Non essendosi presentati i due papi Gregorio e Benedetto, il concilio si dichiarò ecumenico, e perciò giudice supremo di essi, e dopo parecchi tentativi di conciliazione, levata loro l’obbedienza come contumaci, li proferì scaduti e vacante il papato (1409 5 giugno); e radunato il conclave sotto la guardia del granmaestro de’ Giovanniti, sostituì Pietro Filargo (1409 26 giugno). Nato non si sa dove nè da chi, mendicava a Candia quando fu raccolto da un frate Minore, e per sapere ed abilità salì nel favore di Gian Galeazzo, che l’ebbe tra’ suoi consiglieri, poi vescovo di Vicenza, di Novara, indi arcivescovo di Milano e cardinale, infine papa (7 agosto) col nome d’Alessandro V, e chiuse il concilio. Teologo e predicatore, ma non leggista e canonista, male intendeva gli affari e cercava scaricarsene; per bontà cieca largheggiava benefizj e grazie abusive e stemperanti, non sapendo misurare la liberalità ai mezzi; e quando più nulla gli rimaneva, dava promesse: onde diceva: — Come vescovo fui ricco, povero come cardinale, pitocco come papa».

Lasciavasi raggirare a senno da Baldassarre Cossa napoletano, che in gioventù corse il mare come armatore; anche nel chericato conservò abitudini secolaresche, abilissimo negli affari, vigoroso di carattere, risoluto di sentenze. Ornato della porpora, fu spedito legato a Bologna, la quale ricuperò alla santa Sede, e anche Faenza e Forlì, che egli si tenne come signoria indipendente; e morto Alessandro dopo soli dieci mesi di regno (1410 17 maggio), gli succedette col nome di Giovanni XXIII. Costui, come avviene in tempi di partiti, fu accusato delle colpe non solo più gravi, ma più brutali; a cui basterebbe opporre il favore datogli dai Fiorentini, da Luigi d’Angiò, dal conclave stesso, che troppo aveva interesse a fare una scelta prudente; comunque siasi detto che egli ne acquistò i voti coll’artifizio e colla forza militare che spiegò in Bologna.

Essendo allora stata ritolta Roma a Ladislao, il papa vi fece l’entrata solennemente sotto la protezione dell’Angioino: ma bentosto Ladislao torna vincitore; Bologna caccia i rappresentanti del pontefice, e si dà al marchese di Ferrara. Ladislao però riconobbe il nuovo papa ordinando a Gregorio di uscire da’ suoi Stati, e finse rassegnarsi ai patti ch’egli stesso aveva imposti a Giovanni. Il concilio che erasi promesso, fu raccolto (1415) a Roma; ma se vi s’introduceano le questioni più urgenti, il cardinale Zabarella levavasi, con eloquenti ambagi sviando dal proposito: poi fu prorogato col pretesto della rinnovata nimistà di Ladislao, a cui il papa a fatica sfuggì, ricoverando in Firenze, che di malavoglia lo accolse.

L’impero vacillava tra l’inetto Venceslao deposto e il mal eletto Roberto palatino, morto il quale, gli furono dati due successori; tanto pareva che ogni cosa dovesse scompigliarsi collo scompiglio del papato. Alfine prevalse Sigismondo (1411), che, come re d’Ungheria, s’era mostrato crudele e perfido, ma insieme valoroso, oprante, indomito. Glorioso di allori côlti sopra i Turchi, si fisse in animo di ricondurre ad unità la Chiesa; corse Francia, Polonia, Spagna, Italia; e mentre il papa gli chiedeva soccorsi, esso lo stimolò a designare il luogo d’un nuovo concilio. Per quanto Giovanni lo disgradisse, dovette spedire legati a ciò, i quali indicarono Costanza, città imperiale sulla riva occidentale del bel lago che divide la Svevia dalla Svizzera, poco lungi dal luogo donde n’esce il Reno, e dove già i Lombardi aveano patteggiato la loro libertà. Giovanni non sapea darsi pace che l’adunanza di tutta cristianità si tenesse in luogo dove gli oltramontani sarebbero più numerosi e indipendenti, ed ostili alla sua autorità: si mosse in persona onde dissuadere Sigismondo; a Lodi durarono lungamente in congresso, circondati da prelati l’uno, da consiglieri l’altro; ma Sigismondo stette fermo, e il concilio fu aperto (1414 5 9bre).

Le ingiurie ricambiatesi dai papi e dai cardinali aveano scossa un’autorità che si fonda sulla virtù e sull’opinione. Se gl’Italiani favorivano alla santa Sede pel vantaggio che ne traeva il loro paese, eransene raffreddati dacchè quella vagava in esiglio; e gli stranieri cominciavano a trovare oneroso questo migrare di tanto loro denaro ad un’altra gente. La contesa coi frati Minori aveva mal volta alla santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate persone pie, cui sola colpa dicevasi la povertà, si richiamavano le dottrine d’Arnaldo da Brescia contro i possessi ecclesiastici e la corruttela derivatane. Nell’intento di riuscir superiore, ciascun partito era ricorso a spedienti troppo dissonanti da quelli dell’apostolato: Bonifazio IX aveva lasciato trafficare delle indulgenze e del suffragio ai morti, pretendeva le annate dei vescovi eletti, a denaro dispensava la pluralità di benefizj; Giovanni XXIII ebbe accusa di aver cavato oro dalle medesime miniere, e moltiplicatolo colle usure. Dal disordine esterno passatasi a criticare l’intima verità della Chiesa: si spargeano libri e sermoni critici, anche in lingua vulgare[75]; i roghi non bastavano a reprimere gli eretici in Francia. I Valdesi faceansi più arditi, e Gregorio XI movea lamento perchè dalle valli subalpine si propagassero, e discesi in Piemonte avessero trucidato un inquisitore a Bricherasio, uno a Susa[76].

