Alle maestranze venne lezzo di tale disonesta tirannia (1382) e degli scorridori o spioni di cui si circondavano i triumviri de’ ciompi; e in occasione che voleano di nuovo violentar la giustizia, i moderati presero il sopravvento, il vulgo applaudì alla morte di quelli, dei quali aveva applaudito le uccisioni, e con bestialità li straziò, gridando Vivano i Guelfi e le arti; e non senza sanguinose baruffe si formò la Signoria (1382 21 genn.), componendola di quattro delle arti maggiori, cinque delle minori, esclusi nuovamente i ciompi, e abolite le tribù del popolo[102]. Maso degli Albizzi, tirata a sè la podestà, ruppe le leggi originate da quel tumulto, confinò i capipopolo, e, ciò che parve indegnissimo, fin il savio Lando, di cui era merito se tutti non erano stati uccisi; e fermò in istato i grandi, che vi durarono per trentacinque anni. I migliori uomini di Stato erano morti od esuli; gli altri, come avviene dopo le paure d’una rivoluzione, si stringeano attorno a Maso, vegliando gli umori opposti che contrariavano senza tregua e non senza tempesta. Il tumulto de’ ciompi aveva disgustato della demagogia, e fatto luogo alla riazione secondo il solito, ove la nobiltà tornava a soperchiare, giovandosi pure del sentito bisogno di riposo.

Firenze, posta nel centro d’Italia e perciò tirata in tutte le vicende di essa, si prefiggeva di tenere la bilancia fra i varj Stati, sempre nell’intento di consolidarne la libertà, e d’impedire una monarchia universale, che temeasi allora per l’Italia quanto di poi per tutta l’Europa. Sopratutto stava in occhi contro l’ingrandire di Gian Galeazzo a settentrione, e di Ladislao di Napoli, a mezzodì, perfido quanto i Visconti, e valoroso come essi non erano: e in realtà la padronanza dell’Italia non rimaneva in mano de’ forti, com’essi presumeano, ma de’ Fiorentini, che coll’accorgimento sopravvegliavano gli andamenti generali, e alla prepotenza d’un robusto opponeano la lega dei deboli.

Ebbe essa modo d’insignorirsi d’Arezzo (1398) per compra; ma a cagione di Montepulciano venuta in dissidio con Siena, questa cercò l’amicizia di Gian Galeazzo, che subillato dai fuorusciti onde la Lombardia formicolava, si obbligò a mantenere in Toscana settecento lancie per servigio de’ Senesi. Firenze ebbe dunque lungamente a temere che Gian Galeazzo s’impadronisse di Pisa e Siena e la togliesse in mezzo, nè dall’insidie or aperte or celate di lui la liberò che la costui morte. Firenze ne mena tripudio cantando col salmista, Il laccio è rotto, e noi siam fatti liberi; e più non temendo per la propria libertà, e gloriosa di essere sfuggita alle insidie del cardinale Albornoz, punisce i feudatarj dell’Appennino che a questo aveano dato favore.

Costoro, da capitani dei marchesi antichi, s’erano mutati in signori indipendenti, avanzo delle istituzioni germaniche; e fin allora si erano sostenuti col dare ricovero ed ajuto a’ fuorusciti: ma più nol poteano dacchè gl’imperatori trascuravano l’Italia, e l’elemento popolare e cittadino prevaleva. Principale tra essi era Pier Saccone de’ Tarlati, signore della rôcca di Pietramala, poggiata nell’Appennino che separa la Toscana dalla Romagna nel val d’Arno aretino, a cavaliere dell’antica strada mulattiera fra Arezzo ed Anghiari. Caldo ghibellino, sottopose i vicini signori, gli Ubertini, i conti di Montedoglio e Montefeltro, e i figli di Uguccione della Faggiuola spossessati di Massa Trabaria (t. VII, p. 428). Suo fratello Guido era stato fatto signore d’Arezzo, di cui era vescovo[103], e nel dominio gli successe Piero, che teneva pure Bibbiena, Castello, Borgo Sansepolcro e tutta la val Tiberina. Dappoi fu costretto cedere per dieci anni Arezzo ai Fiorentini con tutto il contado: ma quando le città si rivoltarono a Firenze dopo la cacciata del duca d’Atene, i Tarlati ne presero occasione di ripigliare i loro castelli. Piero nella guerra de’ Visconti sempre parteggiò contro Firenze, sinchè la pace di Sarzana (1353) lo ridusse in quiete.

