Sia per le imposte, che a risarcire il paese (1431) doveva moltiplicare, o sia pei soliti postumi d’ogni restaurazione, Martino ottenne scarsa benevolenza, ed era appuntato di prodigare onori e tesori a’ suoi nipoti. Lui morto, i cardinali trovavansi dissenzienti sul chi nominargli successore; onde, per guadagnar tempo, diedero i voti a quel che meno temeano, il veneziano Condulmier, che per questo giuoco si trovò papa col nome di Eugenio IV. Severissimo ne’ digiuni e in tutte le austerità, gran persecutore degli Ussiti di Boemia, repugnante da’ consigli altrui per ostinarsi ne’ proprj, scarso di lealtà e di politica, vedemmo quanta parte avesse nei maneggi civili e religiosi del suo tempo, per effetto delle circostanze più che per sua abilità.
Dal bel principio si trovò in urta coi sudditi, coi signori, coi prelati. S’inimicò i Colonna col ridomandare i tesori che ad essi aveva confidato il predecessore, e le città del Patrimonio, dove rigalleggiavano i partiti e le antiche famiglie. E perchè i Colonna con que’ denari raccolsero truppe e guerreggiarono gli Orsini, Eugenio mise in prigione e ai tormenti i loro amici, e da ducento ne mandò al patibolo, distrusse la casa e i monumenti di papa Martino, finchè i Colonna restituirono settantacinquemila fiorini. Destinò a governare la marca d’Ancona Giovanni Vitelleschi vescovo di Recanati, suo indegno favorito, e uno de’ più disumani condottieri, che nella guerra di Napoli giunse a promettere indulgenze a qualunque soldato tagliasse un ulivo de’ nemici, poi tramò col Piccinino per assalire la Toscana alleata, e fors’anche toglier di mezzo il papa e surrogarsegli. Questo n’ebbe sentore, e a tradimento lo colse in castel Sant’Angelo, ove presto s’intese ch’era morto.
Intanto la Chiesa era pericolata dal concilio di Basilea; tutta Romagna sossopra; Francesco Sforza e Nicolò Fortebraccio vi entrarono dicendosi autorizzati dal concilio a togliere que’ paesi al papa, cui restrinsero quasi alla sola capitale. Egli guadagnossi lo Sforza, creandolo marchese d’Ancona; ma gli altri capitani pretendeano altrettanto; il popolo s’avventò alle armi proclamando la repubblica, e il papa a stento si salvò a Firenze. Alfine il Piccinino, vincendo Fortebraccio, rese a san Pietro le antiche appartenenze.
Tommaso, figlio del medico pisano Bartolomeo Parentucelli, per povertà lasciò gli studj onde mettersi in Firenze educatore de’ figliuoli di Rinaldo degli Albizzi, poi s’attaccò al cardinale Albergati come segretario, medico, intendente, e in quei venti anni ebbe molto a conoscere molti paesi e gli eruditi d’allora; copiò manoscritti e v’aggiungeva note assennate, lo perchè Cosmo de’ Medici l’incaricò di disporre i codici della biblioteca di San Marco, il che servì di norma ad altre: da Eugenio papa adoprato in affari, e posto vescovo di Bologna e cardinale, gli fu dato successore col nome di Nicola V (1447). Egli ricompose la Chiesa ad unità coll’ottenere l’abdicazione dell’antipapa Felice. Al Vespasiano, valente librajo ed erudito, autore di molte biografie, diceva: — I nostri Fiorentini avrebber mai creduto che un preticciuolo, fatto per sonar le campane, diverrebbe pontefice?» e avendo quello risposto che ne esultavano e perchè il conosceano e ne speravano pace, — Se Dio m’ajuta (soggiunse) altr’arma non adoprerò mai a difesa mia che la croce di Gesù Cristo»[115].
Veramente fu de’ papi più degni, e guardata la differenza dei tempi, meritò meglio che Leone X per avvenuta protezione alla crescente coltura. Fondò la biblioteca Vaticana con cinquemila volumi, ed accolse quanti erano dotti; scriveano le sue lettere il Poggio, Giorgio da Trebisonda, Cristoforo Garatone, Flavio Biondo, Leonardo Bruno, famosi eruditi; teneva alla corte Antonio Loschi, Bartolomeo da Montepulciano, Cincio romano, Lorenzo Valla, Pier Candido Decembrio, Teodoro Gaza, Giovanni Aurispa, allora nominatissimi quanto oggi ignorati. A gara gli erano dedicate opere, e di parecchie favorì la traduzione dal greco: al Poggio per la versione del Diodoro donò liberamente; al Valla cinquecento scudi d’oro pel Tucidide; millecinquecento al Guarini per lo Strabone; cinquecento al Perotti pel Polibio; annui seicento a Giannozzo Manetti, oltre il soldo di secretario, perchè s’occupasse attorno ad opere sacre, e gli fece cominciare una versione della Bibbia sopra il testo ebraico; al Filelfo, se traducesse Omero, gli prometteva una bella casa in Roma, un podere e diecimila scudi; Giorgio da Trebisonda ricusava come eccessiva una somma da esso regalatagli, ma egli — Tieni, tieni; non avrai sempre un Nicola». Udendo lodare come valenti poeti alcuni dimoranti in Roma, negò il merito loro, dicendo per celia: — Se fossero buoni, perchè non verrebbero a me che accolgo anche i mediocri?»
