In quel tempo, per respingere i Tartari che minacciavano gli stabilimenti del mar Nero, erasi allestita una specie di crociata, principalmente di navi venete, condotta da Umberto delfino di Vienne. I Genovesi, appena le interne discordie il permisero, vi mandarono la propria flotta, guidata da Simone Vignoso: ma questi, invece di drizzare contro i Tartari, assalì e prese Scio, isola opportunissima, a otto miglia dal continente, che signoreggia le vicine di Samo, Metelino, Ténedo e lo stretto di Gallipoli, e che già altre volle era stata posseduta da Genovesi. Cantacuzeno recosselo ad onta, ed arrestò alquanti legni genovesi; ma i coloni di Galata si levano a stormo, e minacciano di nuovo la capitale; l’imperatore reclama a Genova, ma inutilmente, giacchè il Comune non esercitava alcuna autorità sopra i lontani coloni; ond’egli non conobbe altro scampo che di ricorrere alla gelosia di Venezia.

Questa era stata rattizzata dalla concorrenza nelle colonie della Tana. Un Genovese, percosso da un Tartaro, lo uccise; e i Tartari per vendetta malmenarono le persone e i beni di quanti Cristiani mercatavano da quelle parti: i Genovesi tennero testa in Caffa, abbastanza munita contro scorridori indisciplinati; e di là chiudeano il passo del bosforo Cimmerio e perciò i traffici coi Tartari, i quali vedeano andare a male le merci raccolte, e fallire le sperate ricchezze. Non vollero rispettare quel blocco i Veneziani, di che originarono nuovi conflitti. Venezia spedì trentatre galee fra di merci e di soldati, che sotto Marco Ruzzini passassero alla Tana; ed egli, incontrate nell’altura di Negroponte undici galee genovesi (1349 29 agosto), le circondò e prese allo arrembaggio. I Genovesi per riscossa sorpresero Candia, donde liberarono le merci e le navi catturate. Alla sua volta il Ruzzini sorprese Galata, gettò il fuoco in molti vascelli, e propose all’imperatore di sottrarlo dalla prepotenza genovese; ma quegli, temendo forse i liberatori quanto gli avversarj, renuì. Lungamente le flotte delle due repubbliche insanguinarono i mari; l’espertissimo ammiraglio Nicolò Pisani avea unito alle galee venete l’armata de’ Greci, de’ Pisani e degli Aragonesi, sempre in discordia con Genova ma all’isola dei Porti (1352 febbr.) fra Costantinopoli e Calcedonia, nel fitto della notte e nello infuriar delle tempeste non bastanti a spegnere l’ira degli uomini, fu sconfitto da Paganino Doria; il mare e i lidi rimasero orridi de’ frantumi di sì trista vittoria; e se i Veneti perdettero quattordici navi, dieci gli Aragonesi, due i Greci, anche i Genovesi ne lasciarono tredici al nemico o alla procella, e vuolsi che settecento nobili vi perissero, onde quasi ogni famiglia dovette vestire il bruno, nè si permisero le solite feste del trionfo.

Il Doria insuperbito, invitò il kan de’ Tartari a seco giurarsi contro i Bisantini; e con Orcano, figlio, di quell’Osman che aveva fondato l’impero turco, assalì l’imperatore Cantacuzeno, lo insultò nella sua reggia, ed obbligollo a staccarsi dai Veneziani, e segnare un trattato ove ai Genovesi concedeva tutti i privilegi tolti ai Veneti. Questi dovettero promettere non approdare più per tre anni alla Tana, contentandosi d’un banco a Caffa; i Greci, di non mescolarsi a litigi che potessero nascere tra Genovesi, Veneti e Catalani; non mandare navi di traffico alla Tana; restituire quanto avessero tolto ai Genovesi, cui fosse libero comprare terre senza licenza dell’imperatore. Neppure a tanto sarebbesi arrestata Genova, se una battaglia nelle alture di Cagliari non avesse vendicato i Veneziani, i quali all’arrembaggio tolsero ai Genovesi ben trentuna galee e quattromila prigionieri, che buttarono al mare. Grave lutto alla città, che straziata sempre nell’interno, bramò il riposo della servitù sottoponendosi all’arcivescovo di Milano.

