiva una lega generale. Ora ecco di nuovo l’Italia alleata contro Venezia, e finirsi con una generale federazione. L’atto mostrasi come opera di pacificazione e di progresso nazionale, come il termine d’infinite rivoluzioni. È necessità di natura (vi è detto) cominciar dal male, dai disordini, dallo scandalo; ma è legge di ragione arrivare alla concordia che nutrisce la tranquillità, genera il ben essere, moltiplica i popoli, crea l’abbondanza, propaga l’umanità. A tal uopo le potenze si perdonano i danni e le guerre, in qual sia modo fatte, le rapine, gl’incendj, le uccisioni, e senza frode o reticenza o cavillo giurano perpetua pace, confederazione, unione e lega. Ogni memoria di Guelfi o Ghibellini è abolita, dacchè si uniscono senza badare a origine o a storia; promettendo al papa non dar mano ai baroni del suo paese, riconoscono l’indipendenza degli Stati; assoldando un capitano comune vengono a stabilire la base di tutte le federazioni, cioè che tutti i confederati formano uno Stato solo contro il nemico, pur rimanendo distinti e sovrani ciascuno; ma senza aspirare ad una matematica eguaglianza fra loro, giacchè la somma da contribuire proporzionavano all’estensione geografica. Il fatto irregolare ma storico della loro vicinanza vien dunque dagli Stati italiani sottomesso a idee chiare; e se non tutta Italia v’era compresa, se riservavasi protocollo aperto al re di Castiglia, è notevole però che dell’imperatore non si far pur cenno, e il papa v’è considerato come un semplice signore; sepellendo così sotto la concordia federale i due eterni fomiti delle disunioni. Fosse stato per sempre!
La pacificazione d’Italia forse accelerò la morte (13 agosto) di quel che sempre l’avea turbata, Sisto IV; «e fu (dice Machiavelli) il primo che cominciasse a mostrare quanto un pontefice poteva, e come molte cose chiamate per l’addietro errori, si potevano sotto la pontificale autorità nascondere. Questo modo di procedere ambizioso lo fece più dai principi d’Italia stimare, e ciascuno cercò di farselo amico». Mai non si era così indegnamente trafficato nella curia: ne dichiarò venali le cariche pubblicandone la tariffa; cercò guadagno dal distribuire i benefizj e la porpora; mercatò di perdonanze; da’ sudditi smunse quanto potè, e massime col fare incetta, poi procurare carestie artefatte fissando egli stesso il prezzo, o mandandone fuori quando il potesse a vantaggio, e traendone del cattivo pe’ suoi. Qualche volta piacevasi vedere i soldati duellar fino a morte, e le scalee di San Pietro ebbero a contaminarsi di sangue.
Appena Sisto spira, amareggiato dai falliti disegni, il palazzo de’ suoi nepoti è demolito, saccheggiati i pieni granaj; i Colonna, da lui perseguitati, rientrano, e si mantengono coll’armi alla mano. I cardinali si sforzarono di ovviare nuovi disordini collo stabilire per capitolazione, il papa non potesse nominare più che un cardinale della propria famiglia, governasse di concerto col sacro collegio, e massime per alienare feudi della Chiesa dovesse ottenere due terzi dei voti: ma meglio di questi sempre elusi ripieghi avrebbe giovato il determinarsi ad una buona scelta. Fu detto che promettendo a ciascun cardinale pingui posti e l’entrata di quattromila fiorini, ne ottenesse i voti Giambattista Cybo genovese, che assunse il nome d’Innocenzo VIII, e che le pasquinate dissero, a ragione chiamarsi padre, poichè aveva sette figli naturali. Per questi legami e per debolezza lasciavasi menare da indegni favoriti, che s’abbandonavano a sfrontata venalità: Franceschetto Cybo s’impinguava col concedere impunità fino ai masnadieri, di cui Roma era divenuta tana; di che il suo cameriere con indegna celia lo scagionava dicendo che Dio non vuol la morte del peccatore, ma che paghi e viva. Costui, che fu lo stipite dei duchi di Massa e Carrara, consigliò il papa a creare una quantità d’impieghi, per venderli caro a persone, le quali poi si rintegravano col far mercato delle grazie apostoliche. Alcuni scrivani falsarono anche bolle ed assoluzioni preventive per ogni sorta disordini: scoperti, furono condannati a morte: si esibì pel loro riscatto cinquemila ducati, ma pretendendosene sei, e non potendo trovarli, salirono al patibolo[125].
Non si dimentichi che questi aneddoti ci vengono da impurissima fonte, come sono le ciancie d’anticamera, e le impudenze d’una cronaca scandalosa; dalla quale si raccorrebbe perfino che colla trasfusione del sangue di tre fanciulli tentasse Innocenzo prolungare la vita, che i predecessori suoi versavano con santa generosità. Questo deterioramento de’ pontefici doveva giustificare il flagello che già fischiava in aria.
Le prammatiche di re Ferdinando aveano principale scopo il reprimere i baroni, proibendo esigessero dai vassalli oltre quello che permettevano le costituzioni, nè gl’impedissero di vendere i possessi a piacere; sottoposti tutti i beni all’estimo; ai magistrati regj concesso di procedere d’uffizio in ogni misfatto, anche senza querela della parte offesa; perseguitare i masnadieri e gli usurai in qualsifosse luogo. Tale robustezza s’addiceva a tempi, in cui per tutta Europa i re accentravano l’autorità pubblica, sparpagliata da prima; ma rendeva Ferdinando esoso ai baroni, mentre a tutti spiacevano le sue crudeltà nel punire, e l’avarizia esercitata con sozzi monopolj, coll’accaparrare l’olio e il grano per rivenderli cari, col dare ai villani de’ majali da ingrassare.
Peggio esacerbavano i fieri portamenti di suo figlio Alfonso di Calabria. Costui (1485) fa proditoriamente arrestare Pietro Lallo conte di Montorio, la cui famiglia da un secolo tenea il primato in Aquila, ed occupa questa città. Essa lo caccia a furia, e si esibisce ad Innocenzo VIII, col quale si collegano i principali baroni come a signore sovrano del regno, ed a Ferdinando espongono i loro richiami, e chiedono di non dover comparire in persona ai parlamenti, temendo esservi presi e morti come i loro compagni; potere armar gente a difesa dei proprj distretti, e mettersi al soldo di qualunque potenza non fosse in guerra col re; questo non gravasse di straordinarie imposte i loro vassalli, nè vi ponesse a quartiere le sue truppe. Ferdinando finse darvi ascolto per guadagnar tempo e sconnetterli; ma essi, accortisi del tranello, e risoluti di non cadere sotto all’aborrito Alfonso, alzan bandiera papale in aperta rivolta: i Sanseverino, i Del Balzo, gli Acquaviva, molti conti e principi e cavalieri, tra cui il grand’ammiraglio, il gran siniscalco, il gran connestabile, li secondano; il conte di Sarno, nobile antichissimo eppur dato ai traffici con tanto utile che il re medesimo volle entrar seco in società; Antonello Petrucci, che pe’ suoi talenti divenuto secretario regio, accumulò onori e ricchezze e collocò altamente tutti i figliuoli.