Allora Amurat mette assedio a Costantinopoli (1431) con ducentomila Turchi. Eugenio IV levò il grido d’allarme per annunziare il pericolo che all’Europa e a tutta la cristianità sovrastava se Bisanzio perisse; ma non era più entusiasmo di popoli che determinasse alle imprese, bensì calcolo di principi, e questi erano occupati ciascuno in casa propria a consolidare la prerogativa regia, ad estendere i dominj, a fiancheggiarsi di parentele. Genova e Venezia dal pericolo ravvicinate, si unirono bensì (1440) sotto lo stendardo delle sante chiavi; il cardinale Giuliano Cesarini riuscì ad eccitare Polonia e Ungheria, più da vicino minacciate; e l’esercito, composto d’avventurieri d’ogni paese, condotto dal grande Giovanni Uniade, transilvano addestrato nelle guerre d’Italia, assalì Amurat. Ma la battaglia di Varna (1444) sparpagliò l’esercito crociato, e l’imperatore Giovanni III Paleologo dovette comprare la pace.
Pace effimera; e già prima quell’imperatore non vedea modo al suo bisogno che nei soccorsi d’Occidente; ma come riprometterseli se non riconciliando la sua Chiesa alla latina? Stava allora adunato il concilio di Ferrara (pag. 196), e il Paleologo sopra navi veneziane fu trasportato in Italia, menando seco Giuseppe patriarca di Costantinopoli, e i rappresentanti degli altri patriarchi, molti prelati, cantori, monaci, filosofi, spiegando un fasto che cozzava colla miseria, giacchè il papa avea dovuto anticipargli le spese. Fu ricevuto orrevolmente, estreme riverenze rendute al moribondo rappresentante dell’antica maestà cesarea; Venezia gli prestò venerazioni, di cui la libertà non era gelosa perchè non esprimevano un omaggio, e perchè le spoglie di Costantinopoli che la abbellivano diceano qual fosse più potente fra l’augusto troneggiante sulla poppa della nave capitana, e il doge e i senatori che gli baciavano il piede; a Ferrara ottenne le cerimonie di posto e di grado consuete agl’imperatori antichi: ma i contrasti fra il concilio di Basilea ed Eugenio IV impedirono ogni conchiusione. Convocatosi poi il concilio a Firenze (1438), e ridottisi d’accordo sulle incomprensibili e sulle pratiche quistioni, Eugenio si obbligò a pagare ai Greci il ritorno, mantenere sempre due galee e trecento soldati per difesa di Costantinopoli, e dieci galee per un anno ogniqualvolta venisse richiesto; eccitare i principi europei a sovvenire quell’impero, e far approdare a Costantinopoli tutte le navi che trasportavano pellegrini in Terrasanta.
Ma gli amplessi e la riconciliazione, forse subdoli, certo interessati per parte dei grandi che ne trattavano, doveano riuscire inapplicabili al popolo e al basso clero greco, ignoranti e fanatici a segno, che avrebbero preferito Maometto al papa. I monaci venerati dai loro eremi maledivano a chi si fosse comunicato coi Latini; i popi chiudevano le basiliche in faccia a chi s’era messo in relazione col legato in Santa Sofia; il popolaccio nelle bettole cuculiava il pontefice e gli azimati; i prelati medesimi, sentendo rinascere la coscienza o l’orgoglio, si ritrattarono, e quel misero avanzo dell’impero romano andò sovvertito fra nuovi e antichi credenti che a vicenda intitolavano sè cattolici, eterodossi gli avversarj. Al vederli odiarsi perchè gli uni nutrono la barba, gli altri la radono, questi consacrano pane fermentato e quelli no, non si direbbero persone fradicie nella pace? e invece roteava sul capo di tutti la scimitarra ottomana. Amurat perdonò al Paleologo d’avere sollecitato la crociata, ma assalse i fratelli di lui, tra’ quali era diviso il restante impero; ridusse a sommissione Neri Acciajuoli signore dell’Acaja, di Atene, della Focide, della Beozia; per l’istmo, invano fortificato, entrò nel Peloponneso che devastò, incendiata Corinto, presa Patrasso, e menati sessantamila schiavi.
