Era un sindacato terribile pei magistrati, e riduceva le elezioni in mano de’ capitani di parte. Questa specie di terroristi esercitavano con prepotenza l’infausto diritto di molestare i concittadini; cercavano si votasse a palla scoperta per influire più efficacemente; e una volta non riuscendo bastanti i voti, Bettino Ricasoli fece serrare il palagio, e nessuno n’uscirebbe sinchè, al dispetto di Dio e degli uomini, due non fossero dichiarati ghibellini; e da ventidue volte uscito vano il partito, finalmente per istracchezza fu votata l’ammonizione. Non era più l’antico fervore per la Chiesa e per l’Impero, ma libidine di occupare gl’impieghi, di escluderne i concorrenti, di far vendette[98]; e di tal passo viepiù restringevasi l’oligarchia. Questa, comunque ella fosse salita al potere, vi mostrava abilità e vigore; reprimeva i tentativi fatti per abbatterla, snidava gl’incomodi castellani, e cercava il prosperamento della patria.

Ma potea sperarsi di dar consistenza a un governo, dove ogni impiego era attribuito dalla sorte, e rinnovato a brevi termini? Fuor di esso formavasi un partito che realmente dirigeva la repubblica, e che divenuto robusto, ricorreva al suffragio universale onde farsi attribuire la balìa, cioè potere dittatorio, affidato a parecchi membri, i quali rinnovavano le borse ponendovi nomi della loro parzialità, esigliavano quei della contraria, estorcevano denari con mezzi arbitrarj, e cessando lasciavano la repubblica nella stessa altalena fra l’anarchia e l’arbitrio.

Pertanto nella città, o a dir meglio ne’ varj Comuni che la componeano, distinti per fazione, per quartiere, per arte[99], forma stabile di reggimento non aveasi; e, al contrario di Venezia, tutto parea costituito per fare che gl’individui campeggiassero, mentre illanguidivano i corpi dello Stato. Quindi il cadere dell’uno e succedere dell’altro cangiava i partiti e partoriva violazioni di diritti, ma non ne derivava mutamento alla costituzione, non alla politica esterna.

Le case antiche mettevano ogni opera a mantenere la purezza guelfa coll’applicare severamente l’ammonizione, e così eliminare gli uomini nuovi, inclinando perciò all’aristocratico. Le nuove pretendeano si levasse la nominale distinzione di Guelfi e Ghibellini, spalleggiando l’opinione democratica. Gli antichi plebei guelfi, che allora cominciavano a chiamarsi la nobiltà popolana, si schieravano cogli Albizzi; coi Ricci, intitolati ghibellini, parteggiavano gli Strozzi, gli Alberti e i Medici, famiglia salita in molta ricchezza col commercio, e disertata dai nobili popolani. Gli otto della guerra contro il papa addicevansi tutti a questa fazione come amici di Bernabò, e parvero farla sormontare col resistere a forza spiegata contro ai pontifizj. Gli Albizzi, forti dell’appoggio de’ vecchi nobili e di chiunque era geloso degli otto della guerra, si schermivano ammonendo, e rivalsero quando il popolo disse risolutamente: — Sono stanco dei sacrifizj e della scomunica».

Gran colpo l’interdetto a città così fedele alla Chiesa: ma non che si esacerbassero, gli animi si compunsero; «in ogni chiesa si cantavano alla sera le laude, assistendovi uomini e femmine innumerevoli, e spendendovi senza misura in cera e libri e simili occorrenze; ogni giorno processione con reliquie e canti musici, e sin fanciulli di dieci anni entravano nelle compagnie di Battuti; e più di cinquemila n’andavano talora alle processioni, e fin ventimila nelle processioni generali; e quei che assistevano alle prediche, orazioni, digiuni, erano il cento per uno di quando si dicea la messa; molti giovani nobili si ritirarono in gran penitenze a Fiesole, e convertivano peccatrici, e benchè ricchi andavano ad accattare pei convertiti» (Marchionne). Poi insultavano ai fautori della guerra, e quando scendevane alcuno dal palazzo «e’ gli dicevano: Or va, fa guerra colla Chiesa, picchiavangli le panche dietro, facevangli le corregge colla bocca, e così infino a casa lo rimetteano». A questo universale desiderio e alle parole di santa Caterina bisognò piegarsi, presentare le scuse al papa, e conchiudere pace. Allora i Ricci si trovano a terra, ed esclusi dalla Signoria per la legge appunto che essi aveano provocata; onde diguazzarono fazioni, sinchè una balìa dei dieci della libertà per cinque anni vietò da ogni magistratura tre membri d’ambedue le famiglie.

Così la tirannide degli oligarchi montava sempre più, blanditi da tutti quelli che li temeano; finchè si trovarono alcuni buoni, che opposero coraggiosa resistenza (1378). Silvestro di Alamanno de’ Medici, rettissimo cittadino, intraprendente, e caldo avversario de’ Ricci, essendo tratto gonfaloniere, fece istituire una balìa, la quale ammaccò l’autorità dei capitani di parte, e lenì la severità contro gli ammoniti e sospetti ed esuli ghibellini, lasciando loro speranza della patria e degl’impieghi. Il popolo, che affollato sulla piazza de’ Signori, avea fatto passare queste leggi contro la stabilita oligarchia, e saccomannato le case degli Albizzi, degli Strozzi, dei Buondelmonti e d’altri guelfi[100], temette che allo sbollire cominciassero i castighi; onde, sollecitato dagli ammoniti, combinò leghe di tanta forza, che la Signoria non osò punire i capi faziosi, sebbene li conoscesse.