Stando Carlo IV a Pisa, egli di novantacinque anni andò a riverirlo col vescovo d’Arezzo, Neri della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, e chiedeva esser ripristinato nell’antica signoria; ma non l’ottenne. Sino ai novantasei però stette capo de’ Ghibellini e formidabile a Firenze; poi venuto all’agonia, e persuaso che i suoi nemici non prenderebbero guardia contro di un moribondo, mandò per sorprendere il castello degli Ubertini; ma i suoi furono respinti, e con tal dispiacere egli morì (1356), e colla certezza che nessuno sosterrebbe la grandigia del suo casato. In fatti suo figlio fu ben presto assediato nella paterna rôcca, e costretto rassegnarla ai Fiorentini, che la demolirono. Anche i conti della Gherardesca si sommisero a Firenze, che li costituì vicarj di Bibbona e di quattordici castelli della Maremma: i Gambacorti le soggettarono Bièntina, Cerbaja i conti Alberti di Mangona, gli Spinetta Fivizzano: i Ricàsoli raccomandarono il castello di Brolio; i conti di Battifolle vendettero quei di Belforte e di Gattaja; altrettanto fecero i conti di Dovadola; il conte Jano degli Alberti dovè cedere i suoi in Mugello.

Gli Ubaldini erano poderosi di terre e rôcche nella val del Senio e nel vicariato di Firenzuola, talchè questo chiamavasi l’alpe degli Ubaldini, donde più volte erano discesi a danno di Firenze. Nel 1362 Giovachino, signore di castel Pagano in val del Senio, morendo per ferita avuta dal fratello Ottaviano, a costui danno chiamava erede il comune di Firenze, il quale di quei dominj, contenenti dodici castelli, costituì il podere fiorentino (1372), estendendolo nelle vicinanze, sinchè la schiatta degli Ubaldini, tante volte rivoltatasi contro il comune di Firenze, restò annichilita. Sopra undici di loro fu messa la taglia di mille fiorini d’oro, chi li desse vivi o morti; e nominati alcuni uffiziali delle alpi di Firenze, che munissero da quel lato i luoghi della Repubblica: sicchè gli Ubaldini rinunziarono per mille fiorini quattordici castelli che tuttora occupavano; Tommaso da Treviso capitano del popolo ne menò trionfo, e gli Ubaldini furono sciolti dal bando, restituiti in possesso de’ beni allodiali nel Mugello, e dichiarati cittadini popolani[104]. I Santafiora furono sottomessi da Siena, il castel della Sambuca dai Pistojesi, concentrandosi così più sempre i poteri nelle città, mentre sopra queste vigoreggiava Firenze, che ebbe sottoposto (1390) anche Montepulciano. Vero è che la tributò la peste rinnovatasi nel 1400[105]; ma rifattasene, comprò Cortona per sessantamila fiorini, e tolse i possessi ai conti Guido di Dovadola e al conte di Poppi.

I Genovesi, dolenti che Venezia acquistando Padova si fosse tanto rinforzata in terraferma, pensavano ad elevarle qualche avversario, e non videro miglior modo che ingrandire Firenze col farle acquistar Pisa, a patto che guerreggiasse i Veneziani. Indussero dunque Gabriele Maria Visconti a vendere loro quella città e Ripafratta per ducentoseimila fiorini: ma i Pisani, indignati di vedersi mercatare come armento, si ricordano dell’antica nobiltà, afferrano le armi (1405) e resistono, diretti da Giovanni Gambacorti. I Fiorentini «scandolezzati dell’alterigia pisana» non vogliono sentire nè messi nè patti; e risoluti ad ogni estremo per domarli, destinano dieci sopra quella guerra fratricida. I Pisani li respinsero intrepidi; ricomposero le inestinguibili nimicizie de’ Raspanti e Bergolini, prendendo insieme l’eucaristia e stringendo parentadi; e benchè, dispersa da una burrasca la flotta che recava grani di Sicilia, fossero ridotti i priori a mangiare pan di linseme, e il popolo fin la gramigna delle strade, pur resistono allo Sforza, a Tartaglia, a’ soldati, cui i Fiorentini prometteano, se scalassero le mura, paga doppia, mese compito, il saccheggio della città, centomila fiorini di mancia, ed armi e vesti a piacere. E quando, dopo lungo assedio e consumate innumere vite, il Gambacorti capitolò ricevendo denari, essi dovettero accettare la servitù, ma molti abbandonarono la patria per sempre.