Maometto II, succedutogli (1451) con maggior impeto guerresco, s’accingeva ad annichilare quel fantasma dell’impero romano, e assediò Costantinopoli con dugencinquantottomila armati e trecento navi. Costantino Paleologo su quel trono tarlato sosteneasi con virtù degne di miglior fortuna. Vedovo di una de’ Gattilussi di Genova, principi di Metelino, cercò una Foscari di Venezia; ma avendo i consiglieri suoi trovato non abbastanza decorose tali nozze, e preferitovi una principessa di Georgia, si rese avversi i Veneziani di modo che non abbastanza cooperarono alla difesa. I Genovesi di Galata ebber ricorso alla madrepatria, e n’ottennero una grossa nave e macchine e cinquecento uomini d’arme; ma sentendosi insufficienti, ebbero per più savio consiglio il prendere accordo col Turco, promettendo essi di restar neutrali, egli di rispettarli; doppia slealtà, perocchè Maometto diceva che lasciava dormire il serpente finchè non avesse soffocato il drago, e i Genovesi non lasciavano di soccorrere sottomano gli assediati. La colonia genovese di Caffa inviò tre legni, che traverso gravissimi pericoli, e menando strage nella flotta turca, provvide di viveri la città. Nella quale trovavansi chiusi quasi cinquecentomila Greci, e duemila Genovesi e Veneziani: ma non passavano i settemila gli armati, con ventotto navi; oltrechè i Greci aborrivano i Latini sebbene esponessero per loro la vita; fremettero quando il legato pontifizio, venuto a parte del pericolo, cantò messa col pane azimo e l’acqua diaccia; e gridavano: «Il cadere sotto Roma val quanto il cadere sotto i Turchi».
All’indifferenza degli estrani e dei cittadini mal supplivano il senno e il valore di Costantino. Affidò egli il comando della piazza a Giustiniano Longo genovese, già podestà di Caffa e or principe di Lemno, il quale lo secondava mirabilmente; meglio di chicchessia sapeva squadronare, assalire, trovar ripieghi, reggere a fatiche, oppor mine alle mine, coll’ajuto d’altri Genovesi, fidi a quella seconda patria[89].
Però le munizioni venivano meno (1453); le artiglierie turche fulminavano le decrepite mura con una furia mai più veduta di projetti, e aveano fra altri un pezzo che tirava palle di milleducento libbre, sicchè un colpo bastava a colar a fondo una nave. Maometto, non potendo forzare la grossa catena del porto, fece trascinar le sue navi attraverso alla lingua di terra che ne lo separava, forse secondato dai Veneziani; talchè un mattino gli assediati svegliandosi le videro entro il porto. Questo prodigio gittò lo scoraggiamento ne’ cittadini: il Giustiniani tentò avventare il fuoco nella mirabile flotta, ma il cannone del granturco mandò a fondo il brulotto con cencinquanta nostri prodi. Il Giustiniani ferito si ritirò dal combattere, per quanto Costantino il supplicasse fin chiamandolo fratello; e di fatto al suo partire, che gli altri gli ascrivono a infamia colla facilità onde gli inoperosi sputacchiano gli eroi, la costanza degli Italiani vacillò. Al 24 maggio erano aperte breccia per tutto, e Maometto annunziò l’assalto generale pel venerdì 29, al che rispose d’ogni parte il grido d’Allah, mentre gli assediati raffittivano in penitenze e comunioni, e supplicar Madonne, e intuonare lugubri Kyrie eleison. Alfine dopo quarantotto giorni d’assedio Costantinopoli, che avea resistito a sette assedj di Arabi e cinque di Turchi, fu presa; dappertutto si gridò: — Dio solo è Dio, e Maometto è il suo profeta»; e il gran-signore entrato in Santa Sofia, ordinò al muezzin d’intimare la preghiera, salì all’altare e pregò.
