Le parole furon molte, e in conseguenza pochi i fatti. L’imperatore Federico III era troppo inetto sicchè volesse affidarsegli il comando; il re di Francia doveva badare alle cose domestiche: onde l’onore di comandare la cristianità fu attribuito al duca di Borgogna; l’esercito si leverebbe in Germania, verrebbe stipendiato da Francia, Spagna, Italia a proporzione della ricchezza; Borso d’Este esibiva ben trecentomila fiorini, forse sì generoso perchè prevedeva non verrebbe l’occasione di sborsarli. Di fatto la pace tanto necessaria fu guasta, e le armi raccolte si ritorsero dall’un contro l’altro. Il papa se ne lagnava, e scriveva; — Dove ci possiamo voltare? a chi ricorrere? Gridiamo soccorso ai principi cristiani, e non ci s’ascolta: imponiamo decime al clero, e non le paga: pubblichiamo indulgenze, e ci accusano di farne traffico».

Ogni dissiparsi di tali imprese aggiungeva orgoglio a Maometto, che le conquiste sue accompagnava colla ferocia e l’oscenità. A’ Veneziani vedemmo garantiti per patto alcuni privilegi in Costantinopoli e i possessi: ma questi coll’estendersi dei Musulmani restavano quasi isole in vasta inondazione, vicine ad essere assorte. Lievissima cagione destò in fatto le ostilità. Uno schiavo ruba al bascià d’Atene centomila aspri (1463), e fugge a Corone, terra veneta; i Turchi lo ridomandano, e i Veneziani ricusano consegnarlo perchè fattosi cristiano, nè tampoco restituiscono il denaro. Ostinatisi gli uni e gli altri, ne venne guerra, ove il procuratore Loredano assicurava che ventimila Greci non vedevano l’ora d’impugnar l’armi per San Marco, sicchè facilmente si conquisterebbe tutta Morea: solite e facili confidenze di chi crede che, per un popolo oppresso, l’esecrare il giogo equivalga a saperselo scuotere dal collo. Ivi in fatto si portò un esercito sotto Bertoldo d’Este, che vi morì gloriosamente: lo capitanò poi Sigismondo Malatesta, ma le fazioni non riuscirono mai decisive, e si sfoggiava più atrocità che strategia.

I Veneziani chiesero ajuti al papa; il quale, all’annunzio delle prime loro vittorie, in concistoro esclamò: — Vedete come Dio suscitò il fedele suo popolo, i figli nostri diletti, il senato e la nazione veneta. Vedete come quelli che tutti tacciavano d’indifferenza e pigrizia, prima degli altri abbiano prese le armi in onore di Dio. Si sparlava de’ Veneziani; additavansi i soli che, in tanta pressura de’ Cristiani, negassero ajuto: ma ecco che soli essi vigilano, soli si affaticano, soccorrono i Cristiani, si accingono a far vendetta sul nemico di Cristo». Vedendo che la parola Andate facea poco effetto, il papa volle dire Venite, e risolse crociarsi egli stesso, non già per combattere, ma per orare come Mosè sull’Oreb, coll’Eucaristia sugli occhi, affinchè Dio concedesse vittoria: — Forse quando vedranno il padre loro, il romano pontefice, il vicario di Cristo, vecchio e infermo partire per la guerra sacra, arrossiranno di rimanersi a casa, e abbracceranno con coraggio la difesa della santa nostra religione»[94].

Generale parve l’impeto degl’Italiani alla santa impresa; due navi esibiva il duca di Modena, una Bologna, una Lucca, cinque i cardinali, oltre quelle del papa; Venezia darebbe la ciurma e i sopracomiti; poi per le spese il pontefice si tassò in centomila fiorini, ripromettendoseli dalle limosine di tutta cristianità; in altrettanti Venezia, il re di Napoli ottantamila, settanta Milano, cinquanta Firenze, venti il duca di Modena, metà tanti il marchese di Mantova, quindicimila Siena, un terzo il marchese di Monferrato, ottomila Lucca. Queste cifre possono designare l’importanza relativa de’ potentati italiani; ma ad Ancona, dove il papa avea dato la posta ai Crociati, poc’altri comparvero (1463) che Ungheresi e Veneziani, oltre una turba senza viveri nè denaro nè robustezza. Quando gli astrologi assicurarono benefica la guardatura de’ pianeti, si salparono le ancore; ma la morte del papa[95] e le sconcordie degli Italiani mandarono in fumo la spedizione, del resto troppo sproporzionata all’intento.

Al nuovo pontefice Paolo II (1464) fu imposto dal conclave proseguisse l’impresa, consacrandovi il prodotto delle cave dell’allume. Paolo adunò a tal uopo un congresso di ambasciadori, e fu assegnata la quota di ciascuno; ma non venne pagata, e la lega svanì. Ben egli aveva accolto onorevolmente Scanderbeg, e regalatolo del cappello e dello stocco benedetti e di qualche denaro; ma non potè che raccomandarlo ai principi d’Europa.