Francesco Gattilussio genovese, armate due navi per far sorte, secondò Giovanni Paleologo a spodestare (1355) lo usurpatore Cantacuzeno; e in premio chiese la sorella per moglie e l’isola di Metelino, che restò di fatto nella sua discendenza. Già prima i Zaccaria, avendo ajutato potentemente l’impero a recuperare l’isola di Negroponte, n’aveano ottenuto le ricche cave d’allume in Focea. Per sostenersi nel riacquistato dominio e contro gli Ottomani che già eransi impadroniti di Gallipoli e d’Adrianopoli, il Paleologo era ricorso ad Innocenzo VI, promettendo sottomettere la sua Chiesa alla romana; e il papa esibì per sei mesi venti vascelli da guerra con cinquecento cavalieri e mille fanti: ma Genovesi, Pisani, cavalieri di Rodi, il re di Cipro non diedero retta alle sue esortazioni; Amedeo VI di Savoja, coadjuvato dai Genovesi di Galata, mosse una spedizione (1366), ove ritolse ai Turchi Gallipoli.

In quel bujo l’imperatore, non pago di sollecitare Urbano V per ambasciadori, venne in persona a Roma quando si coronava Carlo IV, e riconobbe la doppia processione dello Spirito Santo e la primazia della Chiesa latina: ma la viziosa inettitudine di lui non ispirò nè interesse nè pietà; poi la morte del papa (1369) interruppe ogni effetto; e il Paleologo, passato a sollecitare i Veneziani, vi si trovò in tali strettezze, che i creditori lo tennero agli arresti, e la Signoria dichiarò non partirebbe finchè non si fosse sdebitato. Andronico suo figlio, lasciato reggente, non s’affrettò a mandargli il denaro; Manuele fratei minore lo riscattò, vendendo se nulla ancor gli restava: di che il Paleologo concepi avversione per quello, predilezione per questo, e per isfogarla si fece persin vassallo di Amurat I granturco. E quando Andronico cercò stronizzare il padre, Amurat ne prese occasione di tragittarsi in Europa con grosso esercito per domare questi litigiosi che s’abbaruffavano sull’orlo del sepolcro. Andronico, che dal padre era stato imperfettamente accecato, col favore dei Genovesi potè uscire dalla prigione e cacciarvi il padre: ma questi fu ajutato alla fuga per lunga arte di Carlo Zeno veneziano, il quale per mercede volle che dell’isola di Ténedo fosse investita la propria nazione. Di qui vedemmo nascere terribile guerra fra Venezia e Genova, e la vittoria de’ Veneziani a capo d’Anzio, vendicata poi a Pola sopra Vittor Pisani da Pietro Doria, che menò la flotta genovese fino a Chioggia.

Venezia s’accorse che si rovinava in paese minacciato dà si gagliardi avversarj, e neglesse il mar Nero; laonde i Genovesi restarono arbitri dell’Impero, e a loro posta metteano pace e attizzavano guerra fra que’ principi fratricidi, e neppur esitarono a patteggiare coi Turchi di mai non guerreggiarli.

Quasi soli esercitavano essi il commercio della costa di Trebisonda, ove col titolo d’imperatore dominava un principotto Comneno. Alla costui corte Megallo Lercári mercante genovese, nel fare agli scacchi, rissossi con un mal paggetto dell’imperatore, e avutone uno schiaffo, e invano chiesta soddisfazione, armò due galee, depredò la costa, e a quanti Greci cogliesse mozzava le orecchie e il naso. Un padre il supplicò si caldamente a risparmiare questo supplizio ai figli suoi, che il Lercari li perdonò, patto che recassero a Trebisonda all’imperatore un barile di nasi e d’orecchie, e annunziassero non desisterebbe finchè non avesse in mano il suo oltraggiatore. Tal era la forza de’ Genovesi o la debolezza di que’ Greci, che l’imperatore in persona venne a consegnare il paggio al Lercari, il quale s’accontentò di porgli un piede sulla faccia dicendo: — Via costà, sciagurato; e ringrazia la civiltà de’ Genovesi, che non bistrattano donne»[88].

