CAPITOLO CXIX. Toscana. Tumulto de’ Ciompi. I Medici sormontano.

Torniamo ora gli sguardi verso l’Italia, dove la prisca infinità di Stati è ormai riunita attorno a quattro principali, Lombardia, Toscana, Stato Pontifizio, Napoli; e diciamo di ciascuno in particolare, dopo esaminatene le vicende comuni.

Di Firenze l’età poetica può ritenersi chiusa colla morìa del 1348, che vi uccise centomila uomini, alterò i costumi per le fortune accumulate, e rincarì i salarj degli operaj. Nel 1352 una banda di ladri, fingendo dar serenate a questa o a quella signora, pregava i viandanti non passassero da quella via per non disturbare i suoni e gli amori, e intanto svaligiava le case. Scoperto l’artifizio, ed esserne capo Bordone Bordoni di famiglia primaria, il Filicaja confaloniere di giustizia volea prenderne severa punizione; ma i parenti interposero uffizj e denaro, tanto che i priori cassarono i collegi del gonfaloniere. Questo, risoluto a voler eseguita la legge, abdicossi della dignità e partì per Siena; ma il popolo cominciò ad esclamare che non rendeasi più giustizia, e tumultuò a segno che fu forza richiamare il Filicaja, il quale fece troncar la testa al Bordoni, esigliò i complici, e al fine del magistero n’ebbe un premio di duemila fiorini.

Firenze procurò riparare a que’ danni istituendo l’Università, e poco poi, ad istanza del Boccaccio, una cattedra di greco, la prima in Occidente; potè assodare il suo dominio su Prato; occupò Volterra, sottraendola alla tirannia di Bocchino Belforti. La sua sommissione a Carlo IV non ha altro valore, se non dei centomila fiorini con cui ne comprò la conferma de’ suoi privilegi; e nelle altre città non valse che a rinfocare le dissensioni interne, le quali al partire di Carlo proruppero, peggiorate dalle bande mercenarie, delle quali vedemmo come trionfasse.

Tardi era sorta a libertà, e solo al chinare degli Svevi e col favore dei papi; onde non soffrì i primi trambusti di quella gran rivoluzione nè la lotta col Barbarossa, e potè far senno dell’altrui esperienza; per forza o per trattati ridusse alle leggi comuni i signori vicini, e si spiegò francamente papale; e con tanti magistrati, tutti elettivi e di brevissima durata, otteneva che molti s’interessassero alle fortune patrie, e negli uffizj acquistassero pratica, franchezza, largo e generoso vedere.

Le proposizioni erano dalla Signoria presentate al consiglio del popolo grasso di cento persone; indi passavano all’assemblea, composta del consiglio delle capitudini delle arti maggiori, e di quello di credenza d’ottanta cittadini; in terza istanza venivasi al consiglio del podestà, di ottanta membri, fra nobili e plebei: dopo di che l’assemblea generale di tutti questi consigli votava, e attribuiva forza di legge all’ordinanza. Tale forma variò nelle particolarità, ma durò nel proposito di togliere la decisione suprema al potere esecutivo, per affidarla a consigli popolari, ne’ quali erano rappresentate tutte le forze vive della nazione, impedendo la preponderanza d’un consiglio col riservare la definitiva risoluzione all’assemblea generale.

Dappertutto le prime risoluzioni comunali furono piuttosto dovute ai nobili, vale a dire della stirpe degli antichi conquistatori e possidenti, che formatisi in comune, si volevano assicurare e governare. Ma ben presto le società degli artigiani e i piccoli possidenti fecero dare alla rivoluzione un secondo passo, eguagliandosi alle antiche famiglie nella giustizia, negli uffizi, nei pesi. In qualche luogo anzi vi si sovrapposero, e questo fu il caso di Firenze, dove i nobili rimanevano esclusi da ogni impiego, le sole arti partecipandovi; sicchè le famiglie che vi aspirassero, dovevano farsi scrivere sulla matricola di qualche maestranza. Dante apparteneva a quella degli speziali, e non rifina di declamare contro i villani d’Aguglione, di Campi, di Certaldo, che erano venuti a Firenze a imbastardire la semenza santa degli originarj, discendenti dai Romani. Però nelle genti nuove non tardò a formarsi un’aristocrazia, le arti maggiori e le minori erano gerarchicamente disposte, e tutt’occhi ad escludere chi non fosse del loro numero.

Giano Della Bella represse viepiù i nobili col sancire non fosse eleggibile se non chi realmente esercitava un arte: poi la potenza collettiva de’ priori fu personificata nel gonfaloniere di giustizia, che doveva presedere alla esecuzione di questa, eletto a due gradi dal popolo, e con una guardia di mille, poi fin quattromila uomini, talchè ben presto divenne il primo magistrato, e dirigeva a suo senno gli affari pubblici.

A tutti i cittadini non nobili erano aperte le cariche; ma era divieto che due dello stesso casato sedessero contemporaneamente nelle primarie. Le antiche famiglie essendo allargate in più rami, e gelose di conservare i nomi tradizionali, cadevano spesso in questa esclusione; quasi mai le nuove, le quali non conosceano tampoco due generazioni di loro parenti: sicchè il governo veniva a persone sempre meno esperte degli affari, e ai Guelfi di vecchio ceppo surrogavansi Ghibellini.

Come contro gli antichi il divieto, così contro i nuovi militava un altro statuto. Fin dal 1266 erasi cominciata l’amministrazione della massa guelfa, con capitani di parte, due plebei e due cavalieri, rinnovati ogni bimestre, e in continuo aumento di potenza e d’arroganza. Nel 1358 Uguccione de’ Ricci, di famiglia emula degli Albizzi, fece stanziare che, se un Ghibellino o non vero Guelfo occupasse un impiego pubblico, incorresse una pena, che poteva essere dalle cinquecento lire fin alla vita, in arbitrio del podestà, e sovra deposizione di sei testimonj, approvati dai capitani di parte e dai consoli delle arti. Questa legge, nuovo testimonio dell’esorbitare delle fazioni, tendeva ad escludere chi possedesse meno di cinquecento lire, e chiunque sgradisse ai capitani della massa guelfa. I priori se ne avvidero e la tagliarono, pure modificata passò; ai capitani ne furono aggiunti due artigiani, e portati a ventiquattro i testimonj richiesti; ai due posti de’ cavalieri potevano aspirare anche i nobili; e qualora uno, eletto ad un seggio della Signoria, fosse sospetto di pensare ghibellino, verrebbe ammonito acciocchè non si esponesse al pericolo della multa.