Un giovane siciliano, di nome Antonio, rimasto prigione a Costantinopoli, riuscì a fuggire, e presentatosi al Mocenigo, gli chiese una barca, promettendo incendiare la flotta turca. L’ebbe con coraggiosi compagni, e fingendo vender frutte, si pose fra i Turchi, e riuscì a mettere il fuoco ai bastimenti; ma s’apprese anche alla sua barca, e nel fuggire fu côlto. Il gransignore volle vederlo, e lo interrogò se avesse ricevuto qualche ingiuria di cui vendicarsi. — Nessuna; ma voi siete nemici implacabili della cristianità, e me fortunato se avessi potuto bruciar te come bruciai la tua flotta». Il granturco lo fece segare co’ suoi compagni, e Venezia beneficò la famiglia di esso[97].
Sisto IV riuscì ancora a raccozzare alcune forze (1471), e cercando l’amicizia de’ nemici de’ Turchi, ad Ussum Cassan scià di Persia inviò frà Luigi di Bologna e Catarino Zeno, poi Giosafat Barbaro con vasi d’oro e stoffe di Verona, il quale però non giunse alla sua destinazione, per quanto pressato dal senato veneto. Cassan, stretta alleanza coi nostri, aveva di fatto (1473) invasa l’Asia Minore; ma sfornito d’artiglierie e di coraggio, presto si ritirò, lasciando quasi soli al tremendo ballo i Veneziani, che non mancarono alla riputazione di valore. All’assedio di Scutari, Antonio Loredano si ostina alla difesa, e perchè popolo e soldati chiedeano di rendersi per mancanza di cibo, si presenta collo stendardo di san Marco, e snudando il petto, — Ecco le mie carni; saziatevene, ma continuate a resistere». Emulava così Paolo Erizzo e sua figlia Anna, Alvise, Calbo, Giovanni Bondumier, caduti martiri della religione e della patria a Negroponte. Pure i Turchi prevalgono, e recano fra l’Isonzo e il Tagliamento la schiavitù e la peste, diffusasi anche in Venezia, ove mieteva da cencinquanta persone al giorno, e il maggior consiglio si trovò ridotto a non più di ottanta persone.
Consunta da quindici anni di fierissima guerra, Venezia chiede pace (1479), cedendo Scutari, Stalimene e quanto aveva in quella campagna acquistato, conservando giurisdizione propria in Costantinopoli, ed esenzione dalle dogane pel compenso di annui diecimila ducati. La cristianità, accidiosa a soccorrere i Veneziani, sentendo crescere la minaccia, gli accusa di viltà; il papa protesta che non aveano diritto di terminar la guerra senza assenso di lui, e li pronunzia disertori; i principotti italiani s’ingelosiscono che la Signoria, la quale fin là gli aveva carezzati, potesse voltare contro di loro le armi.
Posto avanzato contro i Turchi stavano ancora i cavalieri di San Giovanni, che, dopo perduta Acri, s’erano assisi a Cipro, dominata dai Lusignano, continuando da Limisco ad osteggiare gl’infedeli: poi turbati da continue risse coi Lusignano, si prefissero (1310) conquistare l’isola di Rodi. Sorpresala colle isole adjacenti, vi si fortificarono, di là bersagliando i Turchi, e dando mano a chiunque gli osteggiasse. Indarno Orcano l’aveva assediata nel 1315; anzi i cavalieri presero Smirne, e la tennero dal 1343 al 1401, quando gliela strappò Tamerlano.
Sentì Maometto l’importanza di Rodi, e appena ebbe disimpacciata la flotta, la drizzò contro quell’isola. Giambattista Orsini, che n’era il trentesimottavo granmaestro, appellò i cavalieri d’ogni lingua, e si fece conferire assoluto arbitrio sopra i beni e le forze quanto la guerra durasse. Mescid bascià approdò (1480) con censessanta vascelli, e sbarcati centomila uomini, assediò la capitale; ma i cavalieri si valsero dell’opportunità e della forza dei posti con sì prodigioso valore, che i Turchi dovettero levarsene d’attorno dopo ottantanove giorni, lasciando novemila morti, e recando tredicimila feriti.
