Pietro Barbo veneziano, bell’uomo, destro ad ingrazianirsi gli animi con piccoli servigi e col compatire agli altrui patimenti, sicchè il chiamavano la Madonna della pietà, fu eletto (1464) col nome di Paolo II con tal consenso, che prometteva uno de’ pontefici più grandi. A tre cose mirò continuo: l’ingrandimento dei nipoti, pel quale fece dichiarar nulla la capitolazione impostagli dal conclave; la crociata contro gl’Infedeli; e la revoca della prammatica sanzione di Bourges, ove dal clero gallicano pareangli intaccate le prerogative papali: e in tutte fallì. Piovevano d’ogni parte lamenti che i sessanta abbreviatori (collegio istituito da Pio II per estendere i brevi pontifizj in istile purgato) facessero guadagno delle spedizioni, sia ricevendo regali, sia colle simonie. Risoluto di svellere l’abuso, e parendogli degno di Roma il dare ogni cosa gratuitamente, il papa gli abolì. Que’ sessanta letterati, messi sulla via, furono altrettante voci accordatesi a denigrarlo; e chi non sa quanto facilmente un branco di scriventi raggiri l’opinione? Bartolomeo Sacchi di Piadena (il Platina), un d’essi, tanto gli mancò di rispetto, che fu condannato alle carceri; poi involto o sospettato d’una cospirazione, fu messo alla corda; del che tolse vendetta col virulento sparlarne nelle sue Vite dei papi.
Non pensiamo a scusare i modi; ma la persecuzione tanto rinfacciata a Paolo contro i restauratori della classica letteratura veniva da ragionevole sgomento del vedere il paganesimo ripullulare nelle arti belle non solo, ma nelle dottrine e nella vita; e cotesti eruditi, vergognandosi del nome de’ santi ricevuto al battesimo, mutare Pietro in Pierio o Petrejo, Giovanni in Giano o Gioviano, Vittore in Vittorio o Nicio, Luca in Lucio o Lucillo, Marino in Glauco, Marco in Callimaco[119]; celebrare feste all’antica, sacrificando un becco; e col pretesto di rimettere in onore Platone, gittarsi a dottrine empie od a pratiche teurgiche: cose lievi per avventura, ma che menano a serie.
È moda il lodare uno perchè disapprovato dai papi, e al tempo stesso mostrar che questi non aveano ragione di perseguitarli. Dalla stessa lettera ove il Platina dal carcere racconta al cardinale Bessarione il suo processo, appare come l’accademia di Pomponio Leto tendesse a trasformare il paganizzamento letterario in religioso. Foss’anche stato soltanto letterario, non v’è retto pensatore che non veda quanto danno ne derivasse alla logica, alla morale, all’estetica, dacchè Cristo e la redenzione doveano far luogo novamente alla voluttà pagana e alla lepida guerra contro la famiglia e la società.
Dalla storia dei Papi che il Platina scrisse coll’avversione solita ai perseguitati, i Protestanti raccolsero assai cose contro la corte romana. Noi qui non abbiamo che a riflettere alla pochissima critica di questo abborracciatore passionato.
Paolo spese profusamente in dissotterrare e raccogliere statue e altre anticaglie, amò le arti belle, libri comprava e imprestava liberalmente[120], e fece fare una tiara di cinquantamila marchi d’argento (L. 275,000). Amava gli spassi, e frequenti feste dava al popolo di Roma, e per goderne egli stesso volle che le corse non si facessero per la strada Florida o Giulia, ma dall’arco di Domiziano al palazzo di Venezia, dov’egli abitava. Negli statuti di Roma allora pubblicati, si divisano i divertimenti, e specialmente quelli di Agone e Testaccio coi pallj e gli anelli e i carri, e l’altre solennità, che poi continuarono in occasione del carnevale. Per la pace del 1468, festeggiata in tutta Italia, il papa ordinò giuochi e baldorie al modo antico, dove principal parte aveano i banchetti: ed egli godeva veder quando i giovani, quando i vecchi, o gli ebrei o i fanciulli, pinzi di cibo, fare alla corsa, per guadagnare qualche carlino. Spesso gittava denaro al popolo; una volta gli regalò 400 scudi, e di mascherate splendidissime molto il rallegrava.
Ammassò ricchezze, ma non pei nipoti; dissero per mera avarizia, e poteva essere per provvedere ai tanti bisogni di cui si gravava la Chiesa. Concedette il titolo di duca di Ferrara a Borso d’Este, l’armò cavaliere di san Pietro, e lo fece sedere non più tra gli arcivescovi come quando era soltanto vicario pontifizio, ma tra’ cardinali, e gli donò la rosa d’oro che per pasqua suol darsi a qualche gran principe; con tali atti confermando l’alto dominio della santa Sede sopra Ferrara. Menò lunga e turpe guerra con Roberto Malatesta, disputandogli la signoria di Rimini, al qual uopo s’alleò coi Veneziani e con varj signori; e perchè Napoli e Firenze stavano col Malatesta, fu per divamparne tutta Italia, ma alfine Paolo gli riconobbe i feudi paterni. Meglio meritò collo stringere tutti i potentati d’Italia in una lega, onde mantenere l’indipendenza di ciascuno. Delle riforme divisate nella curia però più non si parlava; rimoveasi sempre più l’idea di adunare un concilio; e intanto profondeansi in commende e aspettative, e negli altri lucrosi abusi.