Ma nella democrazia la classe inferiore tramesta sempre per collocarsi a fianco alla sovrastante, per vedersi poi ella stessa invidiata e battuta da una più bassa. Quando la città si divise in arti, giudicata ciascuna da proprj capi nelle controversie civili, alcuni esercizj inferiori non formarono corpo, ma vennero considerati subalterni ad altri (1378); e per esempio, tintori, tessitori, cardatori di lana furono aggiunti ai drappieri. Ne nasceva che costoro, o quei che andavano a giornata, se si querelavano in giudizio, trovassero talvolta per giudici i proprj padroni od i consorti de’ loro avversarj. Perciò pieni di corruccio, e temendo d’essere puniti de’ passati subugli, i plebei o Ciompi cominciarono a brulicare, poi levandosi in armi (20 luglio), tolsero al bargello quelli che la Signoria avea fatti arrestare, incendiarono le case del gonfaloniere e de’ sospetti, piantarono forche sulle piazze per chi rubasse, conferirono la cavalleria a Silvestro de’ Medici e sessantaquattro altri loro prediletti, i quali per non essere uccisi accettarono l’onore pericoloso, sebbene d’alcuni fosse stata il giorno stesso bruciata la casa.

Preso il gonfalone (luglio), e assediata la Signoria in palazzo, i Ciompi domandarono che i mestieri dipendenti dai fabbricanti di panno formassero corporazione distinta, con consoli proprj, e così i tintori, barbieri, farsettaj, cimatori, cappellaj, fabbricatori di pettini; si sprigionassero tutti i rei, salvo i traditori e i ribelli; nessuno del popolo minuto potesse per due anni chiamarsi in giudizio per debito al dissotto di cinquanta fiorini. Queste ed altre minori domande furono accettate, ma crescevano a misura che soddisfatte, tanto più che i priori non seppero altro partito che abdicare. I ciompi occupano le porte della città; Michele di Lando cardatore, che trovasi fra quella folla scalzo ed in farsetto[101], vien tolto per capo, e affidatogli il gonfalone di giustizia, col quale esso li precede al palazzo pubblico, ed ivi dice alla ciurma: — Questo palazzo è vostro, vostra questa città; esprimete la vostra volontà sovrana»; e la ciurma a piena gorgia — Sii tu gonfaloniere, riforma tu il governo».

Onest’uomo, animoso al primo avventarsi e, ch’è più raro, temperante ed, assennato al regolare, il Lando pose termine alle prepotenze degli otto della guerra, e insieme colla fermezza attutì le sêtte, prevenne i saccheggi, rintegrò gli ammoniti, e bruciate le borse da cui doveano sortirsi le magistrature, nominò una nuova Signoria di tre dell’arti maggiori, tre delle minori, tre del popolo minuto, rinforzati con milleducento balestrieri. La plebe, come succede, si gridò tradita, corse al palazzo tumultuando, e stava tutto il dì in piazza armata e schiamazzante, chiedendo ora proscrizioni, ora divieti, ora concessioni, sollecitata da’ suoi piaggiatori che la chiamavano popolo di Dio: e il Lando spiegò una risolutezza che mancò spesso ad altri demagoghi, quella di negar soddisfazione a domande fatte a quel modo; e allorchè s’accinsero a far violenza, spiegò il gonfalone della giustizia, trasse la spada, ferì o disperse i ciompi, cacciò un migliajo de’ più pertinaci, di modo che la moltitudine trovossi imbrigliata dal proprio creato. Finito il suo tempo, egli depose la dignità, e fu per onoranza ricondotto a casa dai donzelli della Signoria con l’arme del popolo, targa, lancia e palafreno magnificamente bardato.

La taglia guelfa si trovò allora soccombente (1379); e i Ghibellini fattisi capipopolo, continuavano i sospetti e le provvigioni contro i ricchi e potenti, e moltissimi giudicarono ad esiglio o a morte. Giovanni Aouto mandò esibire rivelerebbe una trama ordita con Carlo di Durazzo contro la Repubblica, se questa gli desse cinquantamila fiorini e di poter salvare sei persone da morte, o ventimila fiorini se le bastasse saper il trattato, non gli uomini. Di fatto si venne in chiaro della cosa, e il popolo a furia voleva giustizia, o se la farebbe col ferro e col fuoco; e per quanto gli uffiziali ripetessero non trovare titoli bastanti contro gli accusati, fu forza uccidere Piero degli Albizzi, lungamente capo della repubblica, e i primarj suoi fautori; molti popolani furono degradati fra i nobili; e preso al soldo l’Acuto, gli esagerati dominarono, facendo insulse e impertinenti provvigioni, non solo contro i magnati, ma fin contro gli artieri meno infimi; profondeansi adulazioni al popolo di Dio, e v’avea cavalieri che faceansi tagliare gli sproni per ricevere di nuovo il cavalierato dal basso popolo. Intanto altri ciompi fuorusciti rinterzavano congiure, crescevano assassinj; e la plebe insospettita attribuiva poteri smisurati agli uffiziali, chiedea nuovi rigori fin contro tutti i parenti e consorti degli sbanditi, sempre dubitando perdere ciò che male aveva acquistato.