Il magnanimo Alfonso erasi destinato successore al trono di Napoli Ferdinando suo figlio naturale, e i Napoletani lo preferivano agli Aragonesi, eredi della Sicilia, perchè, non avendo altri dominj, non li renderebbe provincia di stranieri; d’altra parte, tenendo Alfonso quel trono per elezione, chi altro potea vantarvi diritti? Dal parlamento fu dunque riconosciuto (1458), e così dal papa; confidava negli Orsini, baroni potentissimi, di cui aveva sposato una figlia; pure il dominio gli fu controverso da molti competitori; la fazione degli Angioini rivisse, ed appoggiata dai Caldora, dai Sanseverino, dai principi di Rossano e di Taranto, chiamò di Francia (1461) Giovanni figlio di Renato, che al Sarno riportò insigne vittoria sopra Ferdinando.

Grand’ajuto avea prestato agli Angioini il braccio di Jacopo Piccinino, figlio di Nicolò, che veduto Francesco Sforza divenire signore di Milano, erasi ostinato a volere anch’esso un dominio; e quando la pace di frà Simonetto pose quiete dappertutto, egli rizzò bandiera di ventura, e accolse quanti voleano ancora esercitare il valore senza badare al motivo. Tentò impadronirsi di Perugia e Bologna; respintone, si gettò sul Senese menando guasto, finchè il duca di Milano e il papa inviarono Roberto Sanseverino a reprimerlo; ma l’ottennero meglio col pagargli ventimila fiorini. Quando poi Sigismondo Malatesta, figlio di quel Pandolfo che dominò Bergamo e Brescia, voleva insignorirsi di Pesaro, e insidiava Federico di Montefeltro duca d’Urbino, contro di lui fu voltato il Piccinino, il quale sperperò la Romagna, fin centoquindici castella predando in pochi giorni, e in una sola cavalcata bottinando mille paja di buoi e cento uomini di taglia[121].

Le costui imprese sarebbero da eroe se non fossero state da masnadiero. Come si ruppe guerra nel Napoletano, esitò con chi buttarsi, finchè accettò il soldo di Giovanni d’Angiò, e spinse i guasti fin sotto Roma. Ferdinando gli oppose Giorgio Castrioto, che con ottocento cavalli venne dall’Epiro a ripagare Ferdinando de’ soccorsi prestatigli da Alfonso (pag. 218), ma che comparve minore dell’aspettazione: — forse qui combatteva per la patria e per la fede? Meglio profittò Ferdinando col trarre di nuovo a sè i Sanseverino e gli Orsini, già ingelositi degli incrementi di Giovanni, e speranzosi di nuove ricompense; poi a liberarsi dal Piccinino, riverito come il miglior capitano superstite, lo soldò assegnandogli novantamila ducati l’anno e la condotta di tremila cavalli e cinquecento fanti e molti possessi. Avendolo Francesco Sforza, antico emulo suo, invitato a Milano a sposare sua figlia Drusiana, Ferdinando ne sollecitò il ritorno, l’accolse con grandi manifestazioni d’onore, ma pochi giorni dopo coltolo a tradimento, lo fece strangolare (1465 21 giugno). Con lui finiva la scuola braccesca[122].

Giovanni d’Angiò più non potè che fuggire da un regno sempre infausto a casa sua; molti regnicoli passarono seco a guerreggiare in Francia e in Borgogna; e riprese le briglie, il re adoprò supplizj, confische, tradimenti, per umiliare i baroni[123]. Giannantonio Orsini principe di Taranto fra poco si trovò strangolato, dissero per opera di Ferdinando, il quale addusse un testamento che lo faceva erede di Bari, Otranto, Taranto, Altamura, d’un milione di fiorini in merci, cavalli, greggie, altri mobili, e quattromila uomini di buone truppe: colpo mortale alla fazione angioina. All’altro potentissimo Maria Marzano principe di Rossano, duca di Sessa e d’altre terre, Ferdinando promise sposa una figlia: poi quando, sotto l’ombra della pace conceduta, andò a caccia da quelle parti, chiese abbracciarlo, e avutolo a sè, l’inviò prigione a Napoli, e ne prese i figliuoli e gli Stati.

Superbo, doppio, avaro, Ferdinando malignò a guastare la pace che in Italia durava dopo il 1454; col papa venne in urto per isminuire il censo dovuto dal Regno; poi con esso e colla repubblica di Siena cospirò per isvellere il dominio mediceo.

Siena, antica emula di Firenze come ghibellina, si era poi mutata alla bandiera guelfa: ma se patria non sia, vien tedio a seguire le capiglie interne e le replicate minaccie ch’ebbe a soffrire da poderosi vicini o dai condottieri; fuori non esercitò mai grande efficacia, attesochè dentro era trassinata fra una plebe invida e inetta, ed un’oligarchia gelosa d’escludere le altre classi. I Monti, o vogliam dire gli ordini de’ gentiluomini, dei nove, dei dodici, dei riformatori, del popolo, la sbranavano, e l’uno prevalendo o l’altro, con alterne persecuzioni logoravano le forze, e scapitavano di potenza e d’onore. I gentiluomini, antichi proprietarj di tutto il terreno, prevalsi dal 1240 al 77, furono esclusi dalle magistrature, restando fin al 1355 superiore il Monte dei nove, in cui entrava una nobiltà popolana, d’antiche ricchezze: poi fino al 68 primeggiò il Monte dei dodici, cioè i ricchi mercanti; e fino all’84, quello dei riformatori: poi ora questo, ora il popolo, eleggendo tre priori ciascuno, ed escludendo i due primi, che restavano naturali nemici e sommovitori.