In peggior fama rimase Sisto IV (1471), già Francesco Albescola della Rovere. I ragazzi di cui circondavasi, fecero sparlare de’ suoi costumi; del suo rigore le guerre rinnovatesi tra i Colonna e gli Orsini, per cui a sangue e fuoco egli mandò la città. Vescovadi, principati, dignità, uffizj prodigò a due figli di suo fratello e due di sua sorella Riario, i quali la maldicenza bucinava figli di lui, e peggio. Leonardo della Rovere pose governator di Roma e sposò a una bastarda di re Ferdinando, per ciò cedendo a questo il ducato di Sora ed altri acquisti fatti penosamente da Pio II, i censi arretrati del regno, ed esenzione dai futuri sinchè vivesse. Giuliano fece cardinale, che poi divenne papa, e che intanto menava guerre contro Todi e Spoleto. L’inetto Pietro Riario, di ventisei anni creato cardinale, patriarca di Costantinopoli, arcivescovo di Firenze, legato di tutta Italia, aveva una corte d’oltre cinquecento persone, e un fasto senz’esempio, col quale e colle lascivie si logorò la vita. Allora Sisto innalzò Giovanni della Rovere, facendolo principe di Sinigaglia e Mondavio, staccate dalla Chiesa. Pel nipote Girolamo Riario, cui ottenne la mano di Caterina di Galeazzo Sforza colla contea di Bosco, comprò con quarantamila ducati la signoria d’Imola, ed una maggiore gliene destinava nella Romagna colle spoglie de’ signorotti: ma perchè trovò ostacolo nei Medici di Firenze, si unì ai tanti nemici di quella casa, alla malevolenza de’ quali parea cader molto in acconcio la giovinezza di Lorenzo e Giuliano figli di Pietro.
Delle famiglie storiche di Firenze le più erano state esigliate, i Ricci, gli Albizzi, i Barbadori, i Peruzzi, gli Strozzi, i Machiavelli, gli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini; spogli d’ogni credito i Pitti e i Capponi; e i due fratelli Medici teneano occhio perchè non si rialzassero. Fra le antiche feudali, era di tutte splendidissima quella dei Pazzi di val d’Arno, consorte già degli Ubaldini, degli Uberti, dei Tarlati e d’altri Ghibellini; dopo lunghe lotte colla Repubblica, era scesa in città e aveva giurato il comune; come le altre illustri era stata esclusa dal governo: ma a Cosmo era bastato l’accorgimento di non cozzarla, anzi la privilegiò di passare dai magnati fra’ plebei e quindi venir abile alle cariche, e sua nipote Nanina Bianca sorella di Lorenzo sposò a Guglielmo de’ Pazzi. Le dovizie acquistate col banco ch’era de’ più accreditati del mondo, e le clientele di quella casa, massime da che si fu imparentata co’ Borromei di San Miniato, davano sempre maggior ombra ai Medici; onde Lorenzo fece dalla balìa stanziare un regolamento che alterava l’ordine di successione in modo, che i Pazzi non potessero ereditare da essi Borromei. Se ne corrucciarono i Pazzi, e Francesco, uscito di patria, si pose a travagliare il suo banco a Roma, dove Sisto IV lo ricevette in grazia, lo costituì banchiere della santa Sede, e ne fomentò i rancori a danno dei Medici.
Pertanto i Pazzi tramarono (1478) con Girolamo Riario e con Francesco Salviati, che dai Medici non erasi voluto ricevere arcivescovo di Pisa; e in Santa Maria del Fiore durante la messa di pasqua (26 aprile), al momento dell’elevazione assalsero i due principi. Giuliano resta ucciso, Lorenzo ferito si difende; Jacopo de’ Pazzi corre la città per ammutinare il popolo, ma questo, gridando Palle, Palle, dà addosso agli assassini e li trucida a furore, e i laceri brani porta infissi sulle picche per la città. Francesco de’ Pazzi, che nell’abbattere Giuliano erasi ferito da sè, fu tratto di letto, e in mezzo agl’insulti plebei appiccato: più di settanta cittadini furono o con egual violenza trucidati e sbranati, o coi successivi processi: l’arcivescovo di Pisa fu impeso alla finestra del palazzo, ove erasi condotto come sicuro d’insignorirsene: le istanze di Lorenzo camparono il Riario che cantava messa. Dubitandosi che il pugnale onde fu percosso Lorenzo fosse avvelenato, un Ridolfi si offrì a succhiarne la ferita. Poi corse voce tra la plebe che le pioggie, le quali non sapeano cessare, fossero un segno del cielo perchè Jacopo era stato sepolto in terra sacra, benchè sul morire si fosse dato al diavolo: onde per ordine della Signoria fu tratto la notte da Santa Croce, e sotterrato lungo la mura. Ma i fanciulli saputolo, andarono a dissepellirlo, e col capestro che aveva alla gola lo trascinarono per le vie, e bussavano alla porta di lui, dicendo aprissero al padrone; e continuarono lo strapazzo finchè la Signoria non mandò i famigli che lo buttarono in Arno, ove pure lungo tempo galleggiò. Bernardo Bandini, l’assassino di Giuliano, era fuggito a Costantinopoli; eppure ivi stesso fu côlto e tradotto a Firenze, ove l’aspettava la forca.
Per quanto i Fiorentini implorassero perdono dello avere messo le mani su persone sacre, e si sottomettessero alle comminate censure, il papa li colpì di una terribile bolla; e volendo per guerra aperta ciò ch’eragli fallito per tradimento, s’accordò a’ danni de’ Medici col re di Napoli.