Bartolino da Piacenza verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali sul modo di trattare il papa qualora apparisse negligente, inetto a governare, o capriccioso a ricusare il consiglio dei cardinali (com’era il caso di Urbano VI); e conchiudeva potere questi mettergli de’ curatori, al cui parere fosse obbligato attenersi negli affari della Chiesa. I Francesi colla prammatica sanzione di Bourges restrinsero i diritti papali. In Inghilterra Giovanni Wiclef aveva impugnato le indulgenze, la transustanziazione, la confessione auricolare, domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la povertà del clero. Girolamo di Praga dall’Università di Oxford ne portò i libri in Boemia, dove ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che qui già aveva alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse argomenti teologici e ardire a palesarsi. Essendo venuti alcuni monaci a spacciare indulgenze, e avendo l’imperatore proibito il sacrilego traffico, pigliò baldanza a declamare, in prima contro l’abuso, poi contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava volentieri; gli studenti boemi se ne infervoravano; le quistioni religiose prendevano colore politico d’aborrimento ai Tedeschi e d’aspirazioni repubblicane. Dappertutto lo sparlare dei papi era considerato segno d’educazione non vulgare, di ragione più elevata, di dispetto contro i governi, di scontento generico; declamazioni di piazza, frizzi di scuola fra la gioventù inesperta seminavano un vago desiderio di sottrarsi all’autorità; sebbene, per quanto e le accuse si esagerassero e gli errori si estendessero, non si pensasse ancora che la Chiesa si dovesse distruggere anzichè riformare.

Quanto erano più ulcerate le piaghe, tanto più speravasi nel concilio, che inoltre rannoderebbe in pace i principi cristiani per respingere la sempre crescente minaccia degli Ottomani.

L’imperatore, assai principi, signori e conti assistettero all’assemblea, ed è scritto vi si numerassero fin cencinquantamila forestieri con trentamila cavalli; fra quelli, diciottomila ecclesiastici e ducento dottori dell’Università di Parigi. Coi fastosissimi cardinali faceano gara di lusso i tanti avveniticci, giunti dagli estremi d’Europa, distinguendosi per abiti varj, armadure, corteo pomposo. Vi accorrevano a spettacolo, a sollazzo, trovandovisi trecenquarantasei commedianti e giullari, settecento cortigiane, e tornei e sfide[77]; sicchè i gaudenti andavano in delizie, mentre i pii pregavano, i dotti accingeansi a duelli dialettici, dai quali apparirebbe l’odierno loro elevarsi allato ai grandi.

Ma un’assemblea di tanto momento, sin dal principio reluttò ai modi sagaci, con cui gl’Italiani e il papa tentavano dominarla. La Chiesa nella sua universalità non distingue popoli, e valuta ciascun uomo pel proprio valore; sicchè all’indole sua ripugnava il votare per nazioni, come si pretese, dividendo il concilio in camera tedesca, italiana, francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero distintamente affine di elidere la superiorità degl’Italiani. Giovanni XXIII, come presente, provveduto di gran denaro, e assistito dalle compre armi di Federico d’Austria, sperava far considerare il concilio come una continuazione di quello di Pisa, che avendo riconosciuto Alessandro V, considerava lui come solo papa legittimo: inoltre voleva si cominciasse dagli articoli di fede, poichè richiederebbero lunghe dispute, e i prelati nella piccola città s’annojerebbero. Ma questi pretesero che abdicassero e lui e Benedetto XIII che sostenevasi in Ispagna, e Gregorio XII che aveva favore in Germania. Giovanni nella seconda tornata protestò di farlo volontariamente se lo imitassero gli altri due, anzi rinunziare ad ogni modo se con ciò potesse terminarsi lo scisma; sicchè il giubilo e gli applausi andarono al colmo, e l’imperatore gli si buttò ai piedi baciandoli. Ma poi pentito e sbigottito fuggì; e allora i mirallegro si risolvono in costernazione, Gregorio viene sospeso, e proclamato (1415) che il concilio trae immediatamente da Cristo i suoi poteri, e ognuno, compreso il papa, è tenuto obbedirgli in quanto concerne la fede, lo scisma, e la riformazione generale della Chiesa nel capo e nelle membra. Gl’Italiani protestarono invano. Giovanni, citato a giustificarsi delle più enormi e scandalose imputazioni[78], dichiarossene colpevole, sottomettersi a discrezione al concilio, pur beato se con ciò potesse render pace alla Chiesa: e quello il destituì (29 maggio) come avesse disonorato il popolo cristiano, ne spezzò il suggello e gli stemmi, gli tolse le insegne pontifizie e la croce, e lo tenne in cortese prigionia[79].

Anche Gregorio, per mezzo di Carlo Malatesta signore di Rimini, a cui protezione si era posto, mandò la rinunzia (4 luglio), riducendosi cardinale di Porto. Solo Benedetto ostinavasi, scomunicando chi non era con lui, e dichiarava «nel diluvio universale la sola arca della Chiesa essere Paniscola dov’egli sedeva»: alfine, abbandonato anche dalla Chiesa spagnuola per opera principalmente di Vincenzo Ferreri, fu destituito (1417 26 luglio), terminando uno scisma che fu la maggior prova a cui la Chiesa si trovasse esposta. Tante passioni, tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la cristianità si ricoverò, e sotto il manto del ponteficato, di cui non erasi mai impugnata l’autorità e l’unità, comunque restasse incerto chi ne era il depositario, disputandosi del possesso e dell’esercizio dell’autorità, non dell’autorità stessa.