I Turchi si avvicinavano alla capitale, non più da scorridori e con subitarie devastazioni, ma passo passo conquistando; già Bajazet la stringea d’appresso. Unica tavola nel naufragio, gl’imperatori ricorsero all’Occidente; e Manuele Paleologo venne supplichevole a Roma (1399). Se non che i Mongoli, condotti da Tamerlano imperatore di Samarcanda, dopo rapide quanto estese vittorie nel cuor dell’Asia, piombarono sopra i Turchi, vinsero Bajazet e lo fecero prigioniero. Obbligati i Turchi a provvedere alla proprio difesa, venne ritardala la caduta di Costantinopoli; poi i figli di Bajazet si osteggiarono fra loro: eppure delle discordie e delle sconfitte di costoro non seppero giovarsi i Greci per rivalere, e il successore d’Amurat II potea dire al greco imperatore: — Chiudi le porte della tua città, e regna nel recinto di essa; quant’è di fuori appartiene a me».

Di fatto l’Impero trovavasi ristretto ormai alla capitale e ad un lembo della Tracia lungo cinquanta e largo trenta miglia, con poche centinaja di soldati, stranieri i più. I Musulmani potevano chiamarsi barbari soltanto al paragone di gente più colta: che se il sensuale orgoglio, su cui è fondata la loro religione, gli arrestò sulla via della civiltà, aveano però mietuto i frutti dell’araba e della persiana: potenti per commercio, potentissimi per armi di mare e di terra, nelle quali aveano introdotta una perfezione ignota ai Cristiani; presto impararono l’uso della polvere; dicesi ottenessero dai Genovesi i primi cannoni, e perfezionatone il maneggio, li volsero contro le mura, forti soltanto per resistere alle catapulte. Primi introdussero un esercito stanziale colla formidabile milizia de’ gianizzeri, reclutata di fanciulli rapiti do ogni paese, e perciò staccati da ogni affetto, ed usi fin da bambini alle ormi; milizia di gran lunga superiore alle truppe vendereccie dei Cristiani. Senza i riguardi della gente civile, coll’entusiasmo dello apostolato guerriero, credendo fatalmente segnata l’ora della morte, e premio il paradiso a chi cada in battaglia, piombavano su popoli che vagheggiavano le dolcezze della pace; la Russia mal potea fronteggiarli, serva com’era dei Tartari; alla generosa Ungheria erano tagliati i nervi dagli Austriaci, che ambivano farla patrimonio della loro casa; l’Italia rimanea sbocconcellata. Pertanto i Turchi, possedendo le coste del Mediterraneo e dell’Arcipelago, poteano ridurre a pascialati la Polonia, l’Ungheria, la Germania, l’Italia, sbiadare i loro cavalli sull’altare del Vaticano, e restringere in angustissimi confini la civiltà cristiana.

Più incalzante si sentì il pericolo quando (1421) la bifida spada fu posta nelle mani di Amurat II, uno de’ maggiori eroi dell’islam. Manuele Paleologo pensò mettere una barriera all’avanzare de’ Turchi col vendere ai Veneziani Salonicchio, forte di quaranta torri e quarantamila abitanti, in eccellente golfo, e opportunissima al commercio e a tutelare Negroponte. La Serenissima, allora invogliata dal Foscari alle conquiste, se la prese, e mandò a giustificarsene con Amurat, il quale per tutta risposta arrestò il messo, ed assediò Salonicchio. La flotta veneta lo respinse, ed Amurat assalì la Morea, e qualunque volta la Signoria mandava per fare accordi, egli rispondeva: — Rendetemi Salonicchio»; infine la sorprese e pigliò (1429), dopo che la Repubblica avea sciupato settecentomila ducati a difenderla.