Si appoggiò a loro il duca di Calabria figlio di re Ferdinando, cupido d’acquistarvi signoria; e indusse a cernire dai varj Monti un nuovo, detto degli aggregati, che solo ottenesse gli uffizj, gli altri tutti eliminando. Costoro non poteano cautelarsi che colla forza, e perciò stavano ligi al duca, e col padre suo presero parte a ruina di Lorenzo Medici. Dico di Lorenzo, perchè il papa, esclamando al sacrilegio d’avere appiccato un unto del Signore, mosse le truppe che già aveva allestite per secondare la congiura de’ Pazzi, e dichiarò guerra non alla repubblica, bensì a Lorenzo, figlio di iniquità, alunno di perdizione. Però i Fiorentini fecero comune la causa di lui; mandarono pel mondo un ragguaglio della congiura e le prove della complicità del papa, il quale non se ne scolpò; e protestarono contro la scomunica, appellando al futuro concilio. Trovarono ascolto, e molti principi minacciarono Sisto IV di disdirgli obbedienza se turbasse la Chiesa con una guerra senza giustizia: il re di Francia non solo sospese di inviare le annate, dacchè le vedeva destinate contro Cristiani non contro gl’Infedeli, ma minacciò aprire un concilio.

Ecco dunque il papa al funesto bivio di revocare una sentenza appena proferita, spezzando da sè il bastone apostolico datogli per rompere i vasi inutili, e piegandosi alle minaccie secolari; ovvero ostinarsi in una guerra ingiusta. A questa si gittò Sisto, avendo accaparrati i migliori condottieri, intrigato a suscitare contro di Venezia e di Milano guerre, sollevazioni, perfino i Turchi, acciocchè quelle non potessero soccorrere Firenze.

La quale, côlta dall’armi fra’ suoi studj pacifici, non vide miglior partito che soldare un capitano, e fu Ercole duca di Ferrara: ma poichè costui era genero di Ferdinando, se non la tradiva, menava fiaccamente le fazioni. Lorenzo, vedendo la città disanimarsi e ai timorati fare offesa l’interdetto, mentre i collegati avanzavano a gran passi, parve colla sua generosità voler dare risalto alla vigliaccheria di questi, e propose di avventurare sè solo, giacchè contra lui solo dicevansi armati. Parte dunque di Firenze (1479 7 xbre), lasciando una siffatta lettera alla Signoria: — Eccelsi signori, se io non v’ho altrimenti fatto noto la cagione di mia partita, non è stato per presunzione, ma perchè mi pare, negli affanni ne’ quali si trova la città nostra, si richiegga più il fare che ’l dire. Parendomi che cotesta città abbia desiderio e bisogno grandissimo di pace, e vedendo tutti gli altri partiti scarsi, m’è paruto meglio mettere me in qualche pericolo, che tenervi tutta la città. E però ho deliberato trasferirmi liberamente a Napoli; perchè, essendo io principalmente perseguitato da’ nemici nostri, potrei forse ancora essere cagione, andando nelle loro mani, di far rendere pace alla vostra città. Una delle due: o veramente la maestà del re ama cotesta città, come ha predicato, e non c’è miglior via a farne sperienza, che andar liberamente nelle sue mani. Se ha animo di occupare la nostra libertà, a me pare che sia bene intenderlo presto; e più tosto con danno d’uno, che di tutto il resto. Ed io son molto contento essere quello per due cagioni: la prima, perchè potrebb’essere che i nemici nostri non cerchino altro che ’l male solamente mio; l’altra che, avendo io nella città avuto più onore e condizione che alcun altro cittadino a’ dì nostri, giudico essere più obbligato che tutti gli altri ad operare per la patria mia, fino a mettere la vita. Forse Iddio vuole che, come questa guerra cominciò col sangue di mio fratello e mio, così ancora finisca per le mie mani; ed io desidero solo che la vita e la morte, e ’l male e ’l bene mio sia benefizio della città. Che se gli avversarj non vogliono altro che me, mi avranno liberamente nelle mani: se vogliono altro, s’intenderà, ed a me pare essere certo che tutti i nostri cittadini si disporranno alla difesa della libertà come sempre hanno fatto i padri nostri. Vommene con questa buona disposizione, e senza alcun altro rispetto che del bene della città; e prego Iddio mi dia grazia di fare quello ch’è obbligato ciascun cittadino per la sua patria».

Si presentò di fatto a Ferdinando (1480), il quale lo ricevette con solenni dimostrazioni; e tocco da tale fiducia, o forse persuaso da quanto esso gli espose intorno alle vendette che i Fiorentini potrebbero fare chiamando in Italia il re di Francia, erede delle ragioni di casa d’Angiò sul trono di Napoli, patteggiò la pace, restituendo a Firenze tutti i luoghi presi. I Veneziani che s’erano chiariti per Lorenzo, si trovarono allora soli esposti alle armi nemiche; sicchè esclamandosi traditi, non aborrirono dall’eccitare i Turchi a ricuperare le terre italiane, dipendenti in antico dall’Impero orientale. Il gran visir Acmet Breche-Dente dalla Vallona sbarcò (agosto) presso Otranto (pag. 231), e mandatala a sacco e sangue, e lasciatavi forte guarnigione, andò a raccogliere altre forze. Tutta Italia ne sbigottì: il papa accingevasi a fuggir oltremonte, mentre consentiva alla pace coi Fiorentini ed eccitava gl’italiani all’arme, abbandonando l’ambìta Siena. In fatto Alfonso di Calabria assalì vigorosamente Otranto, la cui guarnigione, perduta la fiducia di nuovi soccorsi alla morte di Maometto II, capitolò (1481).