Copiosissime ricchezze aveano accumulalo que’ magistrati mercanti, e l’eguaglianza repubblicana non lasciava sfoggiarle in inutile suntuosità, non grandi comitive di servi, non insultante sfarzo di carrozze; a piedi andavano anche le mogli de’ primaj; leggi suntuarie reprimevano il lusso, permettendo la magnificenza, sicchè spendeasi in palazzi, chiese, quadri e statue, o in trarre rarità e libri dal Levante. Si abbellì la città coll’opera dei primi artisti: fu provvisto che ciascun’arte collocasse lo stemma proprio e la statua del santo patrono in una delle nicchie esterne di Or San Michele, ove lavoravano di marmo e di bronzo Donatello, Andrea del Verrocchio, Baccio da Montelupo, Nanni del Bianco, Simone da Fiesole, Lorenzo Ghiberti: a questo l’arte di Calimala allogò le porte di bronzo di San Giovanni, dove riuscì sì famosamente, che fu dichiarato gonfaloniere, e infisso il gonfalone alla sua porta in Borgallegri; mentre chiamavasi Filippo Brunelleschi a voltare la cupola di Santa Reparata.

Per rimovere il pericolo di correre strabocchevolmente a guerre, si prese che ad un consiglio di ducento, da rinnovarsi ogni sei mesi, fossero fatte le proposte della Signoria, poi passate al consiglio dei centrentuno, nel quale entravano la Signoria, i collegi, i capitani guelfi, i dieci della libertà, i sei consiglieri della mercatanzia, i 21 consoli delle arti, e quarantotto altri cittadini; e se passassero, doveano ancora sottoporsi al consiglio del popolo, indi a quello del Comune; nè senza l’approvazione di questi quattro consigli veruna provvisione avea forza. Speravasi che il dover consultare tanti consigli indurrebbe alcuno a opporre il suo no; ma è sintomo di debolezza il non saper rimediare che col moltiplicare i conflitti.

Insomma il governo rimaneva democratico, ingerendosi il popolo direttamente dell’amministrazione; gran numero di cittadini v’erano a vicenda chiamati, e i numerosi consigli pubblici erano scuola di scienza civile: che se talvolta le passioni popolari e le fazioni spingevano ad eccessi, in fondo la politica n’era generosa e insieme arguta a scorgere i sottofini de’ papi e degl’imperatori, savio ed abile il governo, civile la nazione, fida alla libertà anche a gravissimo costo, devota alla santa Sede, non però ciecamente. Poco valeva nelle armi, pure seppe opporre meglio che denaro alle bande di ventura, e le avrebbe distrutte se i principotti non avessero avuto troppo interesse a conservarle. Ella medesima se ne valse per fiaccare i Visconti, e qualvolta cadde sotto la tirannia d’un soldato o della plebaglia, non tardò a riscattarsene. Molti signori s’accomandavano a Firenze, come i nobili di Guggio pe’ loro castelli nell’Imolese, i marchesi di Lusuolo in Lunigiana, i Grimaldi di Monaco obbligandosi a servire in persona con una galea, Gian Luigi dal Fiesco conte di Lavagna promettendo condurre trenta lancie e ducento fanti, e ricevendo stipendj.

Invece dei bassi o atroci delitti che insozzano le storie de’ principotti, Firenze ci tramandò i capolavori dell’arte e della parola, i quali ne eternano la lode; le abbondarono cronisti e storici, quali, dopo Dino e i Villani, furono Matteo Palmieri, Paolo e Giovanni Morelli, Jacopo Salviati, Giannozzo Manetti, Amaretto Manelli, Domenico Buoninsegna, Buonaccorso Pitti, Gino e Neri Capponi, Simone della Tosa, Bernardo Rucellaj, Giovanni Cavalcanti, Lorenzo Buondelmonte, Filippo Rinuccini; e la superiorità di costoro, che non soltanto raccontano più colti e limpidi, ma giudicano ancora con grave assennatezza e spesso con elevazione, è argomento del quanto la nazione fosse superiore alle altre italiane nell’esaminare la politica, regolarla, sceverarla da passioni; e come allo spirito di parte sovrastasse sempre l’amore della patria.

Nei trentacinque anni ch’e’ presedette allo Stato, Maso degli Albizzi mostrò abilità e coraggio; istrutto dall’avversa fortuna, non imbaldanzito dalla benigna, strettamente alleato coi Veneziani, tenne testa a Gian Galeazzo e a Ladislao, eppure non uscì mai dalla condizione di privato: ma poichè la parte trionfante non seppe astenersi nè dall’insolenza verso altrui, nè dalla sconcordia tra sè, al morir suo le case degli Alberti, Medici, Ricci, Strozzi, Cavicciuli, spesse volte d’uomini e di roba spogliate dai nobili popolani, e rimosse dai pubblici uffizj, rifecero testa, e colle ricchezze e coll’educazione mostravansi degne di amministrare lo Stato.

