Sbalzatine gl’indegni occupatori, bisognava surrogare un degno sul trono di san Pietro. Sigismondo voleva che prima si riformasse la Chiesa; gl’italiani incalzarono per la pronta nomina del papa Ottone Colonna (11 9bre), il quale si volle chiamato Martino V. Sigismondo aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare d’oggi in domani le chieste riforme, logorando il tempo in divisamenti o in concessioni secondarie, protestando contro gli appelli del papa al concilio, riconfermando molti abusi; finchè dichiarò sciolto il concilio (1418 22 aprile), e andossene a Roma.
I padri, vedendosi dal popolo sprezzati per le contese e i baccani a cui prorompeano[80], e presi in sospetto come staccatisi dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l’eresia, e condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il salvacondotto imperiale[81], furono dati al braccio secolare e mandati al rogo. Tristo rimedio la violenza; e ne pagò le pene Sigismondo, o piuttosto i popoli espianti le colpe dei re: giacchè la Boemia divampò d’un incendio, a spegnere il quale vi vollero torrenti di sangue.
Per compiere le riforme. Martino V indicò un nuovo concilio prima a Pavia, poi a Siena, infine a Basilea; ma apertolo appena, morì (1431). Nell’elezione di Eugenio IV (Gabriele Condulmier veneziano) i conclavisti prefissero una specie di costituzione, che in alcuni punti concerneva anche il governo civile. L’omaggio che il papa ricevea dai feudatarj e dagl’impiegati, non riflettesse su lui solo, ma anche sul collegio de’ cardinali, talchè a questo rimanessero obbligati in sede vacante; metà dei proventi della Chiesa fosse riservata ai cardinali; di conseguenza nessun atto politico importante poteva il papa permettersi se non consenziente il sacro collegio, non pace o guerra, non tasse nuove, non mutar la sede; inoltre il papa doveva riformare la Corte, e tenere concilj periodici. Eugenio vi si obbligò; e se quel costituto reggeva, il principato romano trovavasi ridotto ad aristocrazia, ma forse era tolto il pretesto alla Riforma del secolo seguente.
Eugenio, per giudizio d’un suo successore[82], fu pontefice d’animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa, intraprese sempre ciò che voleva, non ciò che poteva. Fece egli aprire il concilio di Basilea onde estirpare l’eresia, metter pace perpetua fra le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de’ Greci, e riformare la Chiesa. Ma i padri vi s’accinsero senza precise idee di quel che volevano operare, nè de’ limiti dell’autorità propria e di quella che pensavano restringere; attaccavano un dopo l’altro gli abusi parziali, non proponevano un rimedio radicale: onde vedendoli condursi con quella precipitazione che sgomenta le autorità desiderose di dirigere, Eugenio sospese il concilio. I padri non gli badando, citano lui pontefice, accusandolo disobbediente; poi, spiegate le vele, dichiaransi ad esso superiori; nè poter lui scioglierli o traslocarli.
Fittisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali; determinano la forma dell’elezione del papa, e il giuramento che deva prestare; limitano le concessioni ch’e’ può fare ai parenti; restringono i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti. L’imperatore di Costantinopoli, cercando appoggiare il cadente trono sull’unione della sua Chiesa colla latina, domandò di venire in persona col patriarca onde effettuare la riconciliazione. Perchè non poteva sostener le spese del viaggio, si promise di mandar navi a prenderlo; e la città d’Avignone anticipò settantamila fiorini, da rimborsarle mediante i proventi delle indulgenze. Papa Eugenio indusse Giovanni III Paleologo a chiedere che l’abboccamento si facesse in Italia; e in fatto nella sezione 21ª del concilio di Basilea si proposero Ferrara e Udine, e il papa confermò la proposta, e indusse i Veneziani a spedir galere per trasportare l’imperatore.
