Maometto in fatti s’accinse a sterpare le piccole signorie fondatesi nell’impero, e improvvisamente tolse a Genova Amastri, colonia si opportuna ai commerci colla sponda meridionale del mar Nero, gli abitanti trasferendo a Costantinopoli. Genova, vedendo non poter mantenere la colonia di Galata sotto il cannone turco, con tutte le altre di Levante le cedette ai protettori del banco di San Giorgio, che col denaro le salvassero; e San Giorgio fece prova di suprema abilità nel conservare tredici anni le colonie di Crimea; non potendo farvi giungere soccorsi pel Bosforo chiuso dal granturco, soldò de’ Polacchi; poi bande italiane che per lunghissimo viaggio arrivarono fin alla Tana; sollecitava la cristianità ad ajutarla, ma non era nulla; sicchè anche Caffa fu presa, quarantamila suoi abitanti spediti a Costantinopoli, millecinquecento fanciulli genovesi arrolati fra i gianizzeri; Tana, Azoff e le altre città caddero senza ostacolo, e fino alla pace di Adrianopoli del 1829 il mar Nero restò chiuso a’ Cristiani, che appena schiuso doveano farlo teatro di terribili martirj.
Gli Acciajuoli di Firenze erano succeduti ai Catalani di Sicilia nel dominio d’Atene: e alla morte di Neri, la moglie di lui pose il suo fanciullo sotto la protezione di Maometto II; poi innamoratasi di Pietro Priuli veneziano, gli offrì farlo signore d’Atene se, disfacendosi della prima moglie, lei sposasse. Come detto così fatto; ma gli Ateniesi indignati ricorsero a Maometto, che fece scannare la rea, e sterminò gli Acciajuoli.
Le discordie fra i despoti del Peloponneso offrirongli pretesto d’intervenirvi, e Tommaso Paleologo fuggendone portò i suoi lamenti e la testa di sant’Andrea al papa, al duca di Milano, ad altri, per eccitarli a redimere la Grecia; ma morì di crepacuore, malattia degli esuli. Davide Comneno, ultimo imperatore di Trebisonda, andò a finire in esigilo.
Nell’Epiro rimpetto all’Italia si era con gloriosa imprudenza ribellato Giorgio Castrioto, detto Scanderbeg; e incorati i marziali Albanesi a resistere alla luna ottomana, vide fuggire innanzi a sè il vittorioso Amurat. Maometto II propose soggiogarlo, e Scanderbeg nel nuovo pericolo scrisse ad Alfonso re di Napoli chiedendogli soccorsi; e n’ebbe viveri ed ausiliarj, condotti da Raimondo d’Orlaffa. Per rimeritarlo de’ quali Scanderbeg venne poi in Italia a soccorrere re Ferdinando figlio di lui, e n’ebbe in compenso San Pietro a Galatina, piccola città della provincia d’Otranto, ove si fondò la prima colonia albanese, cui ne tennero dietro altre a Siponto, a Trani, e là intorno del promontorio Gargáno, e ne’ monti che separano la Daunia dall’antico Sannio. Perocchè, al morire di Scanderbeg (1467), l’Epiro ricadde in servitù; ma i suoi nella lunga guerra aveano acquistato molta perizia, e su cavalli leggerissimi, con sopravvesta corta senza maniche e imbottita per rintuzzare i colpi, bacinetto di ferro in testa, in mano una zagaglia ferrata talvolta fin di dodici piedi, lunga spada, piccolo scudo, mazza agli arcioni, si esercitavano al corso e al rapido volteggiare, opportunissimi ad inseguire, ardere, spiare il nemico, predare.
Dal doge Pietro Mocenigo furono assoldati quando volle tentare l’impresa di Delo e Mitilene; poi presero servizio in Italia, ove divennero terribili col nome di Stradiotti (στρατιώται). e fin agli ultimi tempi v’ebbe sempre negli eserciti napoletani uno squadrone reale macedone. Altri Cristiani, che non vollero piegarsi al giogo turco, passarono a noi, chiedendo pane e sicurezza di culto, ottennero terre nel Regno, le domesticarono, e ancora conservano la lingua nativa e il rito greco e il vestire e i costumi, ancora gemono il loro sangue disperso (giaca in sprirus!), ancora danzano le miserie dell’antica lor patria, ed essi, sangue purissimo di Scanderbeg, dispregiano il sangue nero, sangue di volpi o di nottole degl’Italiani, dai quali insegnano in proverbio dover guardarsi come il falegname dall’ascia[90].
