Tale impresa era stata da Cosmo francamente disapprovata, sicchè l’infelice riuscita crebbe ad esso tanta reputazione quanta ne toglieva agli Albizzi e a Nicolò da Uzzano. Questo però repugnava dai partiti violenti, conoscendo che una rottura aperta darebbe trionfo ai Medici. Ma morto lui e conchiusa pace con Lucca[109], inciprignirono i malvagi umori, e Rinaldo, figlio di Maso degli Albizzi, capoparte più avventato, entrò in grandi pratiche di abbassare e anche cacciar Cosmo, e ripigliarsi lo Stato. Disposte sue fila, sonò a balìa, e convocò una di quelle assemblee in piazza, dove tutti accorrevano a onde e deliberavano a schiamazzo, per l’urgenza del caso trascendendo le barriere costituzionali, e pochi arruffapopolo trascinavano a decidere secondo la fazione. Quivi si diede la balìa a ducento cittadini indicati da Rinaldo; e Cosmo, per accusa di denaro disperso nella guerra di Lucca, fu condannato a morte: se non che egli, comprando alla sua volta Bernardo Guadagni gonfaloniere e gli altri che a Rinaldo già s’erano venduti, ottenne d’essere soltanto sbandito (1433), e la famiglia sua relegata tra le nobili.
Andossene a Padova; e allora comparve quanto egli fosse grande, caro dov’era, desiderato ove non era. La Signoria veneta mandò onorandolo, e il richiedeva di pareri; chiunque avesse alcun bisogno, ricorreva ad esso, e una sua raccomandazione bastava: a lui facevano capo i negozianti, sicchè l’avresti detto un piccolo sovrano; mentre a Firenze artisti, poveri, trafficanti lamentavano mancato il loro sostegno. Rinaldo, incapace a lottare coll’avversario lontano che vicino aveva oppresso, cercava inutilmente afforzarsi col riabilitare i nobili alle cariche, da cui già da gran tempo erano esclusi, e fin colle armi tentò far prevalere la sua parte: non girò intero un anno, che interponendosi papa Eugenio IV, allora quivi dimorante pel concilio, fu senza scandali tratta una Signoria (1434 7bre) propensa a Cosmo, questi rintegrato in patria con accoglienze meravigliose, e sbanditi o confinati da settanta de’ suoi avversarj. Rinaldo, non essendosi lasciato persuadere dal papa, e ignaro della virtù dell’aspettare e far a queto, andò a sollecitare Filippo Visconti contro Firenze; e mandò dire a Cosmo — La gallina cova»; al che questo rispose: — Mal cova la gallina fuori del nido». Rinaldo colle bande del Piccinino (1440) penetrò fin alla montagna di Fiesole e nel Casentino: i Fiorentini gli opposero Francesco Sforza, rotto dal quale intieramente ad Anghiari, e invano travagliatosi da capo per ricuperare la patria, andò a finire in Terrasanta.
Cosmo, tornato in trionfo, salutato benefattore del popolo e padre della patria, pigliò vendetta proscrivendo molti avversarj, molti condannando al supplizio e fin senza confessione, altri assassinati, come Balduccio, condottiere valente di fanteria toscana, che il gonfaloniere di giustizia fece pugnalare e buttar giù dal palazzo senza processi. Con tali colpi otteneasi docilità e svogliava dall’opposizione, e a chi l’avvertiva come la città per tanti banditi venisse in calo, rispondeva: — Meglio città guasta che perduta; del resto, non vi affannate, che con due canne di panno rasato posso fare un uom dabbene», cioè riparare con gente nuova.
Non si alterò il modo del governo e de’ magistrati di Firenze, ma tutto dipendeva da Cosmo. Vedendo omai in ciascuna città italica dominare una famiglia, pensò innalzar la sua in Firenze, non per armi, sibbene coll’offrire agli ingegni attrattive e distrazioni nuove nelle arti e nel sapere, avvivare il commercio, estendere la tela politica, aumentare la propria importanza col darne alla patria su tutt’Italia, e quiete a questa coll’equilibrarne gli Stati; a tal fine associò al suo denaro la spada di Francesco Sforza, le due potenze di quell’età, il banchiere e il condottiere. Potendo avere a disposizione tutti i capitani di ventura, mantenne in bilancia le potenze d’Italia: alla sua repubblica aggiunse Borgo Sansepolcro, Montedoglio, il Casentino e val di Bagno.