Allora Eugenio, rimproverando al concilio i decreti incompetenti e smoderati, lo trasferiva a Ferrara (1438). Ma i padri non si mossero, eccetto due ed il legato; e mentre i prelati italiani maledicevano al conciliabolo di Basilea, ed invitavano a spogliare i mercanti che vi portassero roba, quello (nel quale primeggiava Nicola arcivescovo di Palermo, ambasciadore d’Aragona e Sicilia, e tenuto pel maggior canonista del suo tempo) continuava a cincischiare la giurisdizione pontificia; anzi dichiarò sospeso il papa, e scismatico il consesso di Ferrara; e per quanto i potentati s’intromettessero onde prevenire un nuovo scisma, condannarono Eugenio (1439) come eretico, e surrogarongli Amedeo VIII duca di Savoja, il quale dagli affari s’era ritirato a Ripaglia a vita piuttosto voluttuosa che penitente[83], e che sciaguratamente accettò l’uffizio d’antipapa col nome di Felice V.
Il concilio di Ferrara erasi aperto il 13 gennajo 1438 dal cardinale Albergati, e gran pena si durò per regolarne il cerimoniale: ma la peste scoppiata lo fece trasferire a Firenze[84] (1439). Ivi furono messi in disputa i quattro punti dello scisma greco, cioè il procedere dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, l’uso degli azimi nella comunione, la natura del purgatorio, la supremazia universale del papa. Quell’unione fu famosa per insigni personaggi: il cardinale Giuliano Cesarini, che di sua franchezza avea dato prova nell’appoggiare i rimproveri che al papa faceva il concilio, ed allora sosteneva il vero con incalzante ragionamento; Giovanni di Montenero provinciale de’ Domenicani di Lombardia, versatissimo in divinità; Ambrogio Traversari generale de’ Camaldolesi, che per ordine di Eugenio IV era andato riformando molti conventi, e questi suoi giri descrisse nell’Odœporicon; fra i Greci, Gemistio Platone insigne accademico, Giorgio da Trebisonda, Giorgio Scolario ancora laico, e fra breve patriarca di Costantinopoli, Marco Eugenio vescovo d’Efeso saldissimo alle dottrine scismatiche, Dionigi vescovo di Sardi, e, a tacer altri, il Bessarione arcivescovo di Nicea, sottile platonico, che sparse anche il gusto d’una filosofia men cavillosa e arida, e che vinto dalla verità venne alla Chiesa nostra, molti traendovi col proprio esempio.
Cosmo de’ Medici ricevette splendidamente il papa, i cardinali, l’imperatore; il trasporto dei corpi de’ santi Zenobio, Eugenio, Crescenzio, i funerali del patriarca di Costantinopoli, diedero occasione a solennità; e la Signoria di Firenze regalò al papa quattordici inquisiti di pena capitale (Cambi). Eugenio scomunicò i prelati di Basilea; ma le lunghe dispute col patriarca di Costantinopoli e co’ suoi dottori, agitate nella sala accanto a Santa Maria Novella, non poteano condursi a conchiusione; laonde si venne a una specie di transazione (6 luglio) per istabilire l’unione della Chiesa orientale colla occidentale, stendendola s’una pergamena in greco e in latino, e dopo che l’ebbero letta in latino il cardinale Cesarini, in greco l’arcivescovo Bessarione, la soscrissero molti prelati delle due Chiese per ordine di dignità; oltre il papa stesso e l’imperatore Paleologo che vi fecero apporre le proprie bolle[85].
Federico III, nuovo imperatore, che avea procurato versar acqua su questi incendj, spedì ad Eugenio il proprio segretario Enea Silvio Piccolómini senese, per indurlo ad un concordato colla Germania, e il papa sul letto di morte vi assentì, purchè non menomasse i diritti della santa Sede. Nicola V succedutogli (1447), mostrossi tutto davvero disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò, riservandosi tanti benefizj, che lo rendeano più ricco del papa, ma presto morì. La pace fu dunque restituita alla Chiesa; e il giubileo celebrato l’anno appresso, parve solennizzare il trionfo di Roma.
Se il concilio di Basilea avesse con prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, poteva prevenire i guaj che scoppiarono nel secolo seguente. Sulle prime, non che intaccare la sovranità papale, sanzionò il Decreto di Graziano, i cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, pare anche il sesto di Bonifazio; solo tolse ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, pensò non solamente limitare la potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria, e preparò la rivolta protestante, al tempo stesso che l’apparenza di ottenuta vittoria svogliava la Chiesa romana dalle riforme necessarie, e assopiva in una sicurezza che dovea riuscire funestissima.