Diremo altrove come l’infame politica de’ tempi nuovi inducesse lo Sforza, il re di Napoli, Firenze e il papa a istigare il granturco contro Venezia. Nella guerra derivatane, Anton Grimani che comandava restò vinto, e Venezia lo punì col mandarlo a confine: suo figlio volle ostentare amor di patria collo stringergli egli stesso i ceppi ai piedi. Allora fu che tutte le città a mare della Morea furono sottratte a Venezia, la quale aveva cessato di ricuperar nella pace quel che avesse perduto nelle battaglie.
Essa a vicenda, insidiata dal re di Napoli (agosto), istigò contro di lui Maometto: sicchè dalla Vallona i Turchi sbarcati in Italia, assalsero Otranto, che magnanimamente si difese; e prevalsi mercè dell’artiglieria, vi uccisero l’arcivescovo Stefano Pendinello, i canonici, i frati, violarono le monache, scannarono diecimila abitanti, altrettanti ne mandarono schiavi, e vi posero forte guarnigione.
La nequizia de’ principi può sin diminuire l’orrore pel nome turco, e Maometto faceva proclamare terrebbe esenti per dieci anni da ogni imposta i paesi italiani che gli si dessero, dappoi non li taglierebbe che d’una piastra per testa, e libertà di seguir le leggi e la religione propria come facevasi a Costantinopoli. In fatto millecinquecento soldati di re Ferdinando disertarono al granturco, e si temè che Terra d’Otranto si desse tutta a lui; onde l’Italia fu invasa da sgomento, e il papa si preparava a fuggire oltremonte. Se non che il nembo parve dissipato allorchè Maometto a cinquantun anno morì (1481), ripetendo: — Io voleva conquistar Rodi e l’Italia». Quanto egli fosse temuto l’attestò il tripudio de’ Cristiani; papa Sisto IV ordinò di far festa come in domenica, e solennizzare tre giorni fra continui spari d’artiglieria, e processioni generali.
Buono per l’Italia che l’impeto de’ Turchi non tardò a rallentarsi, e il despotismo non meno che il clima svigorì una potenza, che nuova barbarie minacciava, e che mescolatasi all’Europa con trattati e ambascerie, intepidiva quel suo fiero e micidiale fanatismo.
Venezia di tante perdite si rifece coll’acquisto di Cipro. Questa grande isola era stata, in compenso del regno di Gerusalemme, attribuita da Riccardo Cuor di Leone a Guido di Lusignano, nella cui stirpe rimase fino alla morte dell’effeminato Giano III (1458). Jacopo Lusignano, suo figlio naturale, pretendeva ereditarla a scapito della sorella Carlotta, maritata in Luigi di Savoja. Occupatala, n’ebbe investitura (1464) dal soldano d’Egitto, di cui l’isola riconosceasi vassalla; e prese anche Famagosta, da novant’anni possesso de’ Genovesi. Carlotta fu costretta fuggire, ed intraprendente quant’era dappoco il marito, impegnò a favor suo il papa, i cavalieri di Rodi, i Genovesi: ma i Veneziani si chiarirono pel bastardo, e poichè questo mancava di denari onde mantenervisi, Marco Cornaro veneziano suo banchiere gli esibì centomila zecchini se volesse sposare la bella sua nipote Caterina. Acciocchè non fosse disuguale al regio parentado, questa fu adottata dalla repubblica di San Marco; e il titolo di vana onorificenza divenne occasione d’importantissimo acquisto. Perocchè, ucciso Jacopo (1475) e tempestando l’isola fra i pretendenti, la Repubblica si dichiarò erede eventuale di Caterina, come la madre della figlia; e col pretesto delle minaccie dei Turchi la indusse o costrinse a rinunziare Cipro (1489). Caterina ricevette in cambio il castello di Asolo nel Trevisano, dove conservando il titolo, e circondandosi di lusso, di piaceri e di lettere, poco ebbe a ribramare il regno perduto. Venezia ottenne così quell’isola, ubertosissima di vini, di biade, d’olj, di rame; e a chi parlasse male di questo fatto, intimò sarebbe annegato. I duchi di Savoja, a cui Carlotta avea rinunziato i suoi diritti, protestarono, ma non poterono che aggiungere ai loro titoli quello di re di Cipro, che poi divisero innocentemente cogli eredi di Venezia.