CAPITOLO CXVIII. L’impero d’Oriente, e sue relazioni coll’Italia. I Turchi a Costantinopoli. Perdita delle colonie italiane. Venezia guerreggia i Turchi.

Da mille anni era disfatto l’impero romano in Occidente, e ancora sussisteva in Oriente, soprattutto mercè della incomparabile postura di Costantinopoli. Sussisteva, ma agonizzante fra le deboli mani d’imperatori, i quali, vanitosi d’una scienza ciarliera, superbi d’un passato troppo diverso, assorti in un lusso corruttore, deliri dietro a futili importanze, ignoravano o vilipendevano i costumi stranieri e quelle idee che s’insignorivano del mondo. Un altro morbo erasi ostinato addosso a quella pomposa società, le eresie; quasi le fosse fatale il dover perire novamente pei sofismi, come già ai tempi della miglior grandezza d’Atene. Lo Spirito Santo procede egli anche dal Figlio come dal Padre? tale quistione, inestricabile ad argomenti, pose a subuglio le scuole, le chiese, le piazze, le famiglie; avversò Roma a Costantinopoli, i patriarchi ai papi, sinchè Fozio (862) separò affatto la Chiesa greca dalla latina, e quell’impero si trovò nimicati coloro a cui lo legava il comune interesse di resistere alle avvicinantisi orde musulmane. Le crociate avevano pôrto ai Greci l’occasione di rigenerarsi, innestando sul vecchio loro ceppo la civiltà moderna, e vantaggiandosi reciprocamente coll’accomunare le qualità migliori: ma essi non vi adoprarono che dispregio e mala fede; tergiversarono imprese, di cui aveano il maggior bisogno e i primi vantaggi; e si attirarono l’abbominazione de’ Latini. La conquista di Costantinopoli per opera di questi avrebbe potuto risarcire l’Impero, se accettata e sostenuta: odiosa invece e contrastata, non fece che crescerne la debolezza, e ben tosto le dinastie antiche ebbero espulsi i Baldovini, che andarono sparnazzando per Europa la loro miseria e titoli senza valore.

Però coll’impero latino non erano caduti gli stabilimenti degli Italiani in Levante. Pisa era oggimai ridotta a troppo piccolo conto; ma Genova e Venezia avrebbero potuto assicurarsi il Mediterraneo, l’Jonio e il mar Nero se si fossero tenute d’accordo; invece, perseguendosi d’implacabili nimicizie, dagli insulti e dagli assalti reciproci furono entrambe rovinate. I Genovesi, badando al proprio interesse più che alla causa europea, aveano ajutato l’imperatore Michele Paleologo a togliere ai Latini Costantinopoli (1261), dove conservarono il sobborgo di Gàlata; e stipularono di rimanervi sotto un podestà proprio, il quale presterebbe giuramento all’imperatore prima di assumere la giurisdizione, e andrebbe ogni domenica a fargli omaggio; l’imperatore non punirebbe alcuno di quella colonia se non quando esso podestà ricusasse farlo; stretto divieto di asportare oro o argento dalle terre imperiali, bensì vettovaglie, ma che dovessero recarsi al Comune di Genova, non mai ai nemici dell’Impero; qualvolta l’imperatore allestisse un’armata, potrebbe trattenere per servizio di quella i navigli genovesi quand’anche fossero noleggiati da altri e già in carico, e spedirli dovunque gli talentasse. I Genovesi di rimpatto non si staccherebbero dall’Impero per qual si fosse comando di persona coronata o no, nè per ecclesiastica scomunica[86]; cautela opportuna quando era opinione non doversi fede agl’Infedeli, e per tali si consideravano pure i Greci.

Dalla debolezza de’ quali i Genovesi traevano baldanza: un marinajo vantò che fra breve i suoi sarebbero signori della capitale, e uccise il Greco che nel ripigliava; un altro ricusò il saluto delle armi nel passare davanti alla reggia. Il trovarsi però in sobborgo smurato esponeva i Genovesi ed alla legale repressione degl’imperiali ed alla violenza de’ Veneziani, che di fatto una volta gli assalsero, e costrettili a rifuggire in Costantinopoli, ne incendiarono le abitazioni. Pertanto i Genovesi chiesero di poter circonvallare Gàlata, e con triplice muro che girava per quattromila quattrocento passi chiusero i vasti magazzini e i nobili abituri prospettanti il mare; e quel sobborgo avrebbe presto emulato Costantinopoli se questa non fosse caduta. Di là scorrendo il mar Nero, dove possedeano Caffa, i Genovesi portavano ai Greci il frumento dell’Ucrania, il caviale e pesce salato della Meotide; spingeansi a ricevere nei porti della Crimea le droghe e le gemme che dall’India vi affluivano colle carovane; e le fortezze, sorte in tutte le fattorie, diventavano formidabili non meno agli Europei che ai Tartari.