Senza dunque sovvertire la costituzione e le leggi, fondava a cheto la signoria delle ricchezze, le quali, mercè del commercio, aveano indotto immensa disparità fra i cittadini, e procacciando ammiratori e clienti, in pochi restringevano l’autorità, benchè durasse stato di popolo; anzi in cinque soli fece Cosmo (1452) ridurre il diritto d’eleggere la Signoria.
A fianco di lui figurava Neri Capponi, in consigli più sottile di Cosmo e, ciò che questi non era, valente in armi e creduto dai soldati; il quale, non cessando d’essergli amico, si tenne indipendente, e menò gli affari più scabrosi. Loro mercè fu riordinata la tranquillità in Firenze, ma insieme tolta la libertà, giacchè dal popolo, quante volte volessero, faceano decretare una balìa dispotica, e riformare le borse, e confinare chi li contrariava; mentre teneansi buoni gli amici col secondarne le passioni, collocarli negli uffizj e ai governi, chiuder gli occhi sulle arti onde s’ajutano i bassi, ligi ai potenti.
Alla morte di Neri (1455) parea dovesse ingrandire Cosmo, sciolto da quest’ultimo contrappeso; ma il contrario gli accadde per averne perduto l’appoggio. Gli avversarj pensano umiliarlo coll’abolire le balìe, e tornare alla sorte l’elezione del gonfaloniere e della Signoria; e il popolo va in gavazze, come di ricuperata libertà. Cosmo però non discende pur d’un grado dalla ottenuta grandezza, perchè temperatamente usata, e perchè gli uomini nuovi imborsati erano avvinti a lui per interesse e mercatura, o ligi per gratitudine e speranze; laddove non essendo più gl’impieghi concentrati in mano di pochi, gl’inimici suoi si sottigliavano; i quali, avvedutisi dello sbaglio, cercavano si ripristinasse la balìa. Cosmo, prima d’assentirvi, lasciò che gustassero i frutti della loro inesperienza; ma quando (1458) sortì gonfaloniere Luca Pitti, e’ lasciò tastassero la riforma. Il Pitti, animoso e temerario, teneva col terrore un governo pigliato colla forza: chiunque avesse bisogni o reclami, a lui ricorreva, alla sua casa tutti i malviventi; e coi regali ricevuti, che vorrebbonsi far ammontare a ventimila fiorini, e col dare sicurezza ai malfattori che vi lavorassero, fabbricò il palazzo a Rusciano, e un altro in città che maestoso grandeggiava sul poggio, mentre al piano i Medici conservavano la ricca e pur semplice magione in via Larga.
Ritirato in questa, Cosmo appariva più grande dacchè non ritraeva lustro che dal merito personale. Gliela abbellivano con dipinti frate Angelico, Pippo, Masaccio; Donatello il consigliò a radunarvi capi d’arte antichi; nelle corrispondenze sue non chiedeva solo merci e denaro, ma codici, e mandava a trascriverne; accoglieva letterati, massime quelli fuggiti di Costantinopoli; la biblioteca Laurenziana ebbe origine dai libri di esso; un’altra ne collocò nella badia da lui finita a piè del monte di Fiesole; una ne lasciò al convento di San Giorgio in Venezia, dov’era stato ricoverato; comprò quella ove Nicolò Niccoli avea radunato ottocento manoscritti, e la fece pubblica in San Marco de’ Domenicani, fondazione sua non meno che San Girolamo a Fiesole, San Francesco del Bosco in Mugello, e San Lorenzo in città, ove pure cappelle a Santa Croce, all’Annunziata, a San Miniato, negli Angeli, architettate dal Brunelleschi, da Michelozzo e da altri eccellenti. Pie istituzioni avea lasciato a Venezia, un ospedale a Gerusalemme, un acquedotto ad Assisi; onde non è meraviglia se fuori veniva considerato come un gran principe, in patria vivendo tuttavia da privato. Di sue ricchezze chi potrebbe levare il conto? I suoi poderi di Careggi e Caffagiuolo poteano servire di modelli; aveva in proprio o a fitto tutte le cave d’allume d’Italia, e per una sola in Romagna pagava centomila fiorini annui; per Alessandria mercatava coll’India, nè era città ove non tenesse banchi; prestò somme al re d’Inghilterra, ne anticipò al duca di Borgogna. In questo riposo le gelosie della libertà cadevano; i Fiorentini, come gli altri Italiani, si abituavano a vedere grandezza altrove che nella politica; e l’artista, il letterato, il grosso negoziante onoravansi d’andar esenti dalle cariche, quanto un tempo d’esservi assunti.