Costantino perì da eroe, e le poche navi italiane poterono salvare alcuni degl’infelici che a calca vi ricoverarono, e massime i Genovesi di Galata colle loro ricchezze. Eppure Maometto, che gridava a’ suoi soldati — A voi i prigionieri, le ricchezze, le donne, ma riservate a me la città e i fabbricati», confortava i Genovesi a rimanere sicuri; ai pochi che gli diedero ascolto concedette di praticare il proprio culto, sottoponendosi al testatico. I negozianti di Pera capitolarono, e Maometto fece decapitare il balio di Venezia, ed arrestare quanti Veneziani vi colse.
Venezia non potea pensare alla vendetta, e Bartolomeo Marcello dopo un anno di trattative conchiuse la pace (1454). Nessuna parte recherà danno all’altra, o ricetterà i rei di Stato o di furto, anzi li consegnerà: libero commercio, pagandosi reciprocamene il due per cento delle merci esitate nello Stato amico, e reciproca restituzione delle robe de’ naufraghi e de’ morti: i Veneziani tributeranno ducentrentasei ducati per le terre che tengono nell’impero turco: gli schiavi veneziani saranno restituiti; ma se si fossero professati musulmani si pagheranno mille aspri, cioè cinquanta ducati per ciascuno. Le navi andando e tornando dal mar Nero rinfrescheranno nel porto di Costantinopoli; possano portare qualunque merce di Cristiani, ma non di Turchi; mantenute al patriarca costantinopolitano le entrate che avesse in terra di Veneti; la Signoria possa mandare a quella città un balio, che regga nel civile e renda giustizia fra’ Veneziani d’ogni condizione. Il gransignore si obbliga a risarcire i danni ben provati, che nella persona o nella roba avessero patito i Veneziani nella presa di Costantinopoli. Essi possano introdurre nell’impero ogni sorta moneta coniata o in verga; ma le verghe dovranno farsi bollare dalla zecca.
Caduta la metropoli, sussistevano ancora l’impero d’Iberia e quello di Trebisonda sul mar Nero, dove i Genovesi conservavano Caffa in Crimea; fra il Nero e l’Adriatico, i regni di Dalmazia, Bosnia, Servia, Rascia, Bulgaria, Croazia, Transilvania, posti sotto l’alto dominio dell’Ungheria; e là intorno i Valachi, razza romana; l’Epiro; in Grecia il ducato di Atene; nel Peloponneso i despoti, fratelli dell’ultimo Costantino. Creta, Negroponte, altre isole e parte della Morea e dell’Albania appartenevano a’ Veneziani; Cipro a’ re Latini, Metelino e Lesbo ai Gattilussi, Cefalonia e Zante a casa Tocco, Rodi ai cavalieri di San Giovanni. Tutti questi, che aveano fin allora fissato gli occhi a Costantinopoli, adesso volgeanli all’Italia, e massime al papa e a Venezia; riboccava la patria nostra di Greci ed Orientali, che esageravano le crudeltà de’ Turchi, e, stile de’ fuorusciti, la facilità del ritoglier loro «la grande ingiusta preda».
D’altra parte i Turchi, occupata Costantinopoli e fattala lor sede, pretendevansi succeduti agl’imperatori romani, e come tali divenire padroni di quanto essi aveano posseduto, considerando usurpatori quelli che ne tenevano alcun ritaglio. In tale pretensione avvolgeano segnatamente l’Italia; e per lungo tempo, quando al granturco si cingeva la sciabola, bevuto ch’egli avesse nella coppa de’ gianizzeri, la rendea loro piena d’oro, proferendo: — A rivederci a Roma».