Giovanni di Bicci de’ Medici avea guadagnato largamente in traffici di banco, massime durante il concilio di Costanza servendone al papa, talchè avea credito illimitato e affari per tutto il mondo; pure sembrò tanto benigno e scarco d’ambizioni, che si cessò d’escluderlo dagl’impieghi. Coll’accomodare di denaro chi n’avesse bisogno, col blandire al popolo, col mostrarsi moderato fra le esuberanze de’ parteggianti, si procacciò stima nell’universale, e più quando, tumultuando il popolo per soverchie gravezze imposte a cagione della guerra con Filippo Visconti, e volendo i nobili popolani fiaccarlo collo sminuire il numero delle arti minori, egli si oppose alla proposta, e sostenne l’alleggiamento e che si istituisse il catasto, benchè su lui più che su altri, come maggior possidente, dovesse gravare. Ricchi dunque e popolani studiavano trarlo dalla loro; e malgrado l’opposizione di Nicolò da Uzzano, amico di Maso e suo successore nel primato civile, il portarono (1421) al posto di gonfaloniere, che con gran decoro sostenne fino a morte.

Cosmo suo primogenito ne ereditò (1429) il credito e l’importanza, e a capo della fazione recò l’abilità e le virtù paterne, e maggior animo nelle cose pubbliche; grave e cortese ne’ modi, liberale a proporzione delle ingenti ricchezze; entrante, conoscitore profondo degli uomini, longanime nello aspettar l’esito de’ disegni fermamente concetti; franco nel manifestare i suoi pareri, eppur tenuto come prudentissimo: inclinato alle vie dolci, ma sapendo all’uopo dar passi robusti; francheggiato da molti amici e clienti, ai quali era sempre disposto a fare servigio dell’aver suo. Di squisito gusto nelle arti, di molta erudizione, di retto giudizio, favorendo le lettere e le arti apriva nuove strade alla crescente operosità: il giro de’ banchi, per cui non trovavansi più ridotti a miseria, legava gli sbanditi per interesse e per gratitudine alla famiglia che più lavorava di cambio; i condottieri deponevano presso di quella i loro avanzi, o le domandavano anticipazioni. Più dovizioso riusciva Cosmo perchè non abbandonò mai il vivere privato; senza sfarzo di casa che abbagliasse i cittadini, senza comprare stranieri ministri, o scialacquare in pranzi e comparse, o assoldar truppe, mai non dispose per sè più di quarantasei in cinquantamila fiorini l’anno, mentre lo Sforza ne spendea trecentomila prima di salire duca. E appunto le virtù private, i temperati consigli, il sentimento popolare, la calma fra le burrasche fazioniere, la lauta beneficenza furono stromenti alla potenza de’ Medici.

Lucca era stata lungamente alleata di Firenze, poi al 1314 disertò da’ Guelfi; e dopo lo sfavillante dominio di Castruccio e d’Uguccione, andò soggetta a vicenda a Gherardino Spinola, a Giovanni di Luxemburg, a Mastino della Scala, a’ Fiorentini, a’ Pisani, a Carlo IV[108], dal quale poi nel 1369 riebbe la libertà, cioè di non esser sottomessa a verun’altra città, ma soltanto all’impero. E quel fatto di cui fecero tanta festa i contemporanei, e tanto scalpore gli storici posteriori; concordi nel proclamare come liberatore quel Carlo, che realmente sottoponeva, almeno in carta, quella repubblica al dominio imperiale.

Immune da dipendenza di vicini, Lucca esercitò alla cheta le interne emulazioni fra i discendenti di Castruccio, i Fortiguerra, gli Spinetta e i Guinigi. Quest’ultima famiglia vi primeggiava; ma essendo perita quasi tutta nella peste del 1400, il giovinetto Paolo sopravissuto fu da ser Giovanni Cambi (il cronista) indotto a farsi signore a bacchetta, e perciò, scostandosi da Firenze, unirsi a Galeazzo Visconti, col cui appoggio si assicurò il dominio. Senza tampoco rispettare le forme, come faceano i precedenti, e togliendo ogni autorità al Comune, trent’anni egli serbò quieta la repubblica, ma dappoco e sempre in paura di cadere, nè seppe introdur buone istituzioni, nè farsi amici, benchè circondato di favoriti, di parentele, d’alleanze co’ principi, e fidente nella cittadella che fabbricò; mancava di quel valore che le plebi stimano più che le qualità utili, e alle bande mercenarie, massime di Braccio, non oppugnava che con grossissimi donativi. Firenze, da cui improvvidamente egli avea alienato la repubblica (1429), trovò pretesto a romper seco, e vi spedì i venturieri Nicolò Fortebraccio e Bernardino della Carda, che squarciarono il paese. Il celebre architetto Brunelleschi suggerì di sommerger Lucca, chiudendo l’alveo del Serchio, sicchè l’acqua scalzasse le mura e le abbattesse. A grande spesa si alzò di fatto l’acqua attorno alle mura, che per tre giorni furono inondate, ma poi i contadini riuscirono a sdrucire l’argine, sicchè la piena si rovesciò addosso al campo fiorentino (1430) con immensa jattura. Poi Francesco Sforza, spedito dal duca di Milano, mise in isbaratto i Fiorentini, e ne invase il territorio.

Il Guinigi col senno, e i suoi figli col braccio, aveano difeso Lucca; eppure caddero in sospetto di volerla tradire ai Fiorentini, e furono mandati prigioni a Milano, ripristinando il governo all’antica con un gonfaloniere e col consiglio degli anziani. I Fiorentini, che aveano mostrato assumer la guerra soltanto per assicurarsi dal Guinigi, la proseguirono per sottoporre Lucca come le altre città toscane; ma Nicolò Piccinino, stipendiato da Genova, ligio al Visconti, li sconfisse del tutto sul Serchio, invase lo Stato, avvicinossi a Pisa, che facea sonare le sue catene, bramosa di romperle.