Moriva in quello stante (1466 8 marzo) il migliore amico de’ Medici, Francesco Sforza; e Galeazzo Maria, figlio di quello, mandò chiedendo fosse a lui continuato il soldo che retribuivasi a suo padre come a condottiero della Repubblica. Quelli del Poggio, cioè i Pitti, fissaronsi al no, e ordinarono cogli Acciajuoli, i Neroni, i Soderini, facendo sottoscrivere tutti coloro che volessero salvar lo Stato e ricuperare la libertà, e chiedendo ajuti a Buoso duca di Modena; e pensavano forse assassinare Pietro e i suoi figliuoli Lorenzo e Giuliano. Pietro, informatone a tempo, li prevenne colle armi e coi trattati, e rimasto superiore, mandò in bando gli avversarj, di che si rincalorirono le nimicizie. Luca Pitti, lasciatosi lusingare da Pietro colla speranza d’un parentado, gli diede la lista de’ congiurati, onde ne fu obbrobriato, e i suoi palazzi rimasti incompiuti attestarono l’altezza della sua ambizione e i danni della sua imprudenza.
Gli espulsi, sotto Angelo Acciajuoli attestatisi cogli esuli del 1434, e preso a capo Gian Francesco Strozzi, preparavano guerra aperta; e Venezia, non volendo favorirli alla scoperta, lasciò entrasse al loro soldo Bartolomeo Coleone suo capitano (1467), al quale s’accollarono molti signorotti di Romagna, i Pio, i Pico, gli Ordelaffi, Ercole d’Este, Astorre Manfredi di Faenza, Alessandro Sforza di Pesaro. I Fiorentini si opposero, collegati con Galeazzo Maria e col re di Napoli; e comandati dal prode Federico di Montefeltro signore d’Urbino, alunno di Francesco Sforza, affrontaronsi (25 luglio) alla Molinella nel territorio d’Imola, dove primamente il Coleone adoperò artiglierie volanti, e dove, mancato il giorno, a lume di fiaccole si continuò la mischia. La giornata fu sanguinosa oltre l’usato, ma non risolutiva; la Repubblica fiorentina ebbe a logorare fin un milione trecentomila fiorini d’oro; i fuorusciti, per diffalta di denaro, dovettero desistere e compromettersi in Paolo II, il quale non riuscendo ad accordarli, pubblicò articoli di pace, intimando scomunicato chi non gli accettasse; e dove la conclusione era di restituire ciascuno ne’ pristini possessi; il Coleone con centomila ducati d’oro l’anno sarebbe capo dell’esercito che dai signori tutti d’Italia volevasi mandare contro i Turchi. Nulla stipulò a favore degli sbanditi, dei quali anzi furono staggiti i beni; poi colla ragione o col pretesto di congiure e attentati furono respinte le famiglie de’ Capponi, Strozzi, Pitti, Alessandri, Soderini, ed alcuni mandati al supplizio[111]. Restarono dunque peggiorati dell’avere e della persona, mentre Pietro, gottoso e impotente di tutti i suoi membri, ignorava le sevizie de’ suoi, e predicava moderazione e civiltà; e veramente trattava di ripatriare i fuorusciti, quando morì (1469 2 xbre), soli cinque anni dopo il padre.
Tommaso Soderini seppe persuadere a conservar principi dello Stato i giovani figli di lui Lorenzo e Giuliano: i quali a cinque accoppiatori diedero diritto di nominare il consiglio de’ duecento; balìa non più a tempo per casi urgenti, ma permanente e che poteva ogni cosa, punire, esigliare, levar denaro. I Medici trovavansi dunque in mano lo Stato, e potevano convertire a comodo proprio le somme pubbliche, oltre quelle che per avventura riceveano da chi volesse conservarsi in grado o soprusare impunemente; e la tirannia palliavano con feste, colle largizioni, col proteggere artisti e letterati.
Lorenzo particolarmente è una delle fisonomie più simpatiche della nostra storia, e ci restano alcuni suoi ricordi giovanili, di cara semplicità: — Il secondo dì dopo la morte del padre mio, quantunque io Lorenzo fossi molto giovane, cioè di anni ventuno, vennono a noi a casa i principali della città e dello Stato a dolersi del caso, e confortarne che pigliassi la cura della città e dello Stato, come avevano fatto l’avolo e il padre mio; le quali cose, per essere contro alla mia età e di gran carico e pericolo, malvolentieri accettai, e solo per conservazione degli amici e sostanze nostre, perchè a Firenze si può mal vivere senza lo Stato, delle quali insino a qui siamo riusciti con onore e grazia, reputando tutto non da prudenza, ma per grazia di Dio e per i buoni portamenti de’ miei passati. Di settembre 1471 fui eletto ambasciatore a Roma per l’incoronazione di papa Sisto IV, dove fui molto onorato; e di quindi portai le due teste di marmo antiche dell’immagine d’Augusto e di Agrippa, le quali mi donò detto papa; e più portai la scodella nostra di calcidonio intagliata, con molti altri cammei e medaglie, che si comprarono allora fra le altre in calcidonio».