Fabbriche raddrizzò o intraprese da tutte parti, a Spoleto ed Orvieto insigni palazzi, a Viterbo bagni per infermi, a Roma la mura, oltre riparare le chiese rovinate nella lunga vedovanza, e principalmente il Panteon d’Agrippa; fece eseguire «il più bel tappeto che sia tra’ Cristiani colle opere di Dio padre quando creò il mondo» (Corio); e accingevasi a riedificare San Pietro, come simbolo della riedificata Chiesa spirituale, al che gli diede i mezzi il giubileo, traendo folla indicibile alle soglie degli apostoli.
Non altrettanto prendeva a cuore il bene de’ sudditi, o piuttosto volea governarli con quel dispotismo, cui facilmente propendono coloro che sentonsi superiori agli altri, e volenterosi del bene. Non pochi erano disgustati pei rigori che accompagnano le improvvide restaurazioni, le quali all’anarchia non credono poter riparare che col despotismo; i vizj del clero e gli abusi della curia più risaltavano dacchè eransi censurati alla libera nelle burrasche precedenti. La festa dunque, con che era stata ricevuta la corte pontifizia al suo ritorno, fece prestamente luogo a scontenti e alle solite gozzaje. Perchè ha da stare il governo in man di preti, la più parte forestieri, tutti per educazione inetti agli affari? Così diceva Stefano Porcari nobile romano, e tentò instaurare la repubblica. Infervorandosi alla canzone del Petrarca Spirto gentil, e parendogli esser egli stesso quel cavaliero a cui «Roma, con gli occhi molli di pietà, chiedea mercè da tutti i sette colli», macchinò per impadronirsene a forza; arrolò masnade, e insinuatosi di soppiatto (1453) nella città dond’era stato bandito, concertò di occupare il Campidoglio, e nella festa dell’Epifania prendere il papa, i prelati e castel Sant’Angelo. Ma avutone spia, il senatore ad una cena fece arrestare i congiurati (gennajo), e il Porcari con nove altri impiccare ai merli del castello[116]. Al pontefice l’aveano dipinta come una trama d’assassinio, onde, da confidentissimo e ingenuo che era, cadde in preda al sospetto, perseguitò i fuggiaschi, quanti colse fece mal arrivati, e il breve resto di sua vita passò fra terrori e supplizj. Presso al finire, ebbe a sè due pii monaci, e diceva loro: — Mai persona non entra qua, che mi parli il vero. Sono talmente confuso delle finzioni di quanti mi circondano, che, se non temessi lo scandalo, rinunzierei al papato per tornare Tommaso da Sarzana.
Alfonso Borgia spagnuolo, ch’erasi mostrato tutto zelo contro i Turchi, gli fu dato successore col nome di Calisto III (1455), e alla elezione sua rincrudirono le fazioni dei Colonna e degli Orsini, e più quando egli, gettati a spalle i rispetti umani, ingrandì i suoi nipoti con feudi della Chiesa, creando Pietro duca di Spoleto, e fin meditando porlo sul vacante trono di Napoli. La vita non gli bastò; e il successivo conclave pensò antivenire tali abusi decretando che il papa non potesse senza l’assenso dei cardinali tramutare da Roma la sede, conferire cappelli o vescovadi, fare pace o guerra, alienare terre ecclesiastiche.
Enea Silvio Piccolòmini, dottissimo in lettere e in ragion canonica, scrittore di poesie e storie, ebbe primaria figura ne’ maneggi d’allora. La sua gioventù avea tribolato fra le turbolenze della patria; al concilio di Basilea assistette in servizio del cardinale Domenico di Capranica; più volte mutò padrone, spesso fu ambasciadore, indi segretario di Felice V, poi di Federico III imperatore. Descrisse la storia di Boemia, lo stato di Europa sotto esso Federico, un ragguaglio della Germania e del concilio di Basilea, dove votò coll’opposizione; opere di gran conto perchè di testimonio oculare ed oculato, oltre una raccolta di lettere d’amicizia e di affari[117].
Fatto papa col nome di Pio II (1458), sostenne con vigore quell’autorità che come diplomatico avea bersagliata; e perchè gli si rinfacciavano le prische opinioni, emanò una bulla retractationum, ridicendosi di molte proposizioni lanciate contro la potestà pontifizia, e massime contro Eugenio IV, dicendo essere cosa umana il fallare, non averle sostenute per ostinazione ma per isbaglio, importargli il ritrattarle affinchè non si attribuisse a Pio quelle che erano opinioni di Enea[118]: nella qual occasione si fa ad esporre parte della sua vita. Nel sinodo di Mantova proibì (Execrabilis), pena la scomunica, di appellarsi dal papa al futuro concilio, tribunale che non esiste: ma le sanzioni introdottesi fra le passate tempeste, e il proposito de’ principi di voler eleggere i proprj vescovi, gli cagionarono gravi disgusti. All’imperatore fece veduta la necessità di stringersi alla sede pontifizia per resistere ai principi sovrani di Germania, e che le domande di riforme ecclesiastiche andavano indivisibili da quelle di politiche: lo perchè nelle diete germaniche il legato aveva autorità quanto l’imperatore, e molto maggiori rendite. Mentre poi, lottando di tutta la sua persuasione contro l’indifferenza del secolo egoisto, disponeva la crociata contro i Turchi, spirò ad Ancona. Il Pinturicchio storiò la vita di lui nella libreria vecchia di Siena, secondo i cartoni di Rafaello.