Del resto Venezia, considerando le colonie per nulla meglio che un campo da mietere, non aveva provveduto a incivilire e nazionalizzare la costa d’Istria e Dalmazia; non vedeva come salute pubblica la conservazione di esse, mostrando maggior ressa nell’acquisto d’una provincia sul continente italiano; e mentre accampava diciottomila cavalli pesanti contro il duca di Milano, non n’avea duemila nella Morea, a vicenda presa e devastata dai nostri e dai Turchi. Coriolano Cippico, che militava come sopracomito d’una galera veneta, e ci lasciò il racconto di que’ fatti con curiose particolarità, ci mostra come i Veneziani per antica consuetudine spartissero il bottino in modo, che al generale toccava il decimo, al provveditore e agli uffiziali una quota proporzionale al grado, il resto ai soldati, lo che doveva incoraggiare al saccheggio: ai soldati retribuivansi tre ducati per ogni prigioniero che menassero al campo, e ogni tratto si vedeva vendere uomini e donne turchi all’incanto.

Maometto, stanco di veder guastate terre che riguardava come sue, giurò di «mandar Venezia a consumare il suo sposalizio in fondo al mare» e bandita la guerra sacra, diceva: — Giuro a Dio, unico, creatore d’ogni cosa, non accorderò sonno ai miei occhi, non mangerò leccornie, non cercherò cosa gradevole, non toccherò cosa bella, non volgerò la fronte da occidente a oriente, se non rovescio e non fo calpestare da’ miei cavalli gli Dei di legno, di rame, d’argento, d’oro o di pittura, che i discepoli di Cristo sonosi fatti colle loro mani; giuro che sterminerò la loro iniquità dalla faccia della terra, da levante a ponente, per la gloria del Dio Sabaoth e del gran profeta Maometto. Fo dunque sapere a tutti i circoncisi miei sudditi, credenti in Maometto, ai loro capi ed ausiliari, s’essi hanno timor di Dio creatore del cielo e della terra, e timore dell’invincibile mia potenza, che tutti devano recarsi presso di me».

Con quattrocento navi e trecentomila guerrieri, se il terrore non esagerò il numero, si difilò sovra Negroponte: sbarcatovi, cinque volte assalì la città (1470 giugno), e Nicolò Canale ammiraglio veneto non seppe abbastanza coraggiosamente adoperare le sue artiglierie, che furono guardate come un prodigio perchè tiravano cinquantacinque colpi il giorno; e fu presa sotto i suoi occhi la città, benchè ostinatissima si difendesse via per via. Maometto aveva intimato la morte a chi risparmiasse un solo prigioniero maggiore di vent’anni; e Paolo Erizzo, che tenea la cittadella, essendosi reso a patto d’aver salva la testa, Maometto gliela salvò, ma lo fece segare in due per espiazione dei settantasettemila Turchi che si dissero periti sotto l’eroica città. La flotta veneta, la migliore del mondo, aveva a fare colla turca, inesperta, e composta di legni mercantili e di trasporto; onde fu attribuito all’indecisione del Canale se non si trionfò, ed egli fu mandato in catene a Venezia, surrogandogli Piero Mocenigo.

Quale spavento per l’Europa al conoscere che i Turchi erano formidabili anche per mare, e che potevano portar le loro minaccie a tutti i porti! Paolo II, secondato dal cardinale Bessarione e da altri greci profughi, eccitava gl’italiani a sospendere le guerricciuole e rinnovare la lega italiana del 1454, che di fatto si combinò (1470) tra Ferdinando di Napoli più da vicino minacciato, re Giovanni di Aragona e di Sicilia, le repubbliche di Venezia e Firenze, i duchi di Milano, di Modena, di Ferrara, i marchesi di Mantova e Monferrato, il duca di Savoja, e le repubbliche di Siena e Lucca: si spedì ad eccitare la Germania, e Paolo Morosini ambasciator veneto a quella dieta diceva: — Van più di due secoli che la nostra repubblica cominciò guerra coi Turchi; e sola, massimamente in questi ultimi anni, ne sostenne gli attacchi continui, nella Tracia e nell’Illiria. Comune è il pericolo della cristianità, eppure i Veneziani sono lasciati soli a difenderla: il sonno dell’Europa aggiunge baldanza ai nemici, che già si avanzano per l’Illiria, per la Pannonia e per l’Adriatico, togliendo sicurezza per terra e per mare. La speranza non è ancora perduta se i Tedeschi spieghino quel valore, con cui si vuol difendere la casa e la libertà. Venezia ha numerosa flotta, guarnigioni sulle coste, e venticinquemila combattenti; re Ferdinando aggiungerà ventitre galee alle sessanta nostre; colle altre d’Italia si sommerà alle cento; sicchè, dove i Tedeschi ci assecondino per terra, non tarderà ad essere assicurata tutta la cristianità»[96]. Altrettanto insistevano gli Ungheresi, sentinella morta sull’altro adito de’ Turchi; ma l’imperatore era inerte, la Germania pigra, l’Ungheria stessa e la Boemia straziavansi nella guerra eccitata per le eresie degli Ussiti.

Piero Mocenigo manda a ferro e fuoco le isole e le coste, quantunque abitate le più da Cristiani, promettendo un ducato ogni testa di Musulmano portatagli; barbaro contro barbari. Con lui presero poi conserva navi napoletane e papaline, e seguitarono i guasti senza alcun onore di vittoria; mentre in ricambio i Turchi desolavano i possedimenti veneziani. Hassan Bey rinnegato, bascià della Bosnia, chiamato in Croazia (1469) con ventimila cavalli, dopo menato stragi, passò per la Carniola, scese le Alpi che ivi si dibassano, e spinse i suoi cavalli fino a tre miglia da Udine. Fortunatamente vi si arrestò dopo uccisi diciottomila Cristiani, menatine quindicimila in ischiavitù, distrutte le messi e gli armenti.