Morta una Simonetta gentildonna, fior di bellezza e di virtù, era universalmente compianta; e quando col viso scoperto era portata a sepellire, tutta Firenze fu in cordoglio. Lorenzo giovinetto deplorò in versi quella morte, e per ispirarli di maggior verità, cercò persuadersi d’essere invaghito dell’estinta; dal che passò a voler ricercare se altra donna raggiungesse quel modello. E parvegli tale una che egli celò, ma i biografi rivelarono essere Lucrezia Donati, ch’e’ vide in una solennità, così bella che esclamò: — Deh fosse pari alla Simonetta anche in virtù!» E chiestone, poi conosciutala, la trovò migliore ancora della speranza, e d’ingegno meraviglioso senza la presunzione che fa ridicole le saccenti. Questo amore lo fece schivo dei diletti vulgari e delle affollate radunanze, dilettandosi piuttosto nella solitudine, dove tutto rammemoravagli colei, da cui invece lo distraevano i pensieri del mondo[112].
Quest’è il mostro della tragedia d’Alfieri, in cui è verseggiato un nuovo tentativo che i nemici dei Medici fecero per abbattere i due giovinetti.
CAPITOLO CXX. Papi reduci in Roma. Congiura de’ Pazzi. Ferdinando di Napoli. Lorenzo Medici.
Al concilio di Costanza erasi messo in disputa se più casta non tornerebbe la Chiesa quando si spelagasse dal dominio temporale; ma un oratore ragionò: — Tempo fu che io pensava convenientissimo il separare la potenza terrena dalla spirituale; ma ora son chiaro che la virtù senza forza è ridicola, e che il pontefice romano senza il patrimonio della Chiesa non sarebbe che un servitore dei re e dei principi»[113].
E davvero la schiavitù d’Avignone avea persuaso e papi e signori che importava assicurare alla santa Sede un’esistenza indipendente, acciocchè non divenisse stromento ai regj arbitrj; e si diede opera a consolidarne la potenza politica quando debilitavasi la spirituale. Martino V, tornando a Roma, avea trovato il patrimonio della Chiesa in isconquasso, ma fermo eppur pacifico con dignità lo ristabilì; indusse Giovanna II di Napoli a restituirgli Roma occupata da Ladislao; tolse Perugia a Braccio di Montone[114] e le altre terre ai tiranni che n’avevano preso il dominio. I Malatesta, segnalati capitani, eransi costituiti un bel principato a Rimini, sottomettendo Fano, Pesaro, Camerino, Macerata, San Severino, Montesanto, Cingoli, Jesi, Fermo, Gubbio; ma, morto Carlo, condottiero de’ più prodi e generosi, perdettero ogni cosa, salvo Rimini, Fano e Cesena, lasciate a tre nipoti di quello. Anche Borgo Sandonnino, la Pergola, Brettinoro, Osimo, Cervia, Sinigaglia, furono riuniti al dominio papale. Bologna non sapeva dimenticare la sua libertà; ma quando tentò ripristinarla nel 1428, fu subito oppressa dalle bande venturiere. Le tante città avvezze ad avere un principe e corte e lusso ed arti, piangeano il sottentrato spopolamento. Il cardinale Albergati, santo di costumi quanto accorto negli affari, seppe alla Sede pontificia ricuperare importanza politica in Italia, coi maneggi ottenendo meglio che colle guerre, e molte paci conciliando.
Roma era sottoposta al pontefice, ma conservava una rappresentanza civica: e il senatore nell’entrare in Campidoglio giurava nelle mani del conservatore di esercitare l’officio lealmente e in buona fede; dare appoggio agli inquisitori dell’eresia e vantaggiar la fede; tener Roma e il contado in pace e tranquillità, e purgati da malandrini; conservare e difendere le ragioni, i beni, le giurisdizioni e dignità della città e della camera, e ricuperare ciò che se ne fosse perduto; mantenere e difendere gli spedali, i luoghi pii e religiosi; procedere sommariamente nelle cause di questi, delle vedove, de’ pupilli e de’ poveri; far osservare da’ suoi uffiziali e giudici gli statuti fatti e da fare, e il diritto civile, ed in mancanza loro il diritto canonico; non far estorsione o sopruso, non chiedere grazie nei consigli, nè cercare d’essere raffermo in carica, o assolto dal sindacato; far sì che i marescialli, cioè esecutori degli ordini della curia di Campidoglio, e loro famigli girassero giorno e notte armati; nulla operare di contrario agli ordini de’ conservatori, anzi prestar soccorso ad essi e alla loro camera.