Alquanti Mainotti o Spartani giunsero a Genova, che li collocò nell’isola di Corsica, ed obbligandoli alla decima de’ frutti e cinque lire per fuoco, gl’investì delle terre incolte di Paoncia, Recida e Piassologna, che a breve andare si videro colte e popolate. Costoro si mantennero fedeli a Genova quando i Corsi le si rivoltarono, e dalla forza superiore degl’insorgenti costretti ad imbarcarsi per Ajaccio, lasciarono chiusi nella fortezza d’Uncivia ventisette dei loro, i quali per cinque giorni respinsero duemila cinquecento Corsi, e alfine si ritirarono in Ajaccio anch’essi. Le reliquie di tale colonia incontransi oggi a Cargese ed Ajaccio, coi costumi, le usanze, i canti patrj[91].
Ragusi si rassegnò a tributare mille ducati l’anno alla Porta per conservare il proprio governo; diede ricovero a molti fuggiaschi da Costantinopoli, poi alla stampa la prima tragedia regolare, e il primo libro di commercio[92]; e fu come l’Atene del paese serbo, arricchendo le lingue latina, italiana e slava.
Maometto, risoluto di far riconoscere un solo Dio in cielo, un solo signore in terra, proseguiva le vittorie, e conquistata la Bosnia e la Servia, minacciava di correre a Vienna e a Roma. In que’ frangenti non tacque la voce dei papi contro i Turchi. Già Clemente VI avea bandita la crociata che conquistò Smirne; un’altra Urbano V per guerreggiare fra i Serviani; una terza Bonifazio IX, che fu scompigliata a Nicopoli; una quarta sotto Eugenio IV, andata a ruina nella giornata di Varna. L’infelice successo non iscoraggiava Nicola V, che di nuovo bandì la croce, ma senza effetto. Calisto III ordinò per tutta cristianità si sonasse a mezzogiorno la campana dei Turchi; e sollecitava la Germania, che nelle diete decretava denari ed uomini, ma non si vedevano mai.
Giovanni da Capistrano, nativo della provincia d’Aquila, dedicatosi al fôro, da re Ladislao fu assunto giudice della grancorte della Vicaria. Essendo condannato nel capo un poderoso barone, il re non solo approvò la sentenza, ma la estese al primogenito di esso. I giudici si piegavano alla reale volontà, ma Giovanni gli animò ad opporsi; e avendo il re, non ostante, comandato l’esecuzione, Giovanni chiese congedo da un impiego che non poteva esercitarsi senza ingiustizia e andò francescano. Accompagnatosi a san Bernardino da Siena, missionava, finchè, visto il pericolo sovrastante alla cristianità, corse esortando alla guerra santa. A Vienna mostrasi ancora sul sagrato di Santo Stefano il pulpito da cui egli predicò: il popolo veneravalo qual taumaturgo, portava a lui carte e dadi da bruciare e riducevasi a penitenza. Gli venne fatto di mettere insieme una quinta crociata contro gli Ottomani, composta non di nobili e cavalieri, ma di vulgo, studenti, frati, contadini armati di mazze e fronde. Frà Giovanni, solo confidente quando tutta Europa dispera, procede adottando per grido di guerra Gesù, e ridesta Giovanni Uniade, il quale, memore delle vittorie e delle sconfitte antiche, assume il comando di quell’esercito, che incomposto avanzasi contro i Turchi (1456), ed obbliga Maometto ad allargare Belgrado, che assediava con trecento cannoni, lasciando ventiquattromila uomini sul campo. In memoria, il papa istituì la festa della Trasfigurazione al 6 agosto. Quasi fosse compiuta la loro missione, l’Uniade muore dopo due settimane, e dopo tre mesi il Capistrano[93]. Maometto occupa il resto della Serbia, menandone via ducentomila prigionieri; nè più altri che la flotta pontifizia soccorre le isole assalite.
Pio II volle assumersi la parte di Pietro Eremita (1458), esortando tutta cristianità ad armarsi di conserva contro il Turco; e logica e dialettica e retorica usava, troppo meno potenti che non quell’eloquenza impreparata, la quale sgorgando dal cuore, strascina irresistibilmente. Istituì l’ordine della madonna di Betlem, che presto cadde colla presa di Lemno ove tenea sede. Raccolta poi in Mantova la cristianità a concilio, proclamò la crociata (1458); v’assisteano quasi tutti i principi d’Europa, e gli ambasciadori degli altri, e di Rodi, Cipro, Lesbo, dell’Epiro, dell’Illiria, minacciati così da vicino. Il papa vi sfoggiò eloquenza; altrettanto Francesco Filelfo, portando la parola a nome del duca di Milano: i deputati della Morea dipinsero gli orrori commessi dai Turchi e a schiavitù dei Greci. Chi non ricorda con quanto fervore ai dì nostri le donne favorissero la causa dei Greci insorti? non altrimenti fu allora, e a quell’assemblea perorarono Ippolita Sforza e Isotta Nogarola. La prima, figlia di Francesco Sforza e moglie di re Alfonso II, avea trascritto di suo pugno quasi tutti i classici latini: l’altra, filosofessa, teologante, letterata, lasciò moltissimi discorsi e lettere, e un singolare dialogo per difendere Eva contro Adamo.