Gino Capponi, integerrimo petto, che in quella guerra si era segnalato come commissario de’ Fiorentini, e a gran fatica salvò Pisa dal saccheggio promesso ai venturieri, nominatone governatore, cercò mitigare gli ordini del Comune vincitore e i fremiti del vinto; ma non potè risparmiare il rigore. Quanto dovettero indispettirsi i Pisani vedendo togliersi fin la testa di san Rossore, «come quella città, priva della libertà e degli antichi onori, fosse ancora da’ suoi santi abbandonata, e all’incontro Firenze di pompa, di gloria, di ricchezze e di benedizione si riempisse»[106]. Alla prima occasione, tentarono darsi ai nemici di Firenze, la quale allora meditò repressioni atroci, chiamare a sè i nobili e megliostanti, cacciare tutti i cittadini dai quindici ai sessant’anni, e altri spietati ordini, i quali abbiamo ragione a credere non fossero messi ad effetto. Anzi troviamo che la vincitrice mandò viveri in copia, poi si industriò, per ravvivar quella che tanto avea faticato a spegnere; scrisse lettere, istruì ambasciadori, trattò con principi, affinchè i tanti fuorusciti ripatriassero; per venti anni francò d’ogni gravezza i forestieri che andassero abitarvi famigliarmente; privilegiò di esenzioni e consoli proprj i negozianti tedeschi di quattordici città perchè con quella mercanteggiassero[107]; vi stabilì l’Università con lauta provvisione e risedio magnifico. V’è però un bene che nessuna concessione pareggia nè supplisce; ed è pena d’ogni conquistatore il vedersi obbligato a spendere nel ribadire le catene e nel fare cittadelle e fortini, il denaro che sarebbe richiesto al pubblico vantaggio.

Il Capponi fu lieto di vedere assicurato quell’acquisto col comprare per centomila fiorini dai Genovesi il porto di Livorno, destinato all’importanza che Pisa perdeva, e ad aprire ai Fiorentini traffici lontani senza dipendere da Genova o da Venezia, e così colle private crescere la fortuna pubblica. Subito fu provvisto alla sicurezza di quel porto; vi si creò il magistrato de’ consoli di mare, che erano sei cittadini fiorentini, di cui quattro estraevansi dalle cinque arti maggiori, esclusa quella de’ giudici e notari, e due dalle minori, principalmente occupati a prosperare la mercatura e la marina, risolvere le cause marittime, e fabbricare una galea ogni sei mesi, col legname delle foreste delle Cerbaje, facendo franche d’ogni rappresaglia, anche in caso di guerra, le merci trasportate su quelle galee. Ad esempio di Venezia, si stabilì edificare due galee grosse e cinque sottili, da spedire ad Alessandria per spezierie ed altre merci, e per esercitare la gioventù in cotali esercizj: vi s’imbarcarono dodici giovani di buone famiglie, e dal soldano d’Egitto s’ottenne d’avervi console, chiesa, fondaco, bagno, statera, bastagi, scrivano proprio, per sicurezza dei mercanti e onorevolezza della nazione. Furono posti consoli in tutte le parti di fedeli ed infedeli; e ben tosto Firenze possedette navi per affrontar Genova e sconfiggerla.

Internamente essa prosperava con ordinamenti buoni, cooperando ciascuno per l’accrescimento della città. Chiunque era ammesso cittadino, dovea fabbricare in Firenze una casa di almeno cento fiorini; le scritture pubbliche si ridussero ne’ libri delle Riformagioni; si convertì in legge la compilazione degli statuti; si migliorò la moneta; si creò un nuovo Monte o vogliam dire debito pubblico; si formò il catasto col nome di ciascun cittadino, l’età, la professione, l’importare della sua fortuna in beni immobili e mobili d’ogni specie, tassando di mezzo fiorino ogni cento di capitale. Valutavasi che nelle vie attorno al Mercato nuovo fossero settantadue banchi, e girassero in contante due milioni di fiorini d’oro. Allora si cominciò l’artifizio dell’oro filato, si moltiplicò quello de’ drappi di seta, fu permesso a ciascuno d’introdurre foglia di gelsi e allevare filugelli senza gabella.