Già ne fu accennata la banda di venturieri catalani, che Ruggero di Brindisi condusse a Costantinopoli, e che per un pezzo salvò l’impero greco dai Turchi; ma insieme lo malmenavano a talento, come e peggio che le compagnie di ventura in Italia. Andronico imperatore in palese lo accarezzò, fino a sposarne una sorella; in secreto affilando l’arma de’ vili, a tradimento lo uccise. Non per questo si dispersero i suoi, e molte fiate posero il partito di conquistare l’Impero per conto proprio o del re di Sicilia, il quale mandò anche l’infante don Ferdinando a capitanarli. Se non che i Genovesi, da antico gelosi dei Catalani, i loro più potenti competitori nel commercio del mare occidentale, s’inasprirono pei favori che que’ venturieri guadagnavano o rapivano in Oriente. Ne vennero risse aperte; e come i Catalani offrivano all’imperatore di sfasciare gli stabilimenti genovesi e liberarlo dalla costoro insolenza, così i Genovesi lo ajutarono a mandare a sbaratto quella banda.

Nel mezzo di ciò, i Latini non cessavano d’osteggiare il greco impero, considerandola quasi come un’impresa santa e un seguito delle crociate. Carlo di Valois, figlio di Filippo il Bello, la cui moglie Caterina di Courtenai avea portato in dote nominali diritti sopra quel trono, volea questi ridurre in atto recuperandolo ai Latini; il che a molti pareva l’unico modo di ritardarne la caduta. E tentò l’impresa: ma non avendo meglio di cinquecento cavalieri, la fatica gli rispose scarsamente.

Quando Caterina di Valois sposò Filippo duca di Taranto, ne’ patti nuziali si stipularono gli ajuti che il marito le darebbe per ricuperare l’impero latino, e le provincie di Grecia di cui essa a lui farebbe cessione. Il re di Francia suo parente, Venezia e il papa ne secondavano le aspirazioni; e l’imperatore Andronico, non potendo far conto su Genova straziata da discordie intestine, prese la disperata risoluzione di ricorrere ai Turchi per difendersi dai Cristiani. Al tempo stesso favoriva i Ghibellini contro Roberto re di Napoli, affinchè questo rimanesse impedito dall’ajutare Filippo, e mandò a Federico di Sicilia seicencinquantamila pesi d’oro coniato[87]. L’impresa infatto non ebbe seguito, e sopraggiunte nuove burrasche nel regno di Napoli, ai principi di Taranto rimaneva appena forza di galleggiare tra queste, non che potessero far valere sull’impero la presunta eredità.

Ma crescendo sempre più le conquiste de’ Musulmani, quegli imperatori sentivano che loro salvezza sarebbe stato il riconciliarsi colla Chiesa latina. Già sotto Andronico il giovane avea molto adoperato a tal fine il monaco basiliano Bernardo Barlaam di Seminara in Calabria, ingegno vivo e Colto, che si fece ammirare dal Boccaccio a Napoli, dal Petrarca ad Avignone; ma non ne venne a capo, pretendendo gli Orientali si convocasse un concilio, che i nostri trovavano superfluo in quistioni già decise.

Barlaam ritornato a Costantinopoli, ebbe a disputare con Palamas arcivescovo di Tessalonica sulla luce increata. Palamas sosteneva che fosse non la sostanza divina, ma emanazione di questa; e che gli angeli e santi potessero questa contemplare, non l’essenza divina. L’altro, al contrario, voleva non fosse nè l’essenza divina nè effetto di questa, e che nessuna potenza valesse a rendere gli occhi umani capaci di contemplare la divinità. È la quistione, su cui si fanno tanti epigrammi: ma per la concatenazione degli errori e delle verità portava, nell’opinione di Palamas; niente meno che la dualità della sostanza eterna; in quella di Barlaam toglieva la visione beatifica ai santi. Barlaam fu riprovato da un sinodo di Costantinopoli, onde abbandonò la Grecia, scrisse contro lo scisma, e fatto vescovo di Geraci, contribuì assai a restaurare gli studj in Italia.

Morto quel debole imperatore (1341), ogni cosa andò capopiede, finchè a Giovanni Paleologo usurpò la corona il grandomestico Giovanni Cantacuzeno (1347): ed egli pure per sostenersi non esitò a chiamare in Europa i Turchi, che già all’Impero aveano tolto le provincie d’Asia. Ma più che l’imperatore, signori di Costantinopoli in quel tempo erano i Genovesi; e se sorreggeano con prestiti la miseria di lui, impedivangli di crescere in potenza marittima per non trovarselo concorrente: ed insultandone la maestà, ad onta sua occuparono e bastionarono anche l’alto della collina, sul cui pendio aveano ottenuto di piantare la loro colonia, comandando così allo stretto per cui si passa al mar Nero; batterono la flotta dello imperatore, bloccarono fin Constantinopoli (1351), nè egli potè chetarli che con forzate concessioni.