Ma di due figliuoli rimastigli, il prediletto Giovanni morì a quarantadue anni (1403); Pietro era rattratto di corpo e debole di spirito; fanciulli i due costui figli, onde Cosmo cadente faceasi portare pel vasto palazzo esclamando: — Troppo grande per sì piccola famiglia». Di settantacinque anni morì (1464 1 agosto) nella sua villa di Careggi, dopo stato trent’anni capo della repubblica e non tiranno. E diceva a’ figliuoli: — Vi lascio infinite ricchezze che la mia fortuna mi ha concedute, e vostra madre mi ajutò a conservare; mantenetevi la grazia di ogni buon cittadino e della moltitudine; e se non isviate dai costumi de’ maggiori, sempre il popolo vi sarà larghissimo donatore di dignità. Perchè ciò avvenga, siate misericordiosi ai poveri, graziosi e benigni agli abbienti, e solleciti ad ajutarli nelle avversità: non consigliate mai contro la volontà del popolo: non parlate a modo di dar parere, ma di amorevole ragionamento: del palazzo non fate bottega, anzi aspettate d’esservi chiamati: procurate di tener in pace il popolo e doviziosa la piazza: schivate d’andare ai tribunali, per non impacciar la giustizia. Vi lascio netti di macchie, eredi di gloria, e me ne parto lieto, e più lieto partirei se vi vedessi in sajo anzichè in seta. Fatevi segno al popolo il men che potete. Siavi raccomandata la Nanina madre vostra, e fate, dopo la mia morte, di non mutarle stanza e trattamento. Pregate Dio per me, e abbiatevi la mia benedizione»[110]. Fu compianto dagli amici pel bene ricevuto, dai nemici pei mali che prevedevano quand’egli cessasse di tenere in rispetto i potenti.
Di fatto Luca Pitti, d’ambizione e di talenti superiore, che già nella vecchiezza di Cosmo avea fatta rivalere l’oligarchia, tiranneggiò allora a baldanza, disponendo dell’erario e degli uffizj, mal contrastato da Pietro Medici. Le famiglie di Firenze erano state interessate a sostenere Cosmo, in grazia dei prestiti coi quali egli soccorreva ai loro bisogni, persin talora prevedendone la domanda: ma Pietro, volendo rimediare alle scosse date a’ suoi negozj dalle ingenti spese e da fallimenti, e accorgendosi che andavano sempre in peggio da che non v’attendeva in persona, ridomandò improvvisamente i capitali per investirli in terreni: Pensate quanti dissesti! i fallimenti susseguiti furono imputati a sua colpa, e tristo paragone faceasi colla liberalità paterna. Si tramò dunque di togliergli la riputazione e lo stato, e rintegrare la libertà; e pei maneggi del Pitti cassata la balìa, si rimisero alla sorte le elezioni, e fu salutato gonfaloniere Nicolò Soderini, a gran gioja del popolo. Lealissimo repubblicano ma debole, domandava d’essere condotto, invece di saper condurre; quando mise mano a riformare lo Stato per vie legali, si trovò attraversato dalla fazione dei Pitti, speranti nello scompiglio; ond’egli uscì di carica senz